Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Living Colour
Shade
Demo

In Vain (SPA)
IV
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

14/12/17
HAMKA
Multiversal

15/12/17
AVENGED SEVENFOLD
The Stage - deluxe edition

15/12/17
DIRGE
Alma | Baltica

15/12/17
OBSCURE BURIAL
Obscure Burial

15/12/17
AERODYNE
Breaking Free

15/12/17
NEIGE MORTE
Trinnt

15/12/17
ASKING ALEXANDRIA
Asking Alexandria

15/12/17
MATERDEA
A Rose for Egeria - Deluxe Edition

15/12/17
MISTHERIA
Gemini

15/12/17
DSEASE
Rotten Dreams

CONCERTI

12/12/17
NORTHLANE + ERRA + INVENT ANIMATE + OCEAN GROVE
LEGEND CLUB - MILANO

12/12/17
MICHAEL ANGELO BATIO & BLACK HORNETS
POCOLOCO - PAGANICA (AQ)

12/12/17
INGLORIOUS + DOBERMANN
SALUMERIA DELLA MUSICA - MILANO

14/12/17
GENUS ORDINIS DEI + GIGANTOMACHIA
TRAFFIC CLUB - ROMA

15/12/17
MOLLY HATCHET
BLOOM - MEZZAGO (MB)

15/12/17
SPEED STROKE + GUESTS
ALCHEMICA MUSIC CLUB - BOLOGNA

15/12/17
ELVENKING + ANCESTRAL
CIRCOLO COLONY - BRESCIA

15/12/17
IFMT WINTER FEST (day 1)
CENTRO GIOVANILE CA VAINA - IMOLA

16/12/17
JOHN DALLAS + GUESTS
ALCHEMICA MUSIC CLUB - BOLOGNA

16/12/17
CADAVERIA + GUESTS
CRASH - POZZUOLI (NA)

Tin Machine - Tin Machine
16/10/2017
( 581 letture )
Nel 1988 il mondo della musica, specialmente per quanto concerne l’ambito del rock, viveva un periodo di transizione, ancora ignaro della rivoluzione che sarebbe avvenuta di lì a qualche anno, con il decennio successivo che avrebbe portato l’avvento del grunge e la crisi creativa degli artisti che proprio negli anni ottanta avevano contribuito a rendere la musica leggendaria. Tra questi ci fu anche un certo David Bowie, il quale, prima con i Lower Third e poi con la sua carriera solista, era ai vertici del panorama musicale da almeno vent’anni grazie alle sue capacità di trasformista, ma che sul finire degli anni ottanta stava affrontando una fase transitoria della propria vita. Un periodo di riflessione, dovuto probabilmente alla necessità di prendersi una pausa dal ruolo di superstar del pop, stanco di essere costantemente sotto ai riflettori e saturato dal successo commerciale. E’ in questo contesto che Bowie coglie l’occasione di prendere le distanze dall’ambiente mainstream, riciclandosi in un ruolo certamente più appartato dietro il monicker Tin Machine. Un progetto certamente estemporaneo, ma non per questo da cestinare. All’epoca riuscì a riscuotere attenzione e al contempo critiche, dovute forse al fatto che i fan dell’epoca si aspettavano altro dall’autore di China Girl. L’album di debutto, sotto l’egida del colosso EMI, vede la luce l’anno successivo, quel 1989 che può fregiarsi di moltissime uscite di spessore come The Miracle dei Queen o il debutto degli Skid Row, ma che fu anche testimone di questo primo prodotto scaturito dalle menti del Duca Bianco, il chitarrista Reeves Gabrels, autore in primis della svolta nella carriera di Bowie e i due fratelli Sales, che avevano collaborato con il cantante negli anni Settanta.

