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Blackfinger - When Colors Fade Away
14/11/2017
( 209 letture )
Lo ammetto, l’arrivo in redazione di materiale che si annuncia circonfuso da un’aura vintage mi provoca sempre un moto di involontario disagio, nell’eterno dubbio di riuscire a mantenere un’oggettività “contemporaneamente aggiornata” di fronte a nomi e figure che hanno fatto la storia di un genere, ma che hanno anche segnato inevitabilmente i percorsi anagrafici di chi ha creduto nel metal come colonna sonora non circoscritta a tempeste adolescenziali da sedare e rinnegare appena raggiunta un’ipotetica soglia della maturità. Se, infatti, incanutimenti e pinguedini sono prezzi sempre accettabili da pagare sul versante visivo, rimane un’ineliminabile dose di incertezza legata all’impatto di un gusto figlio di altre epoche su generazioni cresciute seguendo coordinate del tutto diverse da quelle dei padri nobili. Ovviamente, in una sorta di processo di canonizzazione “mickjaggeriana”, il discorso è meno complicato quando ci si trovi in presenza di carriere condotte all’interno di un unico moniker che rivendichi orgogliosamente un’incrollabile fedeltà agli stilemi degli esordi, ma le difficoltà aumentano se si sceglie di proporre nuovi progetti legati a sonorità antiche costringendosi a sfidare il mercato senza il paracadute delle devozioni per affetto.
Ed eccola, allora, la sfida intrapresa cinque anni fa da uno dei grandi protagonisti dell’epopea doom di più diretta emanazione sabbathiana, quell’Eric Wagner che per molti resterà eternamente simbolo e bandiera dei leggendari Trouble (nonostante il suo successore e attuale singer del combo di Chicago, Kyle Thomas, sia tutt’altro che uno sprovveduto) ma che provava a rimettersi in gioco mettendo in acqua il vascello Blackfinger. Al momento dell’uscita dell’omonimo debutto, nel 2014, confesso subito di essermi iscritto al partito dei solo parzialmente convinti dall’esperimento, riscontrando un certo deficit di personalità e, per converso, un discreto appiattimento su richiami doom/hard rock troppo scolasticamente disposti in bella vista, pur riconoscendo l’impeccabilità formale di più di un episodio di quella tracklist (non male, ad esempio, i refoli Type O Negative che spirano in una As Long As I Am with You). Notizie decisamente più confortanti di quelle in arrivo dal fronte strettamente compositivo si materializzavano però sul versante vocale, regalando un Wagner addirittura in miglior spolvero rispetto a un Simple Mind Condition, capitolo conclusivo della sua avventura coi Trouble.

Restava da capire se e in che modo il singer avrebbe dato seguito al nuovo corso e la risposta arriva con questo When Colors Fade Away, capace di dissolvere in larga parte le perplessità emerse nel predecessore in virtù di un utilizzo oculato delle lancette del tempo, che si tengono parimenti lontane da anacronistiche “operazioni nostalgia”, così come da stucchevoli celebrazioni di un passato di cui tutti siamo e saremo sempre debitori. Per affrontare questo secondo capitolo, Wagner ha scelto di azzerare completamente la line-up del debut, circondandosi di quattro nuovi compagni di viaggio di cui uno solo, Terry Weston, in grado di vantare consistenti prove in altri progetti (Dream Death e Penance). Il risultato è un album che mette solide radici in un recinto classicamente doom, ma che esalta contributi in arrivo praticamente da tutti i registri della grande scuola settantiana, in uno spettro che parte dai Led Zeppelin, passa da venature prog sottotraccia e arriva a una spolverata mai invasiva di psichedelia, il tutto, ovviamente, smontato e riassemblato secondo la lezione Osbourne/Iommi.
Che si tratti di disegnare atmosfere dense (ma mai alle soglie dell’impenetrabilità, a evidenziare una volta di più le basi Seventies e la corrispondente distanza dalla scuola doom scandinava contemporanea), di puntare sull’imponenza delle strutture o di lanciarsi in rapide cavalcate heavy, il centro della scena è occupato dalla voce di Wagner, ormai abilissimo a compensare un relativo abbandono delle spigolosità sui toni alti di marca squisitamente Trouble con una profondità di timbro per cui vale forse la pena azzardare una definizione di “cantautorato doom”. Quando poi, come in questo caso, alla perfezione della prova al microfono si sommano sia il lavoro altrettanto di qualità di una sezione ritmica capace di aggirarsi con pari resa e costrutto tra i dogmi delle tre sacre scuole blues/rock/jazz, sia una sapiente gestione dei riff, sempre puntuali e mai puramente ornamentali, ci si rende immediatamente conto di come l’album abbia pienamente centrato l’obiettivo di ricreare un gusto di antica ascendenza (qui l’essenzialità Saint Vitus è la pietra di paragone più immediata) senza scadere nella banalità della riproposizione di abusati cliché.
Tutto perfetto, dunque? Possiamo candidare questo When Colors Fade Away a un posto d’onore in sede di consuntivo del genere per questo 2017? Non proprio, perché il punto di forza che abbiamo appena evidenziato, quello cioè dell’essenzialità delle strutture, provoca alla lunga qualche scricchiolio sul versante del coinvolgimento emotivo; la verità è che il gusto dei doom devoti del terzo millennio, senza rinnegare origini e tradizione, è in parte mutato e invoca architetture alternativamente o più complesse o più dilatate.

