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Tyler Bryant & The Shakedown - Tyler Bryant & The Shakedown
29/10/2017
( 320 letture )
Con una copertina che riporta subito alla mente il glamour più romantico, selvaggio, sporco e poetico, quello di Johnny Thunders, Dogs D’Amour e quello alcolico e ruspante dei The Quireboys, arrivano al loro secondo album Tyler Bryant & The Shakedown, col loro secondo album, il primo per la Snakefarm Records, sottoetichetta della nota Spinefarm, che riceve il proprio battesimo proprio con questa uscita. Il giovanissimo Tyler proviene dal Texas, ma ha trovato casa a Nashville, richiamando qua gli altri componenti della band, tra i quali Graham Whitford, prelevato da Boston, città nella quale viveva col padre Brad (sì, quel Brad Whitford). La casa base non è ovviamente stata scelta tirando una moneta in aria, ma vuole giustamente richiamare col proprio nome quell’immaginario fatto di blues, jazz, rock’n’roll e country, che ne fanno una delle capitali musicali degli Stati Uniti e, di conseguenza, della musica moderna. Così come non è casuale il look, non lo è neanche la scelta del monicker e dell’immagine di copertina. Tutto confezionato ad arte e sicuramente anche con sentimento, per testimoniare la propria appartenenza ad una scena precisa. Dal 2009 i nostri calcano i palchi degli States e il debutto Wild Child è ormai datato 2013, seguito dall’EP The Wayside del 2015 e da numerosi tour come spalla ad AC/DC, Aerosmith, B.B. King, Eric Clapton, Jeff Beck, ZZ Top, Guns n' Roses e Deep Purple e scusate se è poco, per una band che non tenta assolutamente di vendere fumo, ma semplicemente di inserirsi in una tradizione fatta di palchi, sudore, ore di prove e tanta voglia di vivere il sogno del rock’n’roll fino all’ultimo secondo.

Venendo più direttamente alla musica proposta in questo Tyler Bryant & The Shakedown, c’è da dire che forse partendo da tutte queste premesse, si rischia di rimanere un po’ storditi da quanto poi la band ci propone. In effetti, tutto quello che è l’immaginario di riferimento risuona per ogni secondo all’interno dell’album: blues, rock’n’roll, glam, un bel po’ di Heartland rock, ma anche post grunge, psichedelia, stoner e qualche altro vago accenno di modernità che si insinua nelle trame. Un background enorme, per certi versi anche omogeneo, ma forse davvero troppo vasto da maneggiare. Un po’ come pretendere di esaurire tutta la cucina italiana partendo dall’inizio di un tavolo lungo venti metri colmo di pietanze da mangiare tutte in una volta, una di seguito all’altra. Sostituiamo i venti metri di lunghezza, con le undici canzoni per quasi quaranta minuti totali e si avrà l’idea di quello che è un primo problema del disco. La band in realtà sa esattamente quello che fa da un punto di vista musicale: la competenza strumentale c’è tutta e anche le non troppo fluenti parti soliste dimostrano a pieno buon gusto e fondamentali di tutto rispetto, assolutamente posti al servizio dei brani. Anche a livello compositivo i ragazzi riescono se vogliamo a tenere a bada tutti i vari ingredienti, con una competenza che ne certifica l’attento e riuscito approfondimento compiuto per apprendere e possedere tutti i generi che confluiscono nella loro musica. Semmai, l’altro difetto che colpisce l’album è proprio la scolasticità con la quale le canzoni vengono confezionate: tutto ben fatto, tutto al suo posto, tutto riuscito, ma anche quasi tutto piuttosto superficiale e telefonato, con pochissime o pressoché nulle sorprese e una generale sensazione di sapere sempre ed esattamente dove le canzoni andranno a parare. Eppure, nonostante questi due difetti, tutt’altro che trascurabili, quello che comunque non viene mai meno è la certezza che la band sia comunque onesta e sincera in quello che fa e che la sua “colpa” sia semplicemente il voler fare di corsa, disco dopo disco, per arrivare a raggiungere il proprio sogno. Forse anche prima di aver trovato una propria maniera, un proprio modo di essere. Allora si sostituisce la personalità con la varietà, alla ricerca della ricetta propria e vincente, attingendo un po’ ovunque alla lezione dei maestri. Prendiamo ad esempio l’opener Heartland, che sin dalle prime battute sembra un incrocio pericoloso tra rock’n’roll e Silverchair, con armonie alla Alice in Chains e una distorsione che frigge in maniera terribile e che è un’altra nota dolente del disco, mentre validi sono gli apporti delle parti soliste e di Crosby che sceglie un accompagnamento saltellante ottimo. La prima svolta stilistica vera arriva con Jealous Me, blues, country e glam semiacustico indolente e dannato, forse non baciato da un refrain adeguato dopo il piacevole refrain. Backfire rialza i giri, riallacciandosi ai primi due brani, mentre Ramblin’ Bones è il classico country/blues con banjo che pur ottimamente eseguito lascia un po’ il tempo che trova, con la voce chiara, giovane e appena rasposa di Tyler che fa del suo meglio per raccontare una storia che abbiamo sentito tutti già qualche migliaio di volte. Ancora una volta Weak and Weepin’ si fa carico di far ripartire velocità ed entusiasmo con un rock coinvolgente che ricorda Aerosmith e The Answer e che spara un refrain che promette bene anche dal vivo. Manipulate Me risulta più moderna nell’incedere, tutto centrato sul basso e tira fuori una vena più intimista e particolare. Quando il disco sembrava ormai aver esaurito il proprio variegato ancorché poco entusiasmante repertorio, ecco che il finale tira fuori un po’ di carattere e dà la stura a qualche speranza di crescita futura maggiore e ben più interessante. Easy Target è appena più cadenzata e rabbiosa delle precedenti, con le chitarre maggiormente in evidenza e quel giusto cipiglio indispensabile a dare l’impressione che i ragazzi fanno sul serio, con uno sviluppo melodico che si appiccica addosso. Magnetic Field si gioca con la successiva Aftershock il ruolo di miglior canzone del disco, con un incrocio di psichedelia e stoner, assolutamente non originale e sentito mille volte, con la classica melodia orientaleggiante e tutto il bagaglio conosciuto, ma anche stavolta il centro è pieno, la canzone è affascinante ed evocativa e quando Tyler intona il refrain arriva anche qualche benvenuta vera emozione. Aftershock gioca ancora su psichedelia e stoner, stavolta con una forte enfasi sulle chitarre, con un incrocio tra Rival Sons e Wolfmother in chiave Black Sabbath e un grande refrain che non lascia scampo, oltre alla prima vera accelerazione del disco. Chiude Into the Black e siamo finalmente al cospetto di una ballad notturna ed emozionante, che non sembrava dover arrivare e chiude invece in maniera perfetta il disco.

