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Mouth of the Architect - Time and Withering
04/11/2017
( 515 letture )
Ci era già capitato, nei viaggi nel tempo che sono il tratto caratteristico della nostra rubrica “Rispolverati”, di imbatterci nel 2004, identificandolo come annus mirabilis per antonomasia dell’epopea post metal. Forse, chissà, una fortunata disposizione astrale, forse il classico esempio di come elementi già in nuce da tempo trovino il modo di combinarsi tutti insieme e, forse, più semplicemente, l’inevitabile approdo di qualcosa che covava sotto la cenere (o, per meglio dire, il fango, considerato il genere in questione), ma è difficile sottovalutare la portata di quei dodici mesi sulla storia e sul futuro dell’allora timido ma già ribelle figlio dello sludge. Per i tifosi di Neurosis, Isis o Cult of Luna non c’è davvero che l’imbarazzo della scelta, in un ipotetico campionato per assegnare il titolo del miglior album dell’anno, ma accanto ai magnifici lavori delle tre “corazzate” è bene non trascurare chi è stato in grado di insidiarne il primato, come si direbbe con metafora sportiva, quasi fino all’ultima giornata.

Detto dell’ottimo True Nature Unfolds, in casa Callisto, l’altro piazzamento d’onore spetta a una band dell’Ohio che, a un solo anno dalla formazione, si apprestava a rilasciare la prima grande prova di una carriera tuttora qualitativamente più che rispettabile, ma finita stranamente (e del tutto immeritatamente) in una sorta di anonimo cono d’ombra rispetto alle luci della ribalta che non hanno mai smesso di illuminare i passi degli altri mostri sacri del genere. Ed è davvero un peccato, perché i Mouth of the Architect, se non proprio nella fascia di eccellenza, meritano un posto di rilievo nei cieli che ruotano attorno a quelle supernove, con un carico di personalità notevole e senza aver bisogno di riflettere nobili radiazioni altrui. La base da cui si muove il quintetto (a proposito, c’è un tocco tricolore nella scelta del moniker, tributo al film La Chiesa di Dario Argento) è quella di classica marca Isis, con una predilezione significativa per le strutture circolari, diremmo quasi liquide, in netta prevalenza rispetto agli strappi core neurosisiani e alla maestosità Cult of Luna, ma i Nostri si spingono decisamente oltre, sulla strada del ricorso ai contributi atmosferici e melodici, affiancandosi in questo ai citati Callisto come anticipatori degli esiti che saranno poi magnificamente raggiunti solo un anno dopo dai Minsk di Out of a Center Which Is Neither Dead nor Alive.
Eleganza e raffinatezza sono allora la vera cifra stilistica dei Mouth of the Architect, che, in questo, si arrampicano su vette tutt’altro che frequentate, a queste latitudini musicali, complice un sottofondo vagamente psichedelico anticipato del resto dall’artwork di una cover geometricamente ipnotica. Se a questo aggiungiamo che qui la psichedelia non assume caratteri claustrofobici o stranianti ma piuttosto i colori pastello di una malinconica colonna sonora che a volte sfuma in una nenia, ci rendiamo subito conto di come l’approdo più naturale strizzi l’occhio a suggestioni cosmic o, meglio ancora, ambient, sviluppando un gusto che sarà alla base delle esperienze Rosetta e Red Sparowes (chiudendo in questo modo, per così dire, il cerchio isisiano con il richiamo alle morbide dissolvenze dell’esperienza parallela della coppia Clifford Meyer/Caxide).
Prima però che qualcuno sospetti di trovarsi in presenza di un album con una spina dorsale di dubbia metal consistenza, diciamo subito che questo Time and Withering non rinuncia affatto a spigoli e muscoli ma, anzi, li utilizza proprio in funzione di controcanto rispetto alla componente atmosferica, in un gioco di bilanciamenti alla prova dei fatti ben riuscito in termini di “pesatura complessiva”, anche se forse non altrettanto eccellente sul fronte della “compenetrazione” delle due anime, che tendono a entrare in scena con linee di sutura un po’ troppo marcate, quasi ciascuna in assenza dell’altra (eccolo, il limite che non consente di avvicinare la saldissima uniformità narrativa di un Panopticon o, se si preferisce, il disordine teatralmente organizzato di Souls at Zero). In ogni caso, appare ben spesa la carta abrasiva, affidata all’ugola dei due singer con moderata parsimonia secondo uno standard canonico per la scuola Isis (che prevede un comparto vocale raramente in primo piano e per lo più affogato nella coralità degli strumenti), ma che, accanto alla sabbiosità di fondo, non dimentica la filiazione core di stretta osservanza Neurosis e non rinuncia a scatenare uno scream lancinante. L’altro elemento di granitica fedeltà alla tradizione post si materializza nella durata di tre brani su quattro che, in una tracklist numericamente così poco significativa in termini di episodi, si dilatano a dismisura ma senza mai appesantire una fruibilità che, a conti fatti, resta sorprendente, soprattutto per chi non mastichi abitualmente le contorsioni a volte alla soglia dell’autocompiacimento di cui il genere può a buon titolo vantarsi.

