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Psycho Motel - State of Mind
07/11/2017
( 164 letture )
In pochi conoscono il nome degli Psycho Motel, band alternative rock originaria dell’Inghilterra ed attiva nella seconda metà degli anni Novanta. Quei pochi che ne hanno sentito parlare probabilmente lo devono alla loro passione per gli Iron Maiden, dal momento che a fondare gli Psycho Motel è stato nientedimeno che Adrian Smith, storico chitarrista della Vergine di Ferro. Bisogna però specificare che gli Psycho Motel -Adrian Smith a parte- non hanno assolutamente niente da spartire con gli Iron Maiden, essendo parte di un filone musicale del tutto differente. La proposta della band autrice del qui recensito State of Mind e del successivo Welcome to the World, pubblicato nel 1997, era infatti associabile a generi come alternative e hard rock, stoner e grunge, tra Soundgarden e Pearl Jam per intenderci, con rarissime influenze heavy riscontrabili neanche a dirlo in alcuni momenti solistici di Smith alla sei corde. La formazione era completata dal cantante norvegese Hans Olav Solli e da una sezione ritmica che vedeva gli inglesi Gary Leidermann al basso e Mike Sturgis alla batteria, musicisti senza un grande curriculum alle spalle.

State of Mind fu pubblicato originariamente nel 1995, ma solo per il mercato giapponese, mentre da noi arrivò l’anno successivo grazie alla Raw Power (che apparteneva alla Castle Communications, etichetta indipendente londinese). Le due versioni differivano soprattutto per l’artwork, con quello della ristampa che era in pratica il negativo dell’immagine originale, ma anche nella tracklist, dato che l’edizione giapponese poteva contare su due brani in più (Last Goodbye e (Can’t) Wait). Il disco che abbiamo sottomano grazie alla Raw Power non si può comunque definire carente per la mancanza di due sole tracce, esprime infatti già molto bene nei dieci pezzi presenti tutti i pregi ed i difetti della band inglese. Tra i brani migliori rientrano senza ombra di dubbio l’opener Sins of Your Father, che pur non essendo tra i pezzi più potenti o dinamici del lotto, dispone di un ottimo ritornello e di pregevoli linee di chitarra. Un elemento a favore del disco è il fatto che ogni pezzo riesce sempre a distinguersi e rendersi unico, per un fattore o per l’altro, senza quindi correre il rischio di cadere vittima della ripetitività. Già con World’s on Fire sembra infatti di avere a che fare con una band del tutto diversa e non esageriamo dicendo che l’influenza maggiore sembra essere quella dei Metallica e in generale del thrash metal, grazie soprattutto a un riffato molto pesante e graffiante e ad uno stile che è ripreso in larga parte proprio dalla band di Hetfield. Il vero pezzo forte del disco è però la titletrack, un hard rock dai risvolti heavy in cui ogni singolo elemento spicca per brillantezza, dalla voce di Solli alla chitarra di Smith, fino alla sezione ritmica del duo Leidermann/Sturgis. Ed ecco arrivare l’ennesimo brano “diverso”, la semi-ballad Western Shore, sognante, romantica e trascinante fino alla sua parte centrale, dove sfocia per alcuni istanti nel prog, salvo tornare sui suoi passi verso la conclusione. Dopo la breve e non troppo interessante Rage, gli Psycho Motel tornano a mettere sul piatto le loro armi migliori. Killing Time e Time Is a Hunter sono infatti due tra i pezzi migliori del disco: la prima riprende per certi versi la precedente World’s on Fire e pone sugli scudi la fiammeggiante chitarra di Smith, mentre la seconda si rifà principalmente a sonorità di zeppeliniana memoria. I tre brani seguenti non raggiungono invece mai i livelli più alti del disco, ma si fanno lo stesso apprezzare, in special modo la conclusiva Excuse Me, che potrebbe benissimo essere stata scritta dai Nirvana.

State of Mind non è certo un capolavoro, ma può senz’altro essere considerato un album più che onesto e godibile, adatto a quasi tutti i palati grazie all’elevata eterogeneità dei singoli pezzi. Un secondo album e un tour di supporto proprio agli Iron Maiden nel 1997 furono tutto ciò che il futuro avrebbe avuto in serbo per gli Psycho Motel, una band che forse avrebbe meritato un’esistenza più lunga e prolifica, ma che ora come ora resta soltanto una piccola e dimenticata parentesi all’interno della discografia di uno dei chitarristi più amati nel panorama heavy metal.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
75 su 1 voti [ VOTA]
guitarmadness80
Domenica 31 Dicembre 2017, 20.49.59
1
Buon album, come al solito Adrian Smith è difficile sbagli...la title track è splendida e Time is a hunter e Sins of your father sono altri due brani notevoli. Il voto finale mi sembra abbastanza giusto (io avrei dato 75), tuttavia consiglio assolutamente di ascoltare il successivo album “Welcome to The world” (con altro cantante), secondo me un capolavoro praticamente sconosciuto di alternative con pesanti influenze grunge (Alice in Chains su tutti)....quest’ultimo un disco da minimo 90 come voto !
INFORMAZIONI
1996
Raw Power
Alternative Rock
Tracklist
1. Sins of Your Father

2. World’s on Fire

3. Psycho Motel
4. Western Shore

5. Rage

6. Killing Time

7. Time Is a Hunter

8. Money to Burn
9. City of Light

10. Excuse Me
Line Up
Hans Olav Solli (Voce)
Adrian Smith (Chitarra)
Gary Leidermann (Basso)
Mike Sturgis (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Vincent Gerrin (Violoncello nelle tracce 3 e 4)
Cynthia Fleming (Violino nella traccia 4)
 
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