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Mr. Big - Bump Ahead
21/10/2017
( 1014 letture )
Il terzo album di una band sensazionale dal punto di vista tecnico ed esecutivo, ma a mio parere un po’ freddina. Grandi e mega virtuosismi all’insegna di un hard rock variegato e cangiante con performance da leccarsi i peli dei polpacci, ma personalmente non ho mai perso la testa per i Mr. Big. Il quartetto, però, rappresenta un combo per il quale provo immenso rispetto per come hanno saputo nascere, evolversi, diventare universali, resistendo alle invasioni barbariche delle camicie di flanella e jeans devastati, unitamente alle tematiche nichiliste che scossero, dalle fondamenta, il biz in terra americana. Nel ‘93 i quattro musicisti tornano alla ribalta con questo Bump Ahead e la ricetta, a grandi linee, ricalca il canovaccio dei primi due dischi che li fecero assurgere prepotentemente allo status di big act: una miscela elegante, quasi di nicchia, al servizio di ogni ascoltatore, con evoluzioni pazzesche da parte dei singoli strumentisti. Inutile star qui a decantare, per l’ennesima volta, i prodigi a sette note di grandi "maestri" come Paul Gilbert, Billy Sheehan e Pat Torpey. Il lavoro viene gettato sul mercato il 17 settembre 1993, guarnito da una copertina astrusa, e vede alla produzione, mixaggio e al engineering un mostro sacro come Kevin Elson che ha lavorato con nomi che fanno tremare i polsi quali Journey, Lynyrd Skynyrd, Europe, Night Ranger, tra gli altri, insomma un produttore con un gusto AOR e american rock molto spiccato.

L’intero terzo CD dei Mr. Big si dipana lungo un susseguirsi di pezzi luminescenti, performanti e arrangiati in maniera eccezionale, con un sound che acchiappa senza per forza dover limare le componenti più aspre e dure del trademark della band, nate proprio con Elson sin dal primo album pubblicato; una sorta di saga che continuava imperterrita nonostante il mercato fosse stato radicalmente rivoluzionato e sminuzzato.
La vorticosa Colorado Bulldog spacca gli indugi con una bomba ad alti ritmi tra rock e swing, interludi jazzati e melodie accattivanti, con il basso che trattoreggia imperversando, ma tutti ci danno dentro alla grande con la chitarra di Gilbert che sprizza scintille, insomma un opener nel solco del quartetto più virtuoso dei nineties. Price You Gotta Pay si dimostra lucida e nerboruta, innescata da una buona vena melodica e il singing ruvido di Martin, sostenuto da un solismo a base di armonica a bocca e chitarra elettrica, Promise Her the Moon va dritta nella direzione ballad, campo che ha riservato fortune e lodi alla band. Il pezzo cerca consensi tra sentieri romantici e spremute di cuore, con il singer sugli scudi, una buona canzone ma non certo il miglior "lentone" fuoriuscito dalla penna compositiva del quartetto, mentre What It’s Gonna Be è un maturo pezzo hard con le contropalle, fluidificato da un chorus indimenticabile e una struttura quadrata e inscalfibile, le chitarre sono tetragone, le armonie secche senza arzigogolature, ma inoculano veleno dritto al cuore metallico dei fans con spruzzi funkeggianti. Wild World è la cover della celeberrima song di Cat Stevens, una grandissima riuscita semplicemente perfetta per l’airplay in radio, ma, c’è un ma. Lo sviluppo è rotondo, strappapplausi, le tonalità di Martin si adattano come decalcomanie al percorso armonico: la band puntò molto su questo spaccato per fare disastri nelle chart, invece il singolo non fece sfracelli e si arrampicò solamente al 27esimo posto di Billboard. Campanaccio tra i tom e scocca l’ora di Mr. Gone, brandello elaborato con un giro di basso devastante, cori eccitanti, le chitarre trapanano le orecchie, l’atmosfera è sagace e cesella un gioiello di valore inestimabile, The Whole World Is Gonna Know ha un andamento asciutto e diretto, i cori sono trionfali e copiosi, un pezzo di buona qualità senza rivoltare l’inferno nel trovare perizia ed ispirazione, mentre con Nothing But Love si vola verso i lidi più lenti, per una canzone forte di arrangiamenti orchestrali con archi in evidenza, cori celestiali e un gran bel assolo di Paul Gilbert, un episodio anomalo per i canoni del combo ma ben riuscito certamente. Temperamental cola da una chitarra ritmica che mi ricorda sull’attacco gli Extreme, la pacca di batteria di Torpey è notevole in uno scheletrato potente e melodie in linea, una buona riuscita con qualche venatura jazzy a fiorire qua e là, Ain’t Seen Love Like That vive su un pezzo acustico di ottimo impatto, melodie brillanti e un ritornello fulgido, una sorta di continuazione del fortunatissimo edit single To Be With You, mentre l’epilogo viene affidato ad una ennesima cover, quella Mr. Big, tratta dal primo disco dei Free del 1970, alla quale la band si ispirò per la scelta del fortunato nome. Chitarra strappata per tutto il timing, pathos acuto, il riff colossale partorito dalla mente di Paul Kossoff viene corroborato e dilatato da Gilbert, il basso di Sheehan scala pareti rocciose ed Eric Martin non sfigura di certo a paragone del suo predecessore dietro al microfono, il mitico Paul Rodgers.

