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Creedence Clearwater Revival - Willy and the Poor Boys
23/11/2017
( 454 letture )
Avvolgiamo di nuovo il nastro. USA, anni 60. A time and a place. Il rock’n’roll, la British Invasion, il folk, la svolta elettrica, il blues, il country, l’esplosione della psichedelia, la canzone di protesta, Monterey, Woodstock, i live a Central Park, il Vietnam, le proteste studentesche, i movimenti per i diritti degli afroamericani, le Pantere Nere, il Sud agricolo e il Nord industriale, gli hippies e i rockers, i surfers e la West Coast, i bikers e le Comuni, il sesso libero e la droga, i Kennedy, la Guerra Fredda e la minaccia nucleare. Conosciamo tutti il film e ancora oggi sembra incredibile che tante cose potessero affollarsi tutte assieme così velocemente in appena un decennio cambiando per sempre la storia della più grande democrazia e, al contempo, della più grande potenza economica e militare dell’epoca e, con lei, quella di gran parte del mondo. E’ perciò molto facile chiudere gli occhi e ritrovarci al fianco dei Creedence Clearwater Revival in quel fatidico 1969, appena scesi dal palco di Woodstock e nel bel mezzo di un periodo indimenticabile della loro carriera. Dal ritorno di John Fogerty e Doug Clifford dal servizio militare è passato appena un anno, ma la band ha già inanellato tre album e una serie non stop di singoli in cima alle classifiche statunitensi, il tutto mentre si trova perennemente in tour. Un percorso folle, se vogliamo, imposto da John, che non conosce soste né ha intenzione di concederne agli altri della band. Il suo comportamento sta però cominciando già a ledere profondamente il rapporto con gli altri, compreso il fratello maggiore Tom. Oltretutto, la sua decisione di usare canzoni molto forti come Lato B dei singoli, in un momento nel quale il successo di un singolo valeva forse ancora di più di quello dell’album che lo conteneva, era vista come una mossa suicida, che costringeva la band a comporre e registrare materiale in continuo, senza poter conservare i brani migliori per le future uscite. Ma su questo e sul resto Fogerty è implacabile: la sua vena artistica, così profondamente radicata nella tradizione statunitense, eppure al contempo capace di parlare alla nuova generazione, non sembra avere fondo ed è così che in novembre il gruppo si ritrova a pubblicare il proprio quarto album (il terzo consecutivo nello stesso 1969), Willy and the Poor Boys.

La formula del disco non si discosta molto ed inevitabilmente da quella dei primi tre dischi, non fosse che per un minor ricorso alla veemenza rock degli esordi, che lascia posto a ritmi più rilassati e colori più tenui, forse figli della tematica che Fogerty utilizzò per l’immagine principale del disco: quella dei musicisti di strada che ad inizio secolo si trovavano un po’ ovunque nelle città periferiche degli States col loro blues/jazz/spiritual primigenio. In effetti, Willy e i suoi Poor Boys non sono altro che gli stessi Creedence, dipinti mentre suonano una Washboard, un Kazoo, una Kalamazoo Guitar e un gut bass, ovverosia strumenti creati da stoviglie, attrezzi agricoli, scatole di latta e quant’altro potesse essere utilizzato da musicisti improvvisati e senza soldi. L’idea, come del resto è parte della storia dei Creedence, si riconnette alla più profonda radice della tradizione musicale statunitense e non è un caso che nella scaletta trovino di conseguenza posto un brano del leggendario blues man Lead Belly, Cotton Fields e una rivisitazione di un classico brano tradizionale, The Midnight Special, ovverosia il treno di mezzanotte la cui luce invade le pareti della cella nella quale un prigioniero attende quel momento come messaggero di una libertà attesa e del mondo che lo attende là fuori. La canzone fu anch’essa suonata e registrata già nel 1934 da Lead Belly ed è stata a lungo a lui erroneamente attribuita. Come facilmente intuibile, il repertorio che compone il disco tende quindi a districarsi tra rock, folk, blues, southern e swamp rock, relegando però la distorsione ad un ruolo più marginale e legato principalmente ai due singoli Down on the Corner (nella quale si racconta la storia di Willy e dei suoi musicisti) e la celebre Fortunate Son, inno antimilitarista e anti-elite, che coglie amaramente il distacco che esiste tra i figli delle “persone comuni”, destinati ad andare in guerra e i figli fortunati delle classi dominanti, che sicuramente non avrebbero mai corso il rischio di ritrovarsi in simili situazioni. Per un ex militare come Fogerty il distacco non avrebbe potuto essere più amaro e questo si riflette anche sull’ultimo brano in scaletta, Effigy, nato come attacco diretto al presidente Nixon, che di fronte all’ennesima grande protesta antimilitarista davanti alla Casa Bianca, uscì fuori dalla finestra urlando: “niente di quello che avrete fatto oggi avrà il minimo effetto su di me. Torno dentro a guardare la partita di football”. Un atteggiamento che ferì profondamente il cantante, inducendolo a scrivere un brano dal testo estremamente duro ed esplicito, nel quale la distorsione fa bella parte del gioco e che ricorda e non poco la celebre Hey Joe, seppure con una rabbiosa tristezza che si sposa perfettamente con l’asprezza tipica della canzone resa celebre da Hendrix. I due brani si discostano molto dall’atmosfera del resto del disco, ma confermano l’ampio spettro di azione che Fogerty e i Creedence riuscivano a coprire con la massima qualità espressiva, riservando ad essi prestazioni spesso anche più furenti dal vivo, come confermato dalla bonus track di Fortunate Son aggiunta alla ristampa del quarantesimo anniversario del disco e registrata nel 1971. Non potrebbe sembrare ad esempio più lontana da tutto questo una It Came Out of the Sky che narra la storia di un contadino che si ritrova un UFO nel proprio campo, oppure proprio Cotton Fields, incentrata sul classico lavoro dei campi nel Sud degli States o la strumentale per banjo e armonica Poorboy Shuffle, così come la sorniona Side o’ the Road, strumentale a canovaccio blues sulla quale Fogerty improvvisa di chitarra elettrica con una naturalezza invidiabile; una sorta di Green Onions in salsa Creedence, tanto per non farsi mancare niente.

