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Hum - Downward Is Heavenward
31/10/2017
( 35 letture )
È difficile iniziare un discorso su una band partendo dalla sua, ad ora, opera finale prima dello scioglimento. È ancora più difficile se la band in questione, pur avendo più o meno indirettamente influenzato decine e decine di gruppi nati nella sua scia (Deftones su tutti), è pressoché sconosciuta al grande pubblico e probabilmente lo sarà per sempre. È quindi doveroso fare un piccolo passo indietro e capire come quattro ragazzetti dell’Illinois siano arrivati a fare il più bell’album alternative metal che non avete mai sentito.
Tutto inizia nel 1989, Matt Talbott è uno studente di Champaign, Illinois e da un po’ di tempo suona negli Honcho Overload -progetto che porterà avanti per parecchi anni parallelamente agli Hum- ma è in cerca di qualcosa di diverso, una scintilla che lo possa aiutare a realizzare qualcosa che, in forma embrionale, ha sempre avuto in testa. Dopo parecchie prove con vari musicisti della città e il primo demo a nome Hum (l’ormai introvabile Kissing Me Is Like Kissing an Angel, prodotto da Steve Albini), la scintilla la trova nel giovanissimo chitarrista Tim Lash e nel batterista Bryan St. Pere, conosciuto passando casualmente davanti a casa sua mentre suonava sopra un disco dei Rush. Si aggiunge poi al basso Jeff Dimpsey, già negli affermati Poster Children, e così nasce la line-up definitiva degli Hum, che rimarrà invariata per tutti i loro tre album in studio. Downward Is Heavenward, uscito nel lontano 1998, è la coerente conclusione di una trilogia formata da capitoli tanto diversi fra loro quanto omogenei nell’insieme. Electra 2000 era un incredibile esordio dedito ad un intenso post-hardcore fugaziano che nei momenti migliori lasciava già intendere magnificamente la cifra stilistica che gli Hum avrebbero sviluppato due anni dopo, quando su major RCA sarebbe uscito You’d Prefer an Astronaut, l’album della loro (breve) consacrazione. Stars -uno dei migliori singoli degli anni Novanta- li proietta in heavy rotation su MTV e in tour di spalla agli idoli delle ragazzine Bush, anche se i punti di forza di quell’album erano altri. You’d Prefer an Astronaut vende molto bene e, dopo un lungo tour, la band di Champaign torna in studio e sente la pressione di dover sfornare un capolavoro vero, un album che li consacri idoli della critica e che, almeno così spera l’RCA, venda il doppio del precedente. Ma Downward Is Heavenward vendette poco più di un decimo del predecessore e i Nostri vennero gentilmente cestinati dalla casa discografica, costretti a sciogliersi e tornare a lavorare. Eppure Downward Is Heavenward è una piccola grande gemma dimenticata, di gran lunga superiore ai pur validi capitoli precedenti. Talbott e Lash portano all’esasperazione le intuizioni già presenti in Astronaut: i riff si sovrappongono uno sull’altro incessabili, è come se avessero fin troppe idee e troppo poco tempo per sfruttarle tutte, canzoni lunghe e complesse si alternano a momenti più delicati e introspettivi (Ms.Lazarus e The Scientists). La forma canzone è accantonata in favore di una struttura più libera e fantasiosa, i testi si fanno ancora più astratti e spaziali così come il sound, ancora più vicino allo shoegaze e a quella piccola scena americana nata negli anni Novanta -di cui gli Hum sono di sicuro i migliori rappresentanti- che mescolava l’alternative più massiccio a soluzioni space rock (parliamo di band cult come Failure, Swervedriver e Shiner).