Non stupisce allora che, in un quadro generale di nove tracce che non superano complessivamente i quaranta minuti di durata, l’episodio più convincente sia la titletrack collocata in apertura del viaggio, che sfiora i sei minuti insistendo su un ideale duetto tra una malinconica base blues e improvvisi rallentamenti cadenzati, che rendono a meraviglia l’idea dello sfumare dei colori suggerita dal titolo. Se la funkeggiante Can I Get a Weakness rischia di spiazzare chi pensava di affrontare una navigazione impostata secondo i canoni dell’opener, All My Sorrow e My Old Soul riportano le prue verso lidi decisamente meno rassicuranti, complice un gioco di chiaroscuri ottimamente sottolineato dal dualismo vocale che anima entrambe la tracce, incarnato da un clean ora vagamente sabbioso ora immerso in un cantilenato baritonale. I motori del ritmo si riaccendono con la successiva Afternow, in cui Wagner riscopre in parte le abrasività Trouble, facendosi oltretutto accompagnare da un assolo che abbandona le compassate consegne del doom pachidermicamente declinato.
L’atmosfera torna a saturarsi di vapori pesanti con la coppia Crossing the River Turmoil/Beside Still Water, probabilmente il vertice dell’intero lotto in termini di tributo al passato nobile del genere, anche se il cantato marcatamente hard rock impedisce pericolose derive nell’infernale girone del “già sentito”. A testimonianza di una seconda parte dell’album meno ispirata, scocca l’ora della troppo eterea Waiting for the Sun, che sembra provare a ripercorrere i sentieri Type O Negative già sperimentati nel debut ma che, decisamente sguarnita rispetto al modello sul fianco tormentato dell’ispirazione, finisce per adagiarsi su un tappeto melodico decisamente insipido. Va decisamente meglio con la conclusiva Till We Meet Again, esempio di doom cadenzato relativamente easy listening impreziosito però da dettagli che trasudano classe (qui il proscenio tocca alle quattro corde di Matthew Cross), accompagnandoci a fine corsa in una pioggia di coriandoli psichedelici.

Piatto ricolmo di sapori antichi che evitano le forche caudine di una fredda celebrazione di aristocratici fasti, narrazione vintage che non pretende pompose assunzioni alla dimensione del cult fuori stagione, When Colors Fade Away è un album che, senza far gridare al miracolo, certifica il più che buono stato di salute di uno dei grandi interpreti dell’epoca eroica del doom. Se il salto di qualità del prossimo gradino sarà anche solo pari a quello fatto qui registrare rispetto all’esordio, aspettiamoci qualcosa di davvero importante, in arrivo dal pianeta Blackfinger.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
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Metal Shock
Mercoledì 15 Novembre 2017, 5.48.01
1
Eric Wagner e` uno dei miei cantanti preferiti, dimenticato nella lista mannaggia, ma questo disco non l`ho digerito. Inutile, nella maggior parte io ed il doom metal non andiamo troppo d`accordo....
INFORMAZIONI
2017
M-Theory Audio
Doom
Tracklist
1. When Colors Fade Away
2. Can I Get a Witness
3. All My Sorrow
4. My Old Soul
5. Afternow
6. Crossing the River Turmoil
7. Beside Still Water
8. Waiting for the Sun
9. Till We Meet Again
Line Up
Eric Wagner (Voce)
Terry Weston (Chitarra)
Matthew Tuite (Chitarra)
Matthew Cross (Basso)
David Snyder (Batteria)
 
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