Band come i Creedence portano con sé il profumo, i colori e le immagini di un periodo in maniera indelebile. Il loro percorso artistico, così tremendamente stancante per i protagonisti, tanto da arrivare ad una rottura definitiva ed insanabile in appena cinque anni e sette album, resta scolpito nella Storia, come una delle più felici -musicalmente- e durature epopee del Rock. La qualità inscalfibile del loro repertorio, costantemente ai massimi livelli di vendita e a tutt’oggi capace di attirare nuove generazioni per la profondità dell’ispirazione, il grande legame con la tradizione classica reinterpretata attraverso il rock e graziata dalla strepitosa vocalità di Fogerty, rendono l’ascolto dei loro album un vero momento di pace e riconnessione con un immaginario che dagli anni Sessanta in poi appartiene ormai a quasi tutti, in maniera diretta o mediata. Willy and the Poor Boys mantiene l’asticella della qualità altissima, il che è davvero incredibile se si considera il lasso di tempo che separa questo quarto album dal primo (appena 18 mesi). Non una singola nota di questo viaggio nella tradizione musicale statunitense e, al contempo, nella musica di protesta dell’epoca, va sprecato lungo la scaletta. Non ci sono momenti di stanca, neanche nei due strumentali e quindi non resta che togliersi il cappello e salutare ancora una volta questi cari amici, che dalla California di cinquant’anni fa, ci salutano sorridenti dalla copertina di un disco che è parte del Mito del Rock.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
96 su 3 voti [ VOTA]
Fabio Rasta
Lunedì 11 Dicembre 2017, 16.08.08
8
Che bella recensione. Davvero interessante. E' un peccato grossissimo, un sacrilegio, ma mi vengono in mente poche Band come i CREEDENCE CR, la cui discografia è stata profanata da una tale abbondanza di raccolte inutili, da aver compromesso x sempre la sorpresa ed il gusto di scoprire con calma la discografia di una Band unica, irripetibile e geniale.
Matocc
Domenica 26 Novembre 2017, 10.38.22
7
Non starò a ripetere quanto io adori questa band e che voce abbia Fogerty, dico solo questo: Fortunate Son, e hanno vinto loro. Immensi CCR
Shadowplay72
Sabato 25 Novembre 2017, 14.17.32
6
Grandissima band.nella storia del rock!
ok
Sabato 25 Novembre 2017, 14.13.59
5
i CCR si possono solo amare
LAMBRUSCORE
Venerdì 24 Novembre 2017, 12.19.16
4
Grande band. Mio padre me li faceva sentire da bambino. Fortunate son, uno dei miei pezzi rock preferiti.
Metal Shock
Giovedì 23 Novembre 2017, 17.19.37
3
Assolutamente d`accordo con quanto scritto da Rob Fleming, non poteva essere diverso! Per me nessuno rappresenta i fine anni 60`, dall`estate dell`amore fino ad inizio anni 70` come i Creedence e Fogerty e` l`anima ed il cuore pulsante di questa band STORICA!!!!
Rob Fleming
Giovedì 23 Novembre 2017, 16.09.42
2
Capolavoro assoluto del rock. Per i miei gusti solo Cosmo's Factory gli è superiore. John Fogerty è uno dei più grandi compositori di tutti i tempi. 95
fasanez
Giovedì 23 Novembre 2017, 15.06.02
1
Grande band, imho, con dei pezzi entrati nella storia. Disco eccellente, concordo col recensore.
INFORMAZIONI
1969
Fantasy Records
Rock
Tracklist
1. Down on the Corner
2. It Came Out of the Sky
3. Cotton Fields
4. Poor Boy Shuffle
5. Feelin' Blue
6. Fortunate Son
7. Don't Look Now (It Ain’t You or Me)
8. The Midnight Special
9. Side o' the Road
10. Effigy
Line Up
John Fogerty (Voce, Chitarra, Piano, Maracas, Cowbell, Armonica su traccia 4)
Tom Fogerty (Chitarra, Cori)
Stu Cook (Basso, Washtub Bass su traccia 4, Cori)
Doug Clifford (Batteria, Washboard su traccia 4)
 
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