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Sator - Ordeal
04/10/2017
( 573 letture )
Cinque parole di cinque lettere disposte su cinque righe a comporre un testo palindromo che si aggira misteriosamente nei ritrovamenti archeologici di mezza Europa… Nel non troppo popolato mondo dei cultori dell’epigrafia latina, il cosiddetto quadrato del Sator (dal nome della prima parola che compone l’iscrizione) è da ormai quasi un secolo un enigma in cui l’arrovellamento delle sinapsi è pari solo all’impossibilità, finora, di mettere un punto fermo che ponga basi solide e definitive per l’interpretazione della frase. Da Pompei a Roma, da Cirencester alla Vaucluse, fino alle lande spagnole e ungheresi, il senso di quello che a tutti gli effetti è equiparabile a un “quadrato magico” (con annessi, potenziali risvolti cabalistici) continua a confondere gli studiosi, nonostante si stia cercando di raggiungere un relativo consenso intorno a un possibile retroterra religioso del messaggio, legato alle esperienze delle prime comunità cristiane dell’Impero Romano.
Rispetto all’incertezza che regna sul senso dell’intera frase, ci sono di sicuro molti meno dubbi su significato e affinità etimologiche del primo termine che la compone, collegato al concetto di semina e con la stessa radice di “Saturno”, divinità che in epoca latina presiedeva la mitica età dell’oro, quando l’uomo viveva inconsapevole in uno stato di narcotizzante felicità permanente senza conoscere dolore e bisogno. E’ noto, peraltro, come, quasi per contrappasso, la mitologia abbia ritagliato per Saturno uno dei ruoli più tragici del proprio arsenale; informato da una profezia che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato, il dio divorava tutta la sua progenie subito dopo la nascita pur di mantenere il trono, finché la moglie/sorella Rea non nascose il suo terzo figlio maschio, Zeus, destinato così a materializzare l’oscuro presagio.

A questo humus intriso di storia, leggenda e mistero ha attinto, per la scelta del moniker, un terzetto genovese in pista da un quadriennio e con uno splendido debut all’attivo. Con l’omonimo album del 2015, infatti, i Sator hanno fatto un ingresso trionfale nel pianeta doom a forti venature sludge, regalando cinque tracce di assoluta qualità in cui l’imponenza delle strutture di filiazione sabbathiana ha incontrato i classici miasmi soffocanti di scuola Eyehategod, senza trascurare le potenzialità offerte da “sporcature” atmosferico/melodiche che li hanno portati a lambire esiti post metal o, più spesso, psych, quando non addirittura cosmic (la magnifica Erased in chiusura di quella tracklist è forse il concentrato più accattivante dell’intera tavolozza). Quasi fisiologicamente, dopo un esordio così fragoroso, l’asticella delle attese per il prosieguo della carriera si è collocata ad altezze significative e i Nostri, freschi di approdo sotto le insegne Argonauta Records, si ripresentano ai nastri di partenza con questo Ordeal con la ferma intenzione di ripetere il miracolo del predecessore. Ancora doom e sludge in primo piano, dunque, ma, lo diciamo in premessa, l’impressione è che stavolta non tutto fili liscio e che la scintilla del coinvolgimento scocchi solo a intermittenza, pur in un quadro generale che nel complesso si tiene a più che debita distanza da anonimato o mediocrità.
Non che i Sator abbiano improvvisamente smarrito la strada della creatività o la capacità di combinare la materia caratteristicamente declinata dai due generi solcati, è solo che la mescola risulta alla prova dei fatti meno originale e più uniforme nella resa rispetto al nobile antenato. Così, se da un lato gli elementi sludge emergono ora con maggiore impatto abrasivo e dissonante a turbare la linearità delle trame, dall’altro l’impianto doom guadagna terreno sul versante dei “giri motore” complessivi, perdendo però per compensazione una parte di quella sorta di alone di maestosità che, nel debutto, fungeva da fondale perfetto su cui ricamare gli inserti psych. La nuova dimensione, peraltro, in linea teorica non pregiudicherebbe affatto la possibilità di inerpicarsi su vette artisticamente ragguardevoli, ma condizione imprescindibile diventa allora l’iniezione di dosi massicce di spettralità in grado di esaltare le decomposizioni sludge sprigionando vapori sinistri (giusto per materializzare qualche recente pietra di paragone, i Dying Sun di Transcendence e i Suma di The Order of Things hanno scritto pagine importanti, sull’argomento), ma qui il terzetto non spinge davvero a fondo l’acceleratore, centellinando un po’ troppo le concessioni al lato oscuro della propria ispirazione.
Di fronte a questi elementi di relativa debolezza, però, va detto che Ordeal mette in campo altrettanti spunti che tengono abbondantemente in linea di galleggiamento il vascello, a cominciare dall’immutata e sopraffina capacità di interrompere il flusso narrativo con improvvisi e sempre riusciti inserti ora psichedelicamente eterei ora melodici in senso stretto, passando per un’essenzialità di fondo di chiara ascendenza Saint Vitus (che funge da elemento di equilibrio tenendo ampiamente sotto controllo ogni rischio di dispersione), per finire con le prove, inappuntabili, dei tre componenti della band (con nota di merito particolare per Valy al microfono, alle prese con uno scream che va a morire soffocato dal flusso degli strumenti e si fa progressivamente sabbia sempre meno consistente).