Bump Ahead è un’ottima uscita ma manca certamente di qualcosa rispetto ai predecessori, per non parlare dei risultati di vendite che non lo premiarono più di tanto. Il CD ebbe un discreto successo, soprattutto in Giappone, landa nella quale i Mr. Big sono, ancora oggi, rockstar di assoluta grandezza, negli States, invece, le cose non andarono benissimo. L’album risentiva della mancanza di un singolo importante, un po’ come era accaduto in Lean Into It, con la magnifica To Be with You che era arrivata al numero 1 delle classifiche di vendita di Billboard, trainando l’album verso lo status di best seller, guadagnandosi il platino, questo senza dimenticare il panorama dell’epoca, complice anche l’apocalisse grunge in pieno corso. I Mr. Big sono bravi, divertenti e scanzonati, vi invito a visionare sul tubo un video girato in Giappone dove eseguono seriamente Smoke on the Water, ognuno con strumenti e ruoli diversi: lo spirito della band è emblematico, oltre ad un bagaglio semplicemente eccezionale. Questo full length rappresenta la chiusura di una triade, probabilmente irripetibile. Nonostante la qualità indubbia sciorinata, rimane un gradino più in basso rispetto all’esordio e all’esplosivo secondo capitolo. Lunga vita al Signor Grande.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
92 su 2 voti [ VOTA]
Metal Shock
Lunedì 23 Ottobre 2017, 14.19.16
6
Per me il top della band si raggiunge con i primi tre album, con Lean into it al di sopra degli altri. Anche questo e` quindi un gran disco da 85 pieno.
InvictuSteele
Lunedì 23 Ottobre 2017, 11.54.20
5
Hai scritto bene Frankiss, anche per me è sempre risultati freddina come band. Detto ciò penso che questo sia un grande album ma che viene schiacciato da quello prima (Lean into it) e quello dopo (Hey man) che sono due capolavori. Voto 80.
Diego
Domenica 22 Ottobre 2017, 12.41.29
4
Grande, grandissimo album. Non saprei scegliere tra questo e Lean Into It, a seconda degli stati d'animo preferisco uno all'altro...
EVH
Domenica 22 Ottobre 2017, 9.52.03
3
stupendo album .... altre parole NON servono .
Argo
Sabato 21 Ottobre 2017, 19.39.44
2
Il mio cd preferito di questa band. Penso sia molto più spontaneo dei primi 2, che erano troppo perfettini.
Necrolust
Sabato 21 Ottobre 2017, 19.12.45
1
Disco dannatamente sottovalutato da sempre e a mio parere, bellissimo. L'assolo di "The Whole World Is Gonna Know" ogni volta che lo sento mi da i brividi. Ottima recensione !
INFORMAZIONI
1993
Atlantic Records
Hard Rock
Tracklist
1. Colorado Bulldog
2. Price You Gotta Pay
3. Promise Her the Moon
4. What It’s Gonna Be
5. Wild World
6. Mr. Gone
7. The Whole World Is Gonna Know
8. Nothing But Love
9. Temperamental
10. Ain’t Seen Love Like That
11. Mr. Big
Line Up
Eric Martin (Voce)
Paul Gilbert (Chitarra)
Billy Sheehan (Basso)
Pat Torpey (Batteria)
 
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