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Sieges Even - A Sense of Change
30/09/2017
( 403 letture )
Una scena illuminata a giorno, con quattro supernove a indicare la rotta ai naviganti… se mai a un metal storico animato da velleità astronomiche venisse chiesto di riassumere sinteticamente e tramandare così a imperitura memoria lo stato della volta celeste alle latitudini technical thrash/speed sul finire degli anni Ottanta, sarebbe forse questa, la risposta più probabile, al netto della quasi inevitabile (e più che meritata) ammirazione per una congiunzione astrale raramente riscontrabile anche sotto altri cieli musicali, per qualità e contemporaneità di genesi. La scienza, peraltro, ci ha messo in guardia di fronte al verificarsi di fenomeni così estremi e oggi sappiamo che il prezzo da pagare per le esplosioni stellari più abbaglianti è un altrettanto rapido e inesorabile trapasso nella dimensione oscura dell’oblio. Non stupisce, allora, che, chiedendo allo stesso astronomo un aggiornamento della situazione dopo solo pochi anni, riceveremmo un fotogramma clamorosamente buio proprio in quelle coordinate dove pensavamo di aver maturato certezze granitiche. Già nel 1991, infatti, tre di quelle sorelle accecanti (Toxik, Heathen, Watchtower) avevano esaurito le scorte di idrogeno da trasformare in elio nel proprio nucleo e si avviavano a un silenzio creativo rotto solo vent’anni dopo dagli Heathen con la pubblicazione di The Evolution of Chaos, mentre per Toxic e Watchtower (rispettivamente con Breaking Class e Concepts of Math) l’attesa ha varcato abbondantemente il quarto di secolo.

Un destino parzialmente diverso, invece, è toccato in sorte alla quarta carta di quell’ideale poker d’assi, i Sieges Even, che, reduci dal clamoroso debutto di Lifecycle, sono stati i primi ad abbandonare la nave thrash/speed, senza però scomparire dai metal radar e regalando un altro quindicennio abbondante di grandi uscite fino al definitivo canto del cigno con il live Playgrounds. Nel breve volgere di un biennio, all’uscita di Steps non era rimasto praticamente più nulla del mix di potenza e velocità distillato dal predecessore in un tripudio di riff in tempesta permanente e i Nostri si incamminavano su un sentiero prog che, se pure non del tutto estraneo al tracciato di Lifecycle (non fosse altro che per l’accuratezza tecnica sciorinata a piene mani), aveva tutte le carte in regola per spiazzare, sconcertandoli, i fan della prima ora. Senza scomodare oltremisura esempi in arrivo da generi ed epoche diverse (ci limitiamo qui a invocare come prova il numero totale di visualizzazioni e commenti in calce alla recensione di Heritage, nel nostro archivio), è innegabile che il contatto con l’universo prog declinato “in purezza” presenti sempre elementi di criticità, esponendo non di rado le band che azzardano il passo a pesanti esami del dna per verificarne l’effettiva capacità di affrontare la sfida senza la zavorra di una certa cerebralità radical-chic che spesso contamina lavori non sorretti da una congrua ispirazione. Al contrario, il passaggio dei Sieges Even alla nuova dimensione si è concretizzato quasi con naturalezza, con un tasso di abbandono fra i devoti della prima ora decisamente contenuto e, soprattutto, con un conseguente allargamento della platea dei potenziali fruitori.

Consumato lo strappo col passato, il quartetto bavarese era pronto ad affrontare il mare magno oltre le colonne d’Ercole appena varcate e, con un coraggio pari alle doti di sperimentazione, sceglieva di spingersi se possibile ancora oltre con la terza prova sulle lunghe distanze di un full length, affidando agli otto episodi di questo A Sense of Change il compito di ammorbidire ulteriormente le spinte muscolari e di concentrare l’attenzione su una raffinatezza delle architetture mai fine a se stessa. Il risultato è che, in una sorta di compendio che non sfigurerebbe sui banchi di ipotetiche scuole, tutti gli elementi della canonica vulgata prog sono ordinatamente disposti a bella vista, dalla demolizione della forma canzone all’articolazione dei brani in stanze, dai frequenti cambi di ritmo alla cura maniacale per gli arrangiamenti, passando per il ricorso a strumenti relativamente estranei al grande filone rock tradizionale. A questo approccio se vogliamo standard, i Sieges Even aggiungono un carico di personalità straordinario, che annulla alla radice i due grandi rischi inevitabilmente corsi indossando la nuova veste e cioè da un lato un culto per la tecnica e il virtuosismo che dilaghi nell’algida freddezza uccidendo il coinvolgimento emotivo e dall’altro una derivatività figlia dell’acritica assunzione dei canoni settantiani da cui il genere ha preso le mosse (e grazie a cui ha celebrato i suoi trionfi… inarrivabili, si rassegni il buon Akerfeldt, se eventualmente all’ascolto).
Qualche dubbio, in linea teorica, poteva scaturire dalla dipartita del singer Franz Herde, ma il sostituto Jogi Kaiser riesce nell’impresa non solo di non far rimpiangere il predecessore ma anche di aggiungere ulteriori sfumature ai brani, grazie a un timbro che, senza rinunciare ai classici stilemi hard rock, rimanda in più di un’occasione alla lezione soul (in un’ipotetica collocazione su un asse con gli estremi incarnati da Geddy Lee e Mick Hucknall, Kaiser occuperebbe una posizione sorprendentemente equidistante, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, la natura geneticamente ibrida dell’universo progressive). C’erano molte meno incertezze, invece, sulle potenzialità della sezione ritmica che, infatti, nelle saldissime mani dei fratelli Holzwarth, conferma lo spettacolo mandato in scena in Steps, ma in questo A Sense of Change a stupire davvero è la prova alla sei corde di Markus Steffen, sempre ispiratissimo nell’esplorazione delle terre di confine tra rock, jazz e musica classica, nonché splendido protagonista di cammei acustici mai avulsi dal contesto.

