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Divine Heresy - Bleed the Fifth
11/11/2017
( 555 letture )
40 minuti prima di morire. Un ultimo appello, poi la fine. Giù il sipario e addio per sempre. Ecco come ci si sente durante l’onda d’urto provocata dall’infuocato e iconico debut album dei Divine Heresy : Bleed the Fifth, un vero ʺmodern classicʺ, che non delude e, anzi, ci esalta con sapori esotici, disparati e amalgamati alla perfezione dalla mente creativa del riff-master Dino Cazares, autore di una prova impeccabile e di un songwriting di alto livello, corroborato da musicisti straripanti, come l’esordiente Tommy Vext (ex-Snot, Bad Wolves e sostituto d’eccezione nei ben più noti Five Finger Death Punch) e il fantasmagorico Tim Yeung (Morbid Angel) alla batteria. Un power-trio atipico e micidiale, che sciorina 10 tracce devastanti, roboanti e endo-metalliche. Il viaggio è frutto della pura potenza e della perizia esecutiva, ma anche di piccole citazioni e spunti interessanti fuori schema. Il groove si sposa con la desolazione post-atomica dei Fear Factor-iana, così come ampie porzioni technincal death metal vengono amalgamate e condensate insieme a succosi riff dall’anima thrash. Insomma, un maelstrom di enormi proporzioni, studiato come si deve e per nulla forzato o traballante. La produzione cristallina e -a tratti- meccanica di Logan Mader (ospite anche su tre brani in veste di chitarrista ritmico) è perfetta per il platter, perché mette a nudo il suono della band lasciando intatta la sua natura squadrata, tipica delle produzioni firmate Cazares.

L’opener ci frantuma la mandibola facendoci sanguinare i padiglioni auricolari con una somma potenza divina ed eretica, i riff al granito e una prestazione vocale di Vext possente e ben definita. Salta subito all’orecchio la brutale architrave sonora, il groove assassino, la doppia cassa Oltre-Mondo e il piacevole assolo di chitarra, che anticipa un destrutturato codino a base di sobbalzanti riff. Un biglietto da visita assolutamente convincente e ad hoc, immediatamente doppiato dalla forza implacabile di Failed Creation, primo singolo dotato di un micidiale iper-tiro, una velocità disumana e digressioni melodiche di prim’ordine, che mettono in risalto la vena -post e malinconica della band. Un portento sonoro figlio dell’industrial e degli anni ’90, che guarda al futuro senza paura e senza osare troppo, ma con convinzione meritevole e invidiabile bontà di scrittura. Il riff portante del bridge è da ˈˈdistruzione casalinga totaleˈˈ e ci anticipa una roboante accelerazione in blast-beat. Cinture allacciate e salto iper luce.
This Threat is Real ci prende a pugni in faccia con la sua furibonda velocità alternata a rallentamenti e stop’n’go repentini e malvagi, alimentati dalla sette corde di Cazares e da un geniale stacco atmosferico/sinfonico prima di un oscuro bridge strumentale, dominato ancora una volta da pregevoli riff ad alti ottani e da un breve stacco melodico-solista. Brano atipico ma assolutamente definito, che ha una struttura non circolare ma riconoscibile, figlia dei Fear Factory ma anche del nuovo che avanza.
Torna il concetto di classico moderno anche nella thrasheggiante e invidiabile Impossible is Nothing, una delle tracce migliori dell’album, con i suoi riff-grattugia, il suo umore instabile, le accelerazioni improvvise e la prova vocale sopra le righe, carica di rabbia e pathos (come dimostra il ritornello effettato e liquido). Un continuo susseguirsi di sensazioni e distorsioni, in una danza up-tempo che trova il suo climax sia nei versi che negli stacchi strumentali. Il buon Dino ci distrae con un assolo breve ma intricato, poi un vero e proprio Wall of Sound non si vergogna di accarezzarci per poi ucciderci con spietate sensazioni orientate al death metal.

Metà del viaggio e giro di boa temporaneo, ma la musica non cambia e, anzi, si fa più violenta e spietata nella veloce Savior Self che pizzica il metalcore, graziandoci con favolosi tocchi chitarristici e stacchi di batteria. In questo aspetto risulta peculiare il buon Tim Yeung, autore di una prova superlativa, variegata, tecnica e nel contempo robotica e priva di sbavature. Bridge dissonante, industriale, urlato, dove riff spezzati ci accompagnano direttamente all’intro acustico di Rise of the Scorned, epica e troneggiante. Un macigno che ci colpisce con classe, dove stacchi infuocati sono contrapposti a notevoli intuizioni di basso. Le melodie quasi rock fuori dal coro ci convincono e ammaliano, così come l’accelerazione sulla tre-quarti, che toglie il fiato e ci trasporta nel mondo distrutto e distruttivo dei Divine Heresy.

L’allontanamento temporaneo dalla casa-base si dimostra un toccasana per il corpulento chitarrista/bassista/compositore di origini messicane, che in questo platter da tutto sé stesso, mettendo anima, cuore e cervello, introducendo novità ma anche porzioni del suo passato musicale. I cori ridondanti e incalzanti di False Gospel, uniti ai riff thrash-y e al ritmo in levare hanno qualcosa di solenne e inspiegabile, mentre la cattiveria Meshuggah-iana di Soul Decoded si apre con una lentezza destrutturata e oppressiva, giocata sulla 8 corde e sui contrappunti di basso spessi come muri di cemento, ma poi si evolve in un altro sali-scendi speziato, che non disdegna velocità e attributi extra. Complessità al servizio della semplicità, riff al servizio del ritmo, per una furia da selvaggio headbanging solitario o collettivo.

