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Neo Noire - Element
12/10/2017
( 1021 letture )
I Neo Noire emergono sul mercato discografico insieme alle miriadi di altre band che si apprestano a fare il gran salto, nella speranza di partire dal basso per poi salire verso la superficie come fa il colore nella cover dell’album. La loro madre patria è la neutralità per eccellenza ed allo stesso modo il loro sound è molto neutro, o meglio riesce ad agglomerare un nutrito numero di influenze provenienti da generi diversi senza però farne prevalere uno rispetto ad un altro. Grandi fonti d’ispirazione si possono rilevare nelle band rock alternative che spopolavano in California nei primi anni ’90 come Jane’s Addiction e Smashing Pumpkins, ma relegare la loro proposta solamente alle sonorità di questi due nomi, per quanto iconici, sarebbe alquanto riduttivo.

Ascoltando l’opener Walker difatti si capisce subito come il quartetto di Basilea abbia intenzione di intraprendere sin da subito una strada personale, che non si limita a riproporre qualcosa di già sentito quindi ma che cerca di aggiungere del nuovo. La traccia è anche il primo singolo dell’album, quindi è lecito attendersi grandi cose già in partenza ed in parte è così, accogliendo l’ascoltatore con il suo incedere groove, quasi marziale nella sua ripetizione, con una batteria quadrata che precede l’arrivo della voce, allucinata come fu quella di Billy Corgan per la generazione X. La canzone è il giusto mix di oblio e alienazione, regalando alcuni momenti sognanti ed altri più ansiolitici, specialmente durante il bridge. Ancora grunge nel secondo episodio del lavoro, ma in salsa più southern, sia per via dell’intro fortemente western sia per il cantato, accompagnato in certi frangenti da un giro di chitarra che potrebbe tranquillamente essere sostituito da una fisarmonica, specialmente durante la fase centrale. Ciò non è necessariamente negativo, anzi verso il finale un assolo pensa ad alzare il tiro della canzone che scorre via facendosi ascoltare senza cadere nella monotonia. Già qui però si iniziano ad intravedere i difetti di questo prodotto: il fatto che pur essendo suonato egregiamente, pur alternando momenti lenti ad altri più movimentati, sembra andare avanti per inerzia senza riuscire a decollare.
Ci prova con la successiva e più rombante Shotgun Wedding, che sfodera sia grinta sia una discreta imitazione del primo James Hetfield, per capirci quello che sbraitava il suo disagio in Kill Em All, seppur con molta meno aggressività. La traccia è energetica e il ritornello per la prima avvolta riesce ad avvolgere l’ascoltatore come si deve. Il bridge richiama forse un pò troppo una certa hit dei Foo Fighters ma ci pensa un altro assolo di chitarra a catturare l’attenzione e spazzare via ogni pensiero malizioso. Dopo una botta adrenalinica del genere si torna su binari più consoni al grunge, con una ritmica minimalista e dei riff ipnotici, in una dimensione sospesa tra gli stessi Smashing Pumpknins ed i Korn più sperimentali e malinconici, in un trionfo di claustrofobia che culmina con l’outro inquietante. Dopo una Elements ancora figlia di quel Mellion Collide and the Infinite Sadness che fece storia vent’anni fa troviamo una Spark che si destreggia tra vari cambi e infinite modulazioni vocali, rendendo il brano variegato quanto un quadro di Picasso, candidandosi ad essere il miglior episodio dell’intero lavoro, grazie ad un assolo straripante e un ritornello dalla voce ammaliante che ipnotizza l’ascoltatore. Con la title track si torna a picchiare un po’ di più, risultando di per sé una traccia abbastanza atipica considerando gli standard dell’album, con una voce ruvida che aggredisce già da subito trasmettendoci una profonda sensazione di disagio che si trasporta anche durante il ritornello. Il compito di congedarci è affidato ad Infinite Secrets, il brano più lungo di tutti con i suoi undici minuti spaccati, quasi una suite, dove si danno il cambio momenti più energici, come nel caso dell’assolo di chitarra e della parte conclusiva, ad altri prettamenti sperimentali, a volte rischiando di risultare anche dispersivi.

Nonostante sia un prodotto splendidamente composto ed ancor più splendidamente eseguito, rimane però un problema di fondo, il quale rischia seriamente di compromettere la valutazione del lavoro stesso, penalizzandola forse più di quanto meriterebbe. Non è una questione di rimandi al passato e non è nemmeno una questione di velocità o mancanza di mordente, perché l’obiettivo del genere proposto non è farci scapocciare tutto il tempo e comunque quando è il momento di mostrare un po’ di cattiveria i nostri non si tirano indietro. Il problema che sta alla base è molto più semplice, ovvero il non riuscire, escluso rarissimi frangenti, a creare dei passaggi che rimangano impressi in testa e che riescano a coinvolgere. Non che non ci siano momenti emozionanti, ma a volte ascoltare l’album risulta eccitante quanto guidare in autostrada a 30 km orari. Questo non significa necessariamente dover schiaccare a tutti i costi sull’accelleratore, anzi molti dei momenti migliori del lavoro si verificano durante le parti lente e malinconiche, ma il riuscire a fare breccia dentro l’ascoltatore, in modo che possa recepire chiaramente il messaggio che si vuole trasmettere con questa release. Si tratta quindi non dell’odiosissimo e stra abusato “bravo ma non si applica”, bensì di trovare semplicemente la formula giusta, in modo da canalizzare le energie e la propria abilità in modo efficace e raggiungendo così il risultato meritato.
Un album non brutto, ben eseguito e per nulla monotematico che si lascia ascoltare tranquillamente, sarebbe stato più che sufficiente se fosse uscito una ventina d’anni fa, ma nella caotica situazione attuale, con il mercato saturo di uscite discografiche e con tantissime band che cercano di emergere, per distinguersi dagli altri ed avere una marcia in più occorre per forza lasciare il segno già da subito. Questa volta i Neo Noire non ci sono del tutto riusciti, portando comunque a casa una risicatissima sufficienza politica, ma con un po’ di fortuna e focalizzandosi sul songwriting, non c’è dubbio che il giudizio possa alzarsi elogiando un lavoro ben più che dignitoso. In alcuni casi a fare la differenza è un elemento.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Czar of Revelations
Alternative Rock
Tracklist
1. Walker
2. Save Me
3. Shotgun Wedding
4. Home
5. Element
6. Spark
7. Neo Noire
8. Infinite Secrets
Line Up
Thomas Baumgartner (Voce, Chitarra)
Frederyk Rotten (Voce, Chitarra)
Frank Kalwies (Basso)
David Burger (Batteria)
 
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