Un breve intro e sette episodi dal minutaggio tutto sommato contenuto rispetto agli standard del genere, la tracklist si apre con due classiche cavalcate di scuola Rush, la prima (The Waking Hours) relativamente vicina al modello, la seconda (Behind Closed Doors) disseminata di reminiscenze Boston e Triumph, ma chi si aspetti una tranquilla scampagnata in un habitat dai contorni rigorosamente definiti o comunque prevedibili troverà presto un boccone dalla difficile digeribilità, che si materializza con Change of Seasons. Probabile shock per metal papille gustative poco avvezze alle rarefazioni atmosferiche, il brano è gonfiato diremmo quasi a dismisura da una propensione orchestrale decisamente barocca, sottolineata da un tripudio d’archi che conferisce al tutto una dimensione teatrale/avantgarde a cui Kaiser aggiunge un tocco di malinconica evanescenza.
Le luci del ritmo si riaccendono subito con Dimensions, animata da cambi di fondale a ripetizione e vero prototipo di quella struttura a suite che ha fatto la fortuna del genere (qui è Steffen a regalare perle di classe sopraffina, tra riff incendiari, un inserto medievaleggiante e un incantevole accenno di flamenco nel finale), mentre tocca alla successiva Prime insidiare di nuovo le metal coronarie, complice una prova vocale di Kaiser orientata come non mai ai gorgheggi jazz. Registi impeccabili di quella che assume sempre più i contorni di una rappresentazione, i Sieges Even rallentano opportunamente le cadenze con Epigram for the Last Straw, forse il brano del lotto che altera meno la forma canzone classica ma non per questo il meno riuscito, al netto di un finale appena un po’ insipidamente sfumato, mentre la calata del sipario sulle note di These Empty Places è un autentico saggio di bravura settantiano, sbilanciato sul versante “narrativo” del prog e ancor più sorprendente se pensiamo che, a differenza di gran parte dei maestri del genere, i Nostri prescindono dalle tastiere e affidano al solo intreccio voce/corde/pelli il compito di disegnare contemporaneamente atmosfere e trame.

Probabilmente non il vertice qualitativo assoluto di una carriera ma di sicuro la sua punta più avanzata in termini di coraggio e sperimentazione, complesso ma mai segnato da tratti di algida autoreferenzialità a minarne la freschezza, A Sense of Change è un album che fa dell’eleganza e della raffinatezza i suoi tratti distintivi, offrendo un’equilibrata e mai anacronistica rilettura di canoni maturati in altre, nobili stagioni. In un firmamento come quello prog, pullulante di apprendisti stregoni che affaticano invano formule illudendosi di ricreare incantesimi antichi, il nome dei Sieges Even è tra i pochi a potersi permettere di attraversare indenne lustri e decadi… offrendo nient’altro che pura magia.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
95 su 1 voti [ VOTA]
evilelvis
Sabato 30 Settembre 2017, 23.29.59
3
Bellissimo!!!acquistato qualche anno dopo la sua uscita che era già indicato come disco anticipatore del filone prog metal che dopo poco esplose. All'inizio ero preoccupato per il suo essere poco metal(all'epoca ero di vedute ristrette)ma dopo averlo fatto mio non mi ha lasciato più e dopo tanti anni non mi hai mai stancato.La cosa strana è che nonostante la sua intricatezza ogni volta che lo ascolto mi lascia una sensazione di pace interiore,basta ascoltare Change of seasons.Musicisti da 10 e lode!!!
entropy
Sabato 30 Settembre 2017, 20.52.11
2
Credo sia un album favoloso. Ricordo anche ottime recensioni ai tempi. Purtroppo io l ho conosciuto solo una decina di anni fa. Però se si pensa alla data d'uscita (-e lo stesso discorso vale per steps) questa band ha un po' precorso i tempi o cmq è stata tra i primi a proporre un prog metal che si sarebbe poi diffuso per tutti gli anni 90.
Sandro 70
Sabato 30 Settembre 2017, 18.52.42
1
Questo disco è pura magia, un vero capolavoro.. Ha tutto ciò che si cerca in un disco progressive,tecnica e grandi canzoni. Il mio disco prog metal preferito, voto 95.
INFORMAZIONI
1991
Steamhammer
Prog Metal
Tracklist
1. Prelude: Ode to Sisyphus
2. The Waking Hours
3. Behind Closed Doors
4. Change of Seasons
5. Dimensions
6. Prime
7. Epigram for the Last Straw
8. These Empty Places
Line Up
Jogi Kaiser (Voce)
Markus Steffen (Chitarre)
Oliver Holzwarth (Basso)
Alex Holzwarth (Batteria)
 
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