La porzione finale dell’album non ci delude affatto, presentando due intriganti facce della stessa medaglia. Si gioca con la contrapposizione e l’alternanza: la roca e sovversiva Royal Blood Heresy si sposa alla perfezione con la malinconica semi-ballad Closure. Apocalittica e spumeggiante la prima quanto riflessiva, semplice e avvolgente la seconda (da brividi il crescendo centrale), che chiude l’album nel migliore dei modi. Un duo interessante che rispecchia le intenzioni iniziali di questo Bleed the Fifth, primo dei due album prodotti in 10 anni dai Divine Heresy, band instabile ma di assoluto valore. Un debut che non ha nulla da invidiare a classici industrial (e non solo) del passato. Una manciata di tracce durissime con tante sfumature, suonate alla perfezione e assolutamente in controtendenza con il momento storico-musicale (2007).

Mentre siamo ancora provati e stanchi per tutto il movimento, le melodie calde di Tommy Vext ci congedano definitivamente insieme ai layer chitarristici di Cazares ed è tempo per gli ultimi saluti. Fumante campo di battaglia e vittime accertate: un tripudio di piombo, fuoco, droidi a pezzi e -soprattutto- heavy metal.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
90.25 su 4 voti [ VOTA]
AL
Sabato 18 Novembre 2017, 11.39.25
13
buon album davvero. ai tempi l'avevo consumato e ogni tanto lo riascolto. concordo con il voto del recensore.
zano
Venerdì 17 Novembre 2017, 17.02.23
12
Io sono per la mazzata! Al tempo l'ho logorato
Robi
Venerdì 17 Novembre 2017, 0.33.33
11
Io personalmente trovai questo disco piuttosto noioso mentre mi esaltò ben di più il siccessivo...dal mio punto di vosta è un disco da 55/60 non di più
Valerio
Lunedì 13 Novembre 2017, 17.57.32
10
Non capisco perché ci sia questa moda, alquanto discutibile, di attaccare Dino Cazares per il suo peso (neanche fosse l'unico musicista metal oversize) anziché giudicarlo esclusivamente per le sue doti di ottimo chitarrista. Avete ascoltato l'ultimo lavoro dei Fear Factory Genexus? Che Cazares non sia capace di fare assoli ...beh... opinione personalissima e opinabile.
Galilee
Domenica 12 Novembre 2017, 13.05.26
9
Mah, da amante del thrash, dei Fear Factory, e dell'Hard core, questo disco l'ho sempre trovato insignificante.
Max2
Domenica 12 Novembre 2017, 11.17.48
8
@Waldo : No comment.
Waldo
Domenica 12 Novembre 2017, 10.41.47
7
Max2 tu che mi stai accusando di essere in malafede, nominami un pezzo dove quel panzone messicano di Cazares fa un assolo degno di tale nome, anzi nominami anche solo un pezzo dove dimostra di sapere cosa è un assolo, ti sfido a farlo! (....omissis.... niente offese grazie)
Hellion
Sabato 11 Novembre 2017, 18.46.40
6
Mazzata devastante.
Max2
Sabato 11 Novembre 2017, 18.03.19
5
Negare le capacità di Dino Cazares come chitarrista vuol dure essere in malafede. Questo è un bell'album di heavy ottimamente interpretato e vale non meno di 80. Bella rece Rik.
Demanufattura
Sabato 11 Novembre 2017, 16.09.38
4
Preferisco Dino nei Fear Factory, dove è un chitarrista fantastico, però pure questo é buono. 80/100
Lucio M.
Sabato 11 Novembre 2017, 15.02.52
3
@Waldo. Non so qual'è il criterio con cui giudichi di merda i dischi rispolverati questa settimana... In quanto ai truzzi metallari forse dovresti guardarti allo specchio prima di offendere chi non la pensa come te. In quanto a Cazares che, secondo i tuoi gusti molto raffinati, non sa cosa sia un assolo di chitarra beh, forse è meglio se vai a lezione di metal, quello vero però. E poi c'è modo e modo di esprimere la propria opinione, non è il caso di offendere artisti e utenti giusto per polemizzare.
nonchalance
Sabato 11 Novembre 2017, 12.42.55
2
Invece, questo, non era niente male..
Waldo
Sabato 11 Novembre 2017, 12.40.20
1
Pessimo disco per truzzi metallari, Cazares avrebbe tanto bisogno di un buon nutrizionista quanto di un buon maestro di chitarra, gli assoli lo sa cosa sono? Questa settimana sono stati rispolverati davvero dei dischi di merda
INFORMAZIONI
2007
Roadrunner Records
Industrial
Tracklist
1. Bleed the Fifth
2. Failed Creation
3. This Threat is Real
4. Impossible is Nothing
5. Savior Self
6. Rise of the Scorned
7. False Gospel
8. Soul Decoded (Now and Forever)
9. Royal Blood Heresy
10. Closure
Line Up
Tommy Vext (Voce)
Dino Cazares (Chitarra, Basso)
Tim Yeung (Batteria)

Muscisti Ospiti:
Logan Mader (Chitarra)
Marc Rizzo (Chitarra)
Tony Campos (Basso)
Nicholas Barker (Batteria)
 
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