Tyler Bryant & The Shakedown è il secondo omonimo album di un gruppo ambizioso e che sta bruciando le tappe per arrivare a vivere appieno il proprio sogno. Le carte in tavola ci sono tutte: ambizione, capacità, voglia di esserci. La band padroneggia gli strumenti e sa scrivere canzoni che siano canzoni, una virtù rara. In più ha scelto una strada di adesione spirituale prima di tutto ad un tipo di rock primordiale che non prevede sbrodolamenti o brani dilatati oltre la necessità. Undici canzoni in quaranta minuti dicono già tutto a proposito. Quello che per buona parte del disco manca, invece, oltre alla genuina sincerità della proposta, è quel brivido che coglie di fronte a canzoni realmente ispirate e non solo costruite ad arte sulla base di cliché sicuramente padroneggiati e testimoni di un amore vero verso il genere. Pur non trovando una sola composizione brutta nell’album, è difficile entusiasmarsi per quasi metà scaletta che scorre senza sussulti, se non qualche ritornello riuscito o qualche riff azzeccato, ma come se ne sono già sentiti tanti forse troppi. Questo finché nell’ultima parte, qualcosa cambia: la vena psichedelica e stoner sembra quella in cui la band ripone maggior qualità, pur rimanendo anche qua ad un livello di profondità relativo e senza osare niente. Ma la differenza rispetto al resto del materiale si sente e sembra promettere bene per il futuro. Come detto, il calderone è forse fin troppo pieno e non tutti riescono a maneggiarlo come i Rival Sons, mentre anche a livello di scelta di suoni qualcosa potrebbe e dovrebbe essere rivisto almeno in termini di distorsione: anche qua la differenza tra le ultime canzoni e le prime non potrebbe essere più minima eppure più determinante per il risultato finale. In conclusione, in disco che per due terzi sembrava dover strappare una sufficienza o poco più e che invece grazie a qualche colpo a segno sul finale arriva ad essere una discreta seconda prova. Vedremo il proseguo.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Snakefarm Records
Hard Rock
Tracklist
1. Heartland
2. Don't Mind the Blood
3. Jealous Me
4. Backfire
5. Ramblin' Bones
6. Weak and Weepin'
7. Manipulate Me
8. Easy Target
9. Magnetic Field
10. Aftershock
11. Into the Black
Line Up
Tyler Bryant (Voce, Chitarra)
Graham Whitford (Chitarra)
Noah Denney (Basso)
Caleb Crosby (Batteria)
 
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