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Stiltskin - The Mind`s Eye
04/10/2017
( 56 letture )
One Hit Wonder. Con questa espressione nel mondo anglosassone ed in particolare negli Stati Uniti, vengono classificati quegli artisti o quelle band che nel corso della loro carriera hanno raggiunto in una unica occasione le parti alte della classifica di vendita o dei singoli. Tentativo che, pur ripetuto, non è più stato coronato da successo o che addirittura ha riportato la band in questione direttamente all’oblio dal quale proveniva. I casi sono molteplici e si tratta a volte anche di band fittizie formate sull’occasione da professionisti nel giro da anni che vengono “impacchettati” da un produttore attorno ad una canzone già pronta e che aspetta solo qualcuno che la interpreti e metta un volto e un’immagine. In qualche caso parliamo invece di artisti anche dalla lunga carriera, ma che solo in una occasione hanno avuto la possibilità di respirare l’aria dei piani alti, come ad esempio la Sinead O’ Connor di Nothing Compares 2 U. I casi sono infiniti: il Chris Isaak di Wicked Game, piuttosto che i Crash Test Dummies di Mmm Mmm Mmm Mmm o i Soul Asylum di Runaway Train, le 4 Non Blondes di What’s Up?, Joan Osborne a One of Us e così via. Un destino agrodolce quello di essere associati per il resto della vita ad una canzone in particolare, che per una qualunque ragione, ha colpito l’immaginario collettivo senza magari neanche essere rappresentativa del repertorio dell’artista in questione (come Nothing Else Matters per i Metallica). Esponenti di questa categoria, che in Italia abbiamo chiamato altrettanto suggestivamente “meteore”, sono anche gli scozzesi Stiltskin, assurti agli onori della cronaca grazie al dirompente successo del singolo Inside nel 1994 e poi scioltisi un anno dopo senza più essere stati in grado di ripetere l’exploit e nemmeno di darsi una sostanza definita di band.

Formati nel 1989 dal chitarrista/multistrumentista e compositore Peter Lawlor e dal bassista James Finnigan (proveniente dagli Hue and Cry), poi raggiunti dal batterista Ross McFarlane, gli Stiltskin restarono nel limbo per qualche anno, in attesa di trovare un cantante degno di questo nome. Impresa che nemmeno un casting con 40 aspiranti condotto negli studi della casa di produzione di Lawlor, la Water Music Productions, sembrava capace di trovare una felice conclusione. Fu un fortunato incontro con Ray Wilson a rompere questo stallo nel 1993: la leggenda vuole che il cantante, reduce da un incidente d’auto, fosse portato sul palco con un ascensore perché non in grado di raggiungerlo in autonomia per portare a termine la serata. Impressionati da tanta determinazione e dalla voce di Wilson, Lawlor e Finnigan decisero immediatamente di offrirgli il posto di cantante negli Stiltskin. Proprio in quel periodo, Lawlor aveva realizzato da solo la musica per uno spot dei jeans Levi’s, intitolato “Creek”, che stava spopolando anche grazie al dirompente riff di chitarra e basso creato dal musicista. Fu così che la band completata si mise al lavoro su quella musica e dopo pochissimo lanciò il singolo di Inside nel 1994, ottenendo da subito un grande riscontro, che li portò in cima alle classifiche inglesi e ad una più che rispettabile trentasettesima posizione nella classifica BillBoard statunitense. A quel punto, occorreva cogliere al volo l’occasione aperta dal singolo e fu così che gli Stiltskin dovettero buttarsi a capofitto sulle composizioni rimaste nel cassetto di Lawlor per mettere insieme un album. The Mind’s Eye uscì il 17 ottobre del 1994 ed è l’unico lavoro rilasciato dalla line up originale della band.