Quattro tracce dalla durata mediamente sostenuta più una chiosa che varca chilometricamente la soglia dei quindici minuti, l’apertura delle ostilità è affidata alle spire malate di Heartache, tra gli episodi migliori dell’intero lotto grazie soprattutto alla dissolvenza lisergica del corpo centrale su cui si avventa successivamente la sei corde di Mauro con un riff fulminante, ad esaltare le solide radici hard rock del terzetto, ma è con la successiva titletrack che si raggiunge il vertice qualitativo del platter. Un avvio cadenzato alle soglie della marzialità, uno stop improvviso, una ripartenza maestosamente pesante e un gran finale in cui il doom incontra lo space rock più ipnotico, ogni dettaglio è magnificamente incastonato nell’insieme, consentendo alla band di eguagliare i fasti squadernati nel debut. Dopo l’estasi, convince molto meno la svolta tellurica di Soulride, declinata con un “eccesso di impatto” che rischia di generare saturazione, complice anche uno sbilanciamento troppo accentuato del cantato verso lidi core.
Si risale immediatamente grazie a Sky Burial, in cui i Nostri incontrano l’ombra ben più che in sottofondo dei Crowbar (non a caso, tenuto a bada e bilanciato dalla componente southern marchio di fabbrica delle premiata ditta Windstein & co., l’approccio core diventa qui un punto di forza), prima che volteggi sulla scena un raffinato sciabordio psych. È tempo però di attrezzarsi per la tappa più impegnativa ma purtroppo, alla resa dei conti, il quarto d’ora di Funeral Pyres non ripaga del tutto le attese, mostrando in diversi momenti la corda di un’eccessiva indulgenza ai cliché del genere e riuscendo a brillare più in singoli spunti che nell’insieme, a cui sembra mancare in definitiva un centro di gravità in grado di sostenere l’ambiziosa architettura. Se, infatti, l’avvio trasuda ancora di suggestioni crowbariane opportunamente declinate, l’altopiano doom che si delinea successivamente in slow motion appare un po’ troppo spoglio e la calata del sipario su onde drone/ambient alimenta qualche perplessità, sulla tenuta dell’ispirazione per una traccia così impegnativa.

Tutt’altro che un passaggio a vuoto ma con qualche chiaroscuro di troppo a minarne gli esiti, capace di solcare con buon costrutto anche se con meno coraggio del predecessore acque dalla diversa densità come quelle doom e sludge, Ordeal è un album che, senza far gridare al miracolo, merita più di un ascolto distratto. Manteniamoli comunque più che accesi, i riflettori sulle semine nel campo dei Sator.



VOTO RECENSORE
66
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Argonauta Records
Doom
Tracklist
1. Heartache
2. Ordeal
3. Soulride
4. Sky Burial
5. Funeral Pyres
Line Up
Valy (Voce, Basso)
Mauro (Chitarra)
Drugo (Batteria)
 
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