Il songwriting di Downward Is Heavenward è a livelli stellari. Le danze si aprono con Isle of Cheetah, un perfetto esempio di quello che sarà il resto dell’album: dopo un intro di feedback arrivano una serie di corposi riff alternative seguiti dal meraviglioso cantato/parlato di Matt Talbott, che ricorda quello utilizzato da band slowcore come Red House Painters o Codeine, sempre in bilico fra l’etereo e il precario, una voce che dà l’idea di doversi spezzare da un momento all’altro. Si passa poi al singolo Comin’ Home, la canzone più breve e compatta del disco -poco più di due minuti e mezzo- e anche la più orecchiabile. È probabile che gli Hum abbiano cercato con ’Comin Home e con la successiva Green to Me di ricreare il miracolo di Stars, invano.
Uno dei punti di forza della band sono le liriche di Matt Talbott; i testi sono sempre malinconici, raccontano di relazioni in fase calante usando astratte metafore relative allo spazio e all’astronomia. Assolutamente da citare If You Are to Bloom, ispirata ad una tragedia personale del cantante, ovvero la morte di un figlio appena nato. I versi trasmettono perfettamente il senso di vacuità e desolazione che sopraggiunge dopo la morte di una persona così importante:

And you need watering if you are to bloom

I’m thinking of your failing green eyes

Smiling as they greet the day

They can’t see me

And now I’m picturing us opening up wide

Drinking down our days in haze and bliss

Together till it stumbles aside

But I just sit and wait for a rhythm in a perfect little

Feeling


Talbott preferisce un registro poetico e un lessico molto specifico, i testi non sono mai diretti e per questo riuscire a capire a poco a poco di cosa si stia parlando è una piacevole scoperta continua. The Scientists è il racconto di due scienziati, amanti, che subiscono un grave incidente durante un esperimento, forse una sorta di spin-off di Little Dipper presente nell’album precedente. Il cantante non si preoccupa di mostrare chissà quali capacità vocali -che probabilmente nemmeno possiede- e preferisce la poesia alla potenza, che è completamente lasciata alle chitarre. La sua voce è mormorata, sussurrata e solo in certi casi si prodiga ad alzare il tono, ma comunque contenendosi volutamente. Questo crea un connubio dissonante ma perfetto, una voce malinconica che disegna melodie semplici sopra decine di chitarre che sciorinano riff su riff ora massicci ora sognanti. Le due cose sono una la negazione dell’altra, eppure funzionano alla perfezione, gli Hum creano una sinfonia perfetta nel suo distorto languore. In questo senso sono esemplari le tre monumentali Afternoon with the Axolotls, Dreamboat e The Inuit Promise (il cui riff principale vi rimarrà in testa per giorni) che superano tutte i sei minuti e, fra feedback e sovra incisioni, danno la sensazione di essere vere e proprie opere sinfoniche, seppure la band non utilizzi mai strumenti al di fuori della batteria, basso e chitarra. La vera perla dell’album è però la semiacustica Apollo, in cui Talbott si limita a mormorare sopra poche note di chitarra un testo meravigliosamente malinconico sul dover lasciare da sola la persona amata per doveri di lavoro. È la canzone perfetta da ascoltare alla guida tornando a casa la notte, avvolgente nella sua semplicità, concedendoci un attimo di tregua dopo l’assalto sonoro delle tracce precedenti.

Ad ora gli Hum sono considerati, ingiustamente, come una sorta di “one-hit-wonder” anni Novanta e in pochi si sono preoccupati di andare oltre a Stars. Troppo complessi ed eterei per essere post-grunge, troppo metal per essere shoegaze, troppo alternative per essere progressive. Sarà una bella riscoperta per chiunque gli concederà più di un ascolto.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
1998
RCA Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Isle of the Cheetah
2. Comin’ Home
3. If You Are to Bloom
4. Ms. Lazarus
5. Afternoon with the Axolotls
6. Green to Me
7. Dreamboat
8. The Inuit Promise
9. Apollo
10. The Scientists
Line Up
Matt Talbott (Voce, Chitarra)
Tim Lash (Chitarra)
Jeff Dimpsey (Basso)
Bryan St. Pere (Batteria)
 
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