Che l’approccio sia diverso rispetto alle ultime release di Bowie lo si capisce già da subito, sia per quanto riguarda la composizione, sia per quanto riguarda lo spirito selvaggio di cui probabilmente il frontman necessitava per ritrovare sé stesso. L’opener Heaven’s in Here, ne è forse l’esempio più calzante, dove la chitarra contiene nei suoi riff delle venature hard rock tanto classiche quanto fondamentali, le stesse che hanno contribuito a formare la nascita e lo sviluppo del genere stesso. Il cantato duetta con i giri di basso creando un dipinto omogeneo e basilare, in cui tutto si amalgama alla perfezione, dando spazio verso il finale di canzone alla più sfrenata libertà creativa. La band track Tin Machine è dominata da una chitarra schizofrenica e da un ritmo ostinato, con un cantato talmente eighties da piantarsi in testa come un chiodo in una parete, mentre la parola "Tin Machine" viene ripetuta all’inverosimile. Diverso l’approccio per quanto riguarda Prisoner of Love, che si avvicina maggiormente alle sonorità del Bowie solista, se non altro quello dei primi lavori, mentre Crack City si contraddistingue per il fulgido lavoro di batteria, con rullate secche e cambi di tempo azzeccati, e per la cura dietro i cori. Il tutto contribuisce assieme alle sterzate di chitarra e alla voce grintosa del duca a rendere il brano uno dei migliori tra i quattordici che compongono. In I Can’t Read si può ritrovare un tentativo di totale sperimentazione, passando dalle strofe pacate e flemmatiche allo sfogo con tanto di urla liberatorie durante il finale. Più lineare nella sua forma canzone la tiratissima Under the God, dove il gruppo può mostrare la sua vena più aggressiva sguinzagliando una chitarra schizofrenica che non avrebbe potuto trovarsi in un album di Springsteen. Si trova spazio anche per un omaggio a John Lennon con Working Class Hero, canzone che negli anni verrà coverizzata molte volte e in generi diversi, spesso anche in modo brillante, a dimostrazione di quanto l’eredità artistica dell’ex Beatles sia ancora tanto inamovibile da ottenere il giusto tributo dalle generazioni successive. Nella seconda parte della tracklist si assiste ad un leggerissimo calo a livello qualitativo, ma riesce a difendersi bene e a giustificare il minutaggio di quasi un’ora con Video Baby Crime e la conclusiva Baby Can Dance, contraddistinta da un finale totalmente senza freni, chiudendo con un’ultima scarica di disordinata adrenalina dopo l’ultimo ritornello.

I Tin Machine proseguiranno la loro carriera pubblicando il seguito di quest’album, intitolato appunto Tin Machine II, che continuerà sulla falsariga del debutto, seppur con risultati inferiori e con una copertina più focalizzata verso l’ambito anatomico, sancendo l’inizio di quella che sarà la parabola discendente del progetto.
Per quanto riguarda quest’album sicuramente non si può definire un album che brilla di luce propria, ma che nemmeno sfigura rispetto ad altre uscite contemporanee, affermandosi come un lavoro sì poco più che discreto ma sicuramente onesto, con la prerogativa di far recuperare all’icona del pop la spontaneità della sua vena compositiva. Forse troppo bistrattato dalla critica ai tempi, la cui unica colpa è stata di essere valutato solo con l’ottica di essere un lavoro di Bowie e prendendo in considerazione solo quel preciso elemento, non tenendo in considerazioni le notevoli capacità del resto dei componenti, che invece contribuiscono a dare il loro apporto in modo significativo, rimanendo però all’ombra dell’ingombrante figura dietro il microfono.
Detto questo, sicuramente questa release piacerà a chi prova assuefazione per qualunque cosa esca dalla voce del Duca Bianco, ma potrebbe essere apprezzata anche da quelli che non hanno simpatia per la sua produzione solista, dal momento che questo prodotto esce dagli schemi tipici della carriera da pop star con la quale siamo abituati a identificarlo.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
68.25 su 4 voti [ VOTA]
Blackstar
Sabato 18 Novembre 2017, 9.44.36
5
Trascurabilissimi sia questo che TIN Machine 2 ed il relativo live (tutta la discografia in pratica...)
Shadowplay72
Lunedì 6 Novembre 2017, 0.08.39
4
Per me invece era ed è un bell'album.voto troppo basso!
kurujai
Mercoledì 18 Ottobre 2017, 10.03.26
3
ecco questo è il pedice della carriera di bowie cominciato con never let me down , poi ci sarà una lenta risalita che culmina in outside . per quanto adori il duca questo disco non si può proprio sentire
Rob Fleming
Martedì 17 Ottobre 2017, 17.23.54
2
Questo è un album bellissimo che risolleva Bowie dai mediocri anni '80. Heaven's Here, Tin Machine e soprattutto Under the God (un brano per me assolutamente perfetto) sono pezzi strepitosi; così come è assolutamente credibile la cover di Lennon. 80
good times bad times
Martedì 17 Ottobre 2017, 13.58.42
1
Pubblicizzati come r n r machine.....meglio di alcune macchine moderne black tie white noise I love winchester
INFORMAZIONI
1989
EMI
Rock
Tracklist
1. Heaven's in Here
2. Tin Machine
3. Prisoner of Love
4. Crack city
5. I Can't Read
6. Under the God
7. Amazing
8. Working Class Hero
9. Bus Stop
10. Pretty Thing
11. Video Crime
12. Run
13. Sacrifice Yourself
14. Baby Can Dance
Line Up
David Bowie (Voce)
Reeves Gabrels (Chitarra, Cori)
Tony Fox Sales (Basso, Cori)
Hunt Sales (Batteria, Cori)
 
RECENSIONI
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]