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Fleurety - The White Death
25/10/2017
( 457 letture )
Ve li ricordate, i Fleurety?
Se la risposta è no, la colpa non va data ad una memoria zoppicante e incapace di ricordarsi specifiche discografie, bensì nel fatto che l’ultima fatica di questo eccentrico duo norvegese, il mai troppo poco sperimentale ed avanguardistico Department Of Apocalyptic Affairs, risale addirittura all’ormai lontanissimo anno 2000. Con la sola eccezione di una manciata di EP (interconnessi tra loro e recentemente raccolti nella compilation Inquietum), per altro concentrata nel decennio corrente, i Fleurety non hanno infatti dato notizia di sé dall’inizio del millennio, decidendo di rompere il silenzio solo in questo 2017 ormai al termine, pubblicando un nuovo album sotto l’egida, questa volta, di un mostro sacro come la Peaceville Records.

Questa nuova release, intitolata The White Death, vede mantenere inalterato il nucleo della storica line-up a due di questa formazione, accompagnata in questa sede da ospiti di un certo calibro, tra cui spicca la performance al basso e alla voce di Czral-Michael Eide (già Aura Noir). Le otto tracce in esso contenute, nonostante il minutaggio più breve della loro discografia quando si tratta di prove sulla lunga distanza, dimostrano come la pazzia degli scandinavi si sia mantenuta pressoché inalterata nel tempo, andando con questo disco a rispolverare e rinvigorire in maniera più netta ed evidente le loro originarie radici black metal, come mostra immediatamente la matta ed omonima opener, monolitico scoglio iniziale dal tosto minutaggio, che si apre senza fronzoli né intro, spingendoci a forza in un mondo suadente ed ipnotico, di non facile assimilazione. Al suo interno, infatti, vanno ad intrecciarsi senza prevedibilità, ma non per questo mancando di coesione, vocals rabbiosi in growl supportati da un drumming furioso, una voce femminile (quella dell’ospite Linn Nystadnes) pulita e lenta a cui si accompagnano dilatati riffing che vanno di pari passo ad un synth magnetico e volutamente disorientante, che ci portano con sé, sfociando nel finale in un duo tra soavi cori e un breve narrato, nuovamente femminile. La successiva, anch’essa non di meno mastodontica (i tre pezzi più lunghi del lotto vengono infatti concentrati in inizio e chiusura platter), The Ballad of Copernicus elabora quanto offerto fino a quel punto, disarmando ulteriormente l’ascoltatore con un’intro cadenzata e cesellata tra il clean di Svein Egil Hatlevik ed un semplice ma atmosferico flauto, mantenendosi lenta e proggheggiante come da titolo per la sua intera durata, inseguendo fino alla fine il narrato con l’ausilio di sporadici cori ed un corposo riffing. Segue la traccia “electro-black metal” del lotto, Lament of the Optimist, dove il growling e gli elementi più puramente da fiamma nera già menzionati in precedenza vanno a scontrandosi, con una certa fluidità, con inserti più propriamente elettronici di un synth a tinte spaziali e un vortice ossessivo di voci secondarie, complice anche una chitarra più scanzonata, ed una Trauma che inizia lenta e mielata, elaborandosi poi con un narrato contemporaneo femminile, per poi divampare in un improvviso ma breve incendio black che fa a cazzotti con il ritornato flauto, reintrecciandosi in seguito in un strano arabesco con il clean parlato e chiudersi con la medesima lentezza iniziale. Ve li ricordate adesso, i Fleurety? Quelli bizzarri e fuori dagli schemi? Ecco.
Intermezzata da una suadente e breve Future Day, scorrevole come una strumentale pur senza esserlo, che sembra voler deliberatamente lasciare respiro ad un ascoltatore a tratti un po’ intontito dalla caleidoscopicità del full-length, la seconda metà dell’album si snoda tra alienazioni distorte e suggestioni inedite, con una chitarra e una voce spesso e volentieri saldamente con due piedi nel metal (black, ma non solo) e quanto loro vorticosamente accompagna ad esplorare lidi anche molto distanti, apparentemente senza limite alcuno, senza mai sfociare nel banale, bensì affascinando e instillando continui (perlopiù produttivi) dubbi in chi ascolta.

Sicuramente un album che si spinge oltre molti limiti passati ed oltre i limiti di molti, tanto che non viene difficile chiedersi quanto potrà essere ampia la fetta di pubblico che riuscirà a comprendere ed apprezzare, dopo i dovuti, ripetuti ascolti, quanto proposto da questi due pazzi norvegesi, capaci di creare un cocktail intrigante mischiando elementi di mondi differenti e diversissimi, shakerandolo con il loro unico tocco di avanguardia disturbante. Non facendosi davvero mancare nulla e schifando nuovamente ogni qualsiasi etichetta e limite, i Fleurety ci fanno capire che ci sono ancora, ritornando al black senza circoscrivere ad esso la propria proposta, e che un solido ventennio di militanza alle spalle non ha fatto altro che elaborare ulteriormente la loro pazza logica onirica che regola e pervade i loro lavori, anche al costo di apparire indigesti ai più.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
58 su 1 voti [ VOTA]
Shadowplay72
Domenica 5 Novembre 2017, 0.57.02
2
A me invece piace,e non lo trovo affatto moscetto.comunque e' avant-garde metal,non black!
Pacino
Giovedì 26 Ottobre 2017, 13.16.18
1
li ricordo, ma non ne sentivo la mancanza, disco moscetto, voto 58
INFORMAZIONI
2017
Peaceville Records
Black
Tracklist
1. The White Death
2. The Ballad of Copernicus
3. Lament of the Optimist
4. Trauma
5. The Science of Normality
6. Future Day
7. Ambitions of the Dead
8. Ritual of Light and Taxidermy
Line Up
Svein Egil Hatlevik (Voce, Synth, Batteria)
Alexander Nordgaren (Chitarra)

Musicisti Ospiti
Linn Nystadnes (Voce)
Filip Roshauw (Voce)
Krizla (Flauto)
Carl-Michael Eide (Basso, Voce)
 
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