E’ evidente sin dal primo ascolto che non tutto nell’album scorre come dovuto: la fretta di mettere insieme un disco con una line up appena creata, partendo da composizioni non nate per essere parte di un album coeso, emerge in vari frangenti. Allo stesso modo, si sente che alcuni brani appena sbozzati sono arrivati ad una frettolosa maturazione, per poi essere sottoposti ad un pesante lavoro di post produzione in maniera di prendere il loro posto a fianco di altre canzoni evidentemente più sviluppate e mature. Il tutto venne poi assemblato con un intro e uno strumentale che funge da outro, per un totale di undici tracce e una durata di quaranta minuti scarsi. Eppure, quanto detto non deve rappresentare il solo aspetto sotto il quale valutare ed ascoltare The Mind’s Eye. Il lavoro compiuto da Lawlor sia in fase compositiva che produttiva è comunque meritevole di attenzione e in particolare gli arrangiamenti e la qualità di mixaggio e post produzione sono davvero notevoli. E’ vero che il risultato finale è altalenante, ma sarebbe difficile negare che in molti passaggi la band riesca a risultare convincente e a produrre alcune canzoni degne di nota. La voce di Wilson è poi davvero molto bella, carismatica e capace di fare la differenza in più di un’occasione, con una tonalità roca e malandrina che colpisce diritta al segno assieme all’appassionata interpretazione. Infine, ed è forse l’aspetto più importante, pur senza riuscire a portare a compimento gli intenti iniziali in maniera chiara e definita, la musica degli Stiltskin, con quel corretto tentativo di prendere la lezione del grunge e portarla verso forme espressive nuove, più complesse e ricercate, grazie ad una evidente attenzione pop che porta arrangiamenti colmi di organo, cori, alternanze acustiche ed elettriche, rappresenta uno dei primissimi vagiti di post grunge registrati e un debutto che ha segnato l’evoluzione della musica alternative.
Il breve intro ci introduce direttamente ad uno dei brani più interessanti del disco. Scared of Ghost riproduce essenzialmente lo schema di Inside, ma lo fa con maggior trasporto dinamico e tutto funziona a perfezione: la distorsione brillante, carica di delay e giocata sugli alti, l’ottimo riff, il gran lavoro di Finnigan (il vero protagonista nascosto dell’album), la bella e facile linea melodica, i testi non sense cari alla tradizione grunge e ai Nirvana in particolare, carichi di assonanze e rimandi, la voce di Wilson che graffia e gratta ma resta dannatamente melodica, il refrain giusto. Esattamente quello che ci aspettava da questa band. La seguente Horse gioca un ruolo di maggior spessore rispetto alla precedente, con una atmosfera più cupa, ottimamente interpretata da Wilson, nella quale il potente riff di chitarra continua ad intersecare il bordone continuo del basso e gli arrangiamenti cominciano a giocare il ruolo fondamentale che avranno per tutto il disco, rivelando quella profondità che arriva solo in seconda battuta, ma è la chiave di volta della maturità e longevità dell’album. Nuovo cambio di atmosfera con Rest In Peace, solare e acustica, apertamente pop, con Finnigan protagonista assoluto assieme a Wilson, mentre la distorsione compare come una marea di sottofondo, senza mai esprimersi apertamente. Pezzo piacevole e divertente, che lascia un po’ straniti ad un primo ascolto, quasi fosse una sorta di scherzo non capito o fuori contesto, anche se l’atmosfera in realtà si scontra con l’amarezza del testo, che resta tutto fuorché spensierato. Footstesps fu il secondo estratto dal disco e merita tutto il relativo successo che ottenne: siamo al cospetto di una semiballad perfettamente orchestrata, nella quale Lawlor mantiene un ruolo tutto sommato secondario, ma fondamentale, con un riffing che ricorda quello di Ain’t Talkin’ ‘bout Love dei Van Halen e Wilson che fa ancora la differenza in termini di interpretazione, mentre in sottofondo gli echi dell’arrangiamento di tastiera continuano il loro lavoro di profondità. Una buona canzone pop rock macchiata di alternative, che a distanza di oltre vent’anni non ha perso di intensità. Sunshine and Butterflies è una traccia semiacustica e decisamente più votata al chiaroscuro, nella quale un arpeggio di chitarra retto dal costante suono del basso e dell’organo, detta l’atmosfera per il dolente canto di Wilson, con McFarlane che entra ed esce dal contesto a sottolineare la tensione crepuscolare, che poi evolve con l’arrivo della distorsione che scuote le acque placide e melmose del brano. Di Inside è quasi inutile parlare: è uno dei brani simbolo degli anni 90, il cui riff resta nella memoria collettiva e attorno al quale è stato costruita una canzone affatto malvagia, che ha retto il passare del tempo; un perfetto connubio tra Pearl Jam, Smashing Pumpkins e Stone Temple Pilots, con qualcosa di ciascuno e altro in più dato dall’arrangiamento orchestrale e dall’uso del coro. Un brano maturo e completo, che avvolge e colpisce oggi come allora e resta di gran lunga la miglior canzone scritta dalla band. An Illusion è una nuova ballad acustica di chiaro stampo pop, con un bell’arrangiamento e una melodia che colpisce nella sua semplicità, piacevole senza essere innocua; un brano che in tanti cercano di scrivere. America vorrebbe riprendere l’atmosfera rabbiosa lasciata indietro, ma stavolta lo schema è un po’ ripetitivo tra riff duro e potente, gran lavoro di basso e refrain cantabile declamato da Wilson; tutto ben fatto, ma ormai troppo scoperto e senza grande convinzione, per un brano che è un evidente parto affrettato. Si torna nel territorio ballata con When My Ship Comes In, canzone che continua a giocare con le luci e l’oscurità, rivelando il perfetto equilibrio della band nel reggere canzoni semplici e senza schemi particolarmente ricercati, concentrandosi su diminuendo e crescendo e sugli arrangiamenti, con Wilson che lancia frasi ad effetto e fa il piacione con la sua timbrica baritonale da ragazzaccio che conosce il mondo e i suoi abissi. Chiude Prayer Before Birth, lungo pezzo strumentale che riprende l’intro di Inside e chiude con una coda che diventa automaticamente l’intro col quale ricomincerebbe il disco.