Non deve ingannare, allora, l’apparente avvio “in medias res” dell’opener A Vivid Chaos, perché, dopo la cadenzata tempesta dei primi minuti, ben presto uno stop improvviso introduce un cambio di registro sorprendente, con un prolungato assolo dai tratti gilmouriani ad attraversare atmosfere sempre meno dense e più melodicamente avvolgenti, fino alla chiusura gestita in chiave progressivamente dissonante che azzarda addirittura scomposti scatti electro. Lo schema si ripete sostanzialmente immutato in Soil to Stone, che si attarda a lungo nel solcare onde sinuose che si inseguono quasi voluttuosamente e senza increspature (niente di più lontano dalla limacciosità tormentata che ci si attenderebbe da una filiazione sludge), finché, proprio quando i refoli cosmic sembrerebbero celebrare il loro definitivo trionfo, l’arrivo sulla scena del cantato non si dedichi a scombinare carte e piani, inaridendo improvvisamente qualsiasi fonte melodica.
Ma a sorprendere davvero è forse la successiva Heart Eaters, traccia decisamente anomala se confrontata con le sorelle del resto del lotto: un’andatura quasi solenne, gli elementi doom in discreta emersione, i passaggi core più in rilievo dell’album, tutto concorre a fare di questi cinque minuti scarsi il vertice allucinatorio del viaggio, aprendo inattesi squarci sul fronte dell’ispirazione dei Mouth of the Architect, evidentemente molto più multidirezionale di quanto non lasci intravvedere un ascolto superficiale. A ripristinare l’ordine (apparente, a questo punto) delle cose provvede la conclusiva The Worm, ninna nanna ipnotica e perfetto distillato delle potenzialità del quintetto quando si cimenta con un mondo di crepuscoli e penombre; nonostante una chiusura che non riesce forse a sfruttare tutto l’immenso carico emozionale accumulato nei minuti precedenti, dimora qui, il vertice qualitativo del platter, tra delicati arabeschi e improvvise scariche di energia.

Raffinato fino alle soglie della ricercatezza, malinconico e quasi struggente in diversi passaggi ma con una consistente componente acida e muscolare che ne impedisce la deriva verso approdi troppo liofilizzati, Time and Withering è il classico album-ponte ideale per chi fosse intenzionato ad intraprendere un viaggio alla scoperta di un genere. Certo, nel proprio sistema solare il post metal annovera orbite più coraggiose, ma quella dei Mouth of the Architect è tutt’altro che banale, nella sua tranquilla ed elegante classicità.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
AdeL
Mercoledì 8 Novembre 2017, 18.19.23
3
@Red: Grazie davvero per la risposta! Comunque hai proprio ragione... caspita se hai ragione
Red Rainbow
Martedì 7 Novembre 2017, 15.27.09
2
@AdeL: Path me lo sono voluto riascoltare con calma in questi giorni, confermo la sensazione del primo impatto, un po' troppo etereo per i miei gusti. Fatte le debite proporzioni e con qualche eccezione, mi pare che si stiano "anathemizzando" spasmodicamente a caccia della dimensione atmosferica, ma la classe indubbiamente è intatta...
AdeL
Sabato 4 Novembre 2017, 17.49.42
1
Grazie per la rece Red! Questa è una band che apprezzo molto sebbene in questa forma siano ancora embrionali (mio parere personale). Vorrei davvero sapere che pensi di "Path of Eight". Buon lavoro!
INFORMAZIONI
2004
Translation Loss Records
Post Metal
Tracklist
1. A Vivid Chaos
2. Soil to Stone
3. Heart Eaters
4. The Worm
Line Up
Gregory Lahm (Voce, Chitarra)
Alex Vernon (Voce, Chitarra)
Jason Watkins (Tastiera)
Derek Sommer (Basso)
Dave Mann (Batteria)
 
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