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The Obsessed - The Obsessed (Reissue)
21/11/2017
( 936 letture )
I love this record and I still think it’s some of my best playing ever

Una confessione, un biglietto da visita, un’attestazione di imperituro affetto… Da qualunque parte si decida di affrontarla, un’affermazione di tal fatta non può che far drizzare le antenne a chiunque sia sintonizzato da anni su una storia personale avvolta dall’aura della monumentalità e che ha sfidato gli oltraggi del tempo varcando ormai la soglia dei quarant’anni di carriera. Se poi il nome del soggetto in questione è Scott Wino Weinrich, peso specifico e rimbombo delle parole lasciano il posto a una promessa di eccellenza per cui ci si può attendere a occhi chiusi la conferma, al fatidico premere del tasto play. Sussistevano pochi dubbi, peraltro, su quale delle sue innumerevoli creature potesse vantare la palma di un simile riconoscimento e, infatti, la scelta è caduta puntualmente su quella da cui tutto ha avuto inizio, quei The Obsessed già a spasso per i palchi USA fin dal 1976 (sia pure con il moniker originario Warhorse) e che, a nove anni dalla nascita, non erano ancora riusciti a rilasciare il primo full-length.

Nella storia di questo debut, in realtà, sono racchiusi e intrecciati fili sottili di vicende biografiche e musicali che ci riportano all’epoca pionieristica del doom in terra nordamericana, appena fecondata dallo sbarco dello spore sabbathiane partite da Birmingham nel cuore dei ruggenti seventies. Cominciamo intanto a dipanare la matassa della datazione di questo The Obsessed, apparso ufficialmente nel 1990 a ben cinque anni di distanza dalla data di concepimento. Cos’era successo di così sconvolgente da provocare l’accantonamento di un lavoro di altissima qualità, stando alle dichiarazioni del suo stesso autore? La risposta è tutta nelle insondabili scelte delle case discografiche, in questo caso la gloriosa Metal Blade che, dopo aver messo sotto contratto la band per un’apparizione su Metal Massacre vol.6, si era evidentemente resa conto che nella nascente temperie thrash e speed una proposta come quella dei The Obsessed rischiava di finire fuori fuoco rispetto al target medio del metal consumatore a stelle e strisce dell’epoca, scegliendo così di rinunciare alla già programmata pubblicazione dell’album. Se a questo aggiungiamo le evoluzioni del percorso artistico di Wino, che nel 1985 abbandonava la East Cost per approdare nella Città degli Angeli, accomodandosi al microfono dei Saint Vitus al posto di Scott Reagers in vista del rilascio di Born Too Late, ci rendiamo conto di come l’amato dischetto abbia seriamente rischiato di non vedere mai la luce. Ma il destino aveva solo iniziato a preparare colpi di scena ed è così che, nel 1990, passati nel frattempo i Saint Vitus sotto le insegne della teutonica Hellound Records, poco prima dell’inizio delle registrazioni di V la nuova label venne a conoscenza del materiale che illanguidiva in qualche polverosa cantina e offrì a Wino di pubblicare l’ormai discretamente stagionato lavoro. La mitica copertina a sfondo porpora, però, non sarebbe rimasta a lungo in bella vista su scaffali e bancarelle e ci è voluta una ristampa della Tolotta Records nel 2000 per consentire alle meno attempate legioni di osservanza weinrichiana di entrare in possesso della preziosa reliquia. Parallelamente, la stessa traiettoria artistica dei The Obsessed ha manifestato tratti dalla più che spiccata carsicità (risorgendo solo ciclicamente dalle proprie apparenti ceneri fino al più recente e tutt’altro che disprezzabile Sacred) ed è quindi con un certa dose di stupore che accogliamo la seconda release a loro nome nel giro di così pochi mesi.

