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Svartsyn - In Death
11/10/2017
( 518 letture )
È un’agenda decisamente colma di appuntamenti quella della Agonia Records, prolifica label polacca costantemente impegnata nel mantenere fulgida la fiamma del black metal attraverso la divulgazione del verbo delle più attive realtà underground internazionali.
Ad ampliare il già nutrito catalogo dell’etichetta si aggiunge il nuovo opus della one man band svedese Svartsyn, giunta al ragguardevole traguardo del nono capitolo discografico, il quarto in ordine temporale per la scuderia esteuropea. Una lunga carriera per la creatura di culto plasmata da Ornias nel lontano 1991, dapprima sotto il monicker Chalice poi modificato tre anni dopo in quello corrente, sbocciata nel pieno dell’ondata di metallo nero che ha travolto la Scandinavia e segnato un indelebile marchio nella storia della musica estrema. Da sempre garante di una proposta totalmente immune ai compromessi e alle mode che il trascorre del tempo porta con sé, il polistrumentista di Nynäshamn torna a ribadire con veemenza il proprio intento artistico nelle sette tracce di In Death.

L’attacco fulmineo di Seven Headed Snake anticipa i contenuti di questo platter come un monito incontrovertibile. Il suono delle chitarre è pieno e robusto, nella prima parte prevalentemente sostenuto da un letale drumming in blast beat, nel prosieguo alternantesi con un glaciale incedere in mid tempo. Le atmosfere sono rese ancora più minacciose dall’ottima prova al microfono di Ornias, in possesso di uno stile vocale che differisce dal classico screaming, configurandosi più come una ferale reinterpretazione del cantato black/thrash appartenente alla vecchia scuola.
Il mood della successiva Dark Prophet è certamente meno intenso, caratterizzato da un songwriting più indirizzato verso l’aspetto melodico del riffing e guidato da una batteria che detta il passo con moderate rullate di doppia cassa. A tal proposito, l’intera prestazione dietro le pelli di Hammerman, unico session a prestare servizio, è di meritevole menzione. Il drummer mostra agile capacità nel saper personalizzare con interessanti filler ed accenni di tempi dispari una tipologia di musica che, per intrinsechi connotati ed esigenze esecutive, spesso adotta uno stile più snello mirato alla funzionalità piuttosto che alla forma.
Le ritmiche tornano a proporsi su livelli piuttosto sostenuti nella tellurica With Death, un brano fondato sul sinusoidale connubio tra le cadenzate martellate del thrash e la velocità del black, concedendo solo sul finale una divagazione in territori doom.
La prerogativa dell’eterogeneità nella metodologia compositiva adottata si manifesta nel principio rockeggiante di The Wild Mask, preludio di un pezzo di considerevole minutaggio che si snoda tra articolate stesure e, più semplici rimandi darkthroniani del periodo più criptico nei frangenti quieti.
La successiva Wilderness of the Soul ricalca le linee tracciate dall’opener, un inizio diretto e brutale che va a placarsi durante le strofe, costruite su sequenze chitarristiche e percussionistiche di tutt’altro che elementare caratura tecnica. A seguire, Black Thrones of Death si distingue per la dissonanza del lavoro alle sei corde, fedelmente supportate dal consueto drumming creativo, ma che non lesina le classiche ed impietose sfuriate.
L’epilogo del disco, Exile in Death, è, rispetto alle canzoni precedenti, leggermente meno ispirato e più autocitazionista, scorrendo via riprendendo temi già sviscerati e senza incidere sull’economia globale del disco.

In conclusione, sebbene non si riscontri nella musica degli Svartsyn alcun reale apporto innovativo, In Death può essere criticato come un’espressione contemporanea del primordiale spirito del metal estremo. Nei quarantasei minuti che si susseguono, infatti, l’innata ferocia del puro black metal svedese è ammaestrata in una proposta razionale e tecnica che include al suo interno evidenti influenze thrash e death, ponendo l’accento su un saldo legame con le proprie origini. L’aspetto più considerevole, come qualche riga sopra affermato, è determinato da una fase di scrittura ricercata e mai banale, tanto da rendere talvolta l’ascolto a tratti impegnativo ed ostico. Ciascuna traccia è inoltre valorizzata da una produzione ed un mixaggio di grande qualità, che esaltano con un perfetto equilibrio tra ruvidezza e potenza tutti gli elementi del sound.
Detto ciò, se l’album probabilmente non farà breccia nel cuore degli ascoltatori che più hanno apprezzato il black metal nella sua versione alterata e contaminata, indubbiamente incontrerà il gradimento dei fan più tradizionalisti che sapranno riconoscere in esso il vessillo di un genere che se suonato con attitudine, criterio e rispetto dei suoi archetipi ha ancora oggi parecchio da offrire.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
85 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2017
Agonia Records
Black
Tracklist
1. Seven Headed Snake
2. Dark Prophet
3. With Death
4. The White Mask
5. Wilderness of the Soul
6. Black Thrones of Death
7. Exile in Death
Line Up
Ornias (Voce, Chitarra, Basso)

Musicisti Ospiti
Hammerman (Batteria)
 
RECENSIONI
75
 
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