The Mind’s Eye è insomma un disco di buona levatura, specchio della sua epoca, che si regge sul buon lavoro di Lawlor come compositore e sull’ottimo lavoro fatto in post produzione, come sulle qualità individuali di Finnigan e Wilson. Un album perfettamente calato nel mood dell’esplosione grunge, che però di grunge ha più l’aspetto che la sostanza, che gioca con i riff tipici della corrente, così come con le pronunce smozzicate e i toni strascicati, per nascondere una vena pop e rock da alta classifica assolutamente oneste e rette da una professionalità ineccepibile. Come detto, soffre di una diseguale livello nei brani e di una coerenza interna piuttosto fragile, che mette a fianco di canzoni decisamente dure come Scared of Ghost, Horse, Inside e America, diverse ballate semiacustiche e brani dall’evidente natura pop, oltre a due tracce strumentali evidentemente piazzate lì a fare numero e minutaggio. Eppure, la strada indicata dagli Stiltskin resta una delle più credibili e meglio pensate, in prospettiva, per uscire dall’ondata grunge puntando comunque al grande pubblico. Il fatto che l’esperimento poi non sia riuscito per loro, che in pratica si scioglieranno poco dopo l’uscita del disco, riflette solo la natura di “progetto” della band, sorta per necessità e poi altrettanto velocemente tornata nell’oblio dopo l’abbandono di Finnigan e l’interruzione delle registrazioni per il secondo album, non toglie valore a quanto fatto e testimoniato da The Mind’s Eye. La strada da loro tracciata, il tipo di arrangiamento, l’alternanza tra basso e chitarra, distorsione e pulito, faranno presto la fortuna di altre band apertamente alternative rock, che infiammeranno le scene sul finire degli anni Novanta, a conferma del ruolo di apripista svolto dagli scozzesi.

Eroi per un giorno. Qualcuno direbbe, meglio di niente.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
1994
White Water Records/Virgin
Post Grunge
Tracklist
1. Intro
2. Scared of Ghosts
3. Horse
4. Rest in Peace
5. Footsteps
6. Sunshine and Butterflies
7. Inside
8. An Illusion
9. America
10. When My Ship Comes In
11. Prayer Before Birth
Line Up
Ray Wilson (Voce)
Peter Lawlor (Chitarra, Mandolino, Cori, tutti gli strumenti su tracce 7, 8)
James Finnigan (Basso, Piano Wurlitzer, Organo Hammond)
Ross McFarlane (Batteria, Percussioni)
 
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