E per celebrare l’evento la Relapse Records ha fatto davvero le cose in grande, offrendo un banchetto pantagruelico che, alla versione originale di The Obsessed, aggiunge la demo Concrete Cancer e un live registrato dalla band al The Bayou, tutto rigorosamente datato 1985, a testimonianza di un anno di straordinaria fecondità creativa. Affrontare un ascolto così articolato, dunque, prevede necessariamente la predisposizione a entrare in una macchina del tempo che ci riporti a sonorità antiche in cui ritrovare tutti i tratti seminali di un genere che, nelle evoluzioni contemporanee, si è fisiologicamente evoluto e ha aperto nuove e a volte non del tutto coincidenti rotte. Accennavamo in precedenza all’approdo nel Nuovo Mondo della lezione Black Sabbath e indubbiamente i Nostri vanno consistentemente ricondotti al grande filone doom tradizionale, ma è bene non lasciarsi sfuggire alcuni elementi di differenziazione rispetto ai nomi più classicamente spesi nella vulgata comune per riempire le caselle di un’ipotetica scuola del genere.
Se, dunque, Pentagram e Saint Vitus possono incarnare il ruolo dei fedeli discepoli sabbathiani (senza dimenticare però che proprio in quegli anni la docenza Iommi/Hughes stava spingendo i Maestri su terreni di tutt’altra foggia e forma, si veda alla voce Seventh Star…), ai The Obsessed tocca piuttosto il ruolo degli alunni parzialmente discoli, irresistibilmente attratti da sperimentazioni e contaminazioni pur senza mai abbandonare davvero l’augusta aula. Ecco allora che nella narrazione si insinuano dosi massicce di hard rock e blues, ma anche sorprendenti concessioni alla (morente) tradizione post punk, il tutto centrifugato a dovere grazie alle sconfinate potenzialità vocali di Wino che qui integra la prova al microfono con una altrettanto convincente resa nel maneggio della sei corde.
Del doom classico, estremizzando un po’ il concetto, manca la propensione a edificare strutture davvero oscure e imponenti, sostituite in buona parte delle tracce da un gusto per l’immediatezza che si spinge ben oltre la classica essenzialità di marca Saint Vitus, segnando così la vera differenza genetica tra le due creature contemporaneamente in campo. Il risultato è allora un doom fatto di sabbia, alcool e nicotina (sono ammessi immaginifici voli pindarici che conducano alla rocca Motörhead, tra le potenziali fonti di ispirazione), sottolineato da un timing delle singole tracce più che contenuto (l’unica eccezione alla regola, Freedom, è tra l’altro quanto di più lontano si possa concepire, in termini di ritmo, per un eventuale sabbathiano ortodosso che si aggirasse qui a caccia di conferme). Non sono solo le guizzanti e nervose Fear Child e Inner Turmoil o i rintocchi intrisi di marzialità di una The Way She Fly a colpire per lo sbilanciamento sul versante dell’impatto, ma, più in generale, è tutta la tracklist a premiare l’immediatezza della resa, come ulteriormente evidenziato dalle dieci tracce live che ci mostrano una band magari artigianalmente ma allo stesso tempo sentitamente animata dal sacro fuoco giovanile degli esordi. Non mancano, ovviamente, episodi più riflessivi (la melodia blues cantilenata dell’opener Tombstone Highway coi suoi rimandi alla mistica del viaggio sulle grandi distanze tipica della cultura seventies) o in cui si affaccia un retrogusto vagamente desert a instillare riflessi stoner (Ground Out e Forever Midnight), così come appena accennate increspature psichedeliche (Red Disaster), ma per cogliere il vero cuore doom dell’album bisogna arrivare praticamente alla traccia conclusiva. Più soffocante che oscura, monumentale nell’incedere ma quasi sospesa in una sorta di misteriosa malinconia (la voce di Wino qui gareggia davvero con le migliori prove di Ozzy), sbilanciata sul versante atmosferico ma capace di chiudere con un riff al fulmicotone, River of Souls merita sicuramente un posto di rilievo tra i grandi brani del genere ottantianamente declinato… e ci ricorda perché i The Obsessed non sono mai usciti dai radar dei doomster di trentennale militanza.

Più che gradita iniziativa che supera di slancio la dimensione archeologico-commerciale, opportuna operazione visibilità per un album vittima di misteriose coincidenze che ne hanno impedito fruizione e opportuna collocazione nella storia del doom d’autore, la ripubblicazione di The Obsessed offre un’occasione unica per riscoprire o incontrare le radici di un intero genere. Del resto, Wino ci ha avvertito in anticipo, del posto che ricopre questo album nel suo pantheon personale…



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
99 su 4 voti [ VOTA]
Giaxomo
Mercoledì 22 Novembre 2017, 18.55.13
3
Onestamente...chi può criticare questo (capo)lavoro? La sola "Tombstone ..." spazza via centinaia di band stoner nate successivamente (quel wah-wah e quei due bending nel main riff sono semplicemente orgasmici, ti obbligano ad aprire un paio di birre, o forse 3) e la voce di Wino è quanto di bello abbia partorito il doom (che sia la voce "doom" per antonomasia?) Peccato per i vari disguidi per pubblicarlo, però anche nel '90 credo si sia fatto valere alla grande, nonostante Pentagram , Saint Vitus, primi Candlemass, i leggendari Trouble avessero già piazzato tasselli fondamentali per lo sviluppo del genere. Qui, però, si percepisce perfettamente il ponte tra l'heavy/doom sabbathiano e questo nuovo genere. 90.
duke
Mercoledì 22 Novembre 2017, 17.33.19
2
disco bellissimo....conservo gelosamente il vinile uscito per la hellhound....grande wino....
Lizard
Mercoledì 22 Novembre 2017, 7.34.44
1
Mamma mia che discone.... Gli Obsessed sono una band imperdibile.
INFORMAZIONI
2017
Relapse Records
Doom
Tracklist
Disco 1
1. Tombstone Highway
2. The Way She Fly
3. Forever Midnight
4. Ground Out
5. Fear Child
6. Freedom
7. Red Disaster
8. Inner Turmoil
9. River of Soul

Disco 2
1. Concrete Cancer (Concrete Cancer Demo)
2. Feelingz (Concrete Cancer Demo)
3. Mental Kingdom (Concrete Cancer Demo)
4. Hiding Masque (Concrete Cancer Demo)
5. Ground Out - Feelingz (Live at The Bayou)
6. Concrete Cancer (Live at The Bayou)
7. No Blame (Live at The Bayou)
8. Mental Kingdom (Live at The Bayou)
9. Tombstone Highway (Live at The Bayou)
10. Iron and Stone (Live at The Bayou)
11. River of Soul (Live at The Bayou)
12. Sittin on a Grave - I Don’t Care (Live at The Bayou)
13. Freedom (Live at The Bayou)
14. Indestroy - Kill Ugly Naked (Live at The Bayou)
Line Up
Scott Wino Weinrich (Voce, Chitarra)
Mark Laue (Basso)
Ed Gulli (Batteria)
 
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