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Hanging Garden - I Am Become
30/11/2017
( 396 letture )
Per molti è il motore del progresso, per alcuni è una legge scientifica coi tratti dell’inesorabilità, per altri è una semplice modifica superficiale di ciò che resta immutabile nel profondo, di sicuro la trasformazione è un processo articolato che si presta a innumerevoli interpretazioni e valutazioni, soprattutto mano a mano che ci si allontani dalle certezze darwiniane su cui può contare il mondo scientifico e ci si avventuri in territori a più alto tasso “interpretativo”. Se poi, come nel mondo delle sette note, le opinioni risentono oseremmo dire quasi per definizione del concorso di componenti la cui razionalità deve scendere a patti con elementi diversi, a cominciare da gusto e sensibilità individuali, ci rendiamo immediatamente conto del campo minato in cui si viene catapultati affrontando i percorsi artistici delle band, costantemente sottoposte ad attenti ma non sempre leciti esami per accertarne fedeltà alle origini ed eventuali modifiche al dna originario.

Tra i casi emblematici, in questa prospettiva, possiamo annoverare i finlandesi Hanging Garden, arrivati a varcare la soglia del decennio di una carriera costellata di release puntualmente accompagnate da una buona dose di rammarico per quello che nel debutto sembrava poter essere e che invece, alla prova dei fatti, non è mai stato davvero. Prima però di affrontare il tema dell’eventuale delusione da tradimento delle promesse, conviene piuttosto interrogarsi sulle attese ingenerate da quell’ Inherit the Eden che nel 2007 ha dato fuoco alle polveri; osannato da qualcuno (troppi…) come sorta di affluente del grande fiume Swallow the Sun, il debut dei Nostri si collocava in realtà su un piano del tutto diversamente inclinato, pur abbeverandosi, per ispirazione e “linguaggio” alla stessa fonte del combo di Raivio e soci. Non era solo la presenza di una componente gothic mai strutturale, in casa Swallow the Sun, non era solo un uso delle tastiere più significativo e decisivo nell’economia dei brani, non era solo un approccio sostanzialmente melodico alla materia oscura, il dato fondamentale era piuttosto che gli Hanging Garden si tenevano lontani dalle vertigini e dagli abissi swallowiani, preferendo i chiaroscuri e i colori pastello di una narrazione più spesso malinconica che drammatica o, a maggior ragione, tragica (se pensiamo che a Jyväskylä quelli erano gli anni di Hope e Plague of Butterflies, la differenza balza subito agli occhi… e più che altro alle orecchie). Ciò che nel debut era soprattutto un’attitudine ancora tutto sommato mediata dal ricorso a soluzioni classicamente orientate al repertorio doom/death, ha finito per dilatarsi progressivamente, posizionando il cuore pulsante degli album successivi in un habitat sempre più atmosfericamente e melodicamente marcato e intercettando così, fatalmente, gli stilemi degli ultimi lavori di Katatonia, Tiamat, Ghost Brigade e Anathema. Più che di tradimento, allora, si deve parlare di prepotente affermazione di una delle caratteristiche già in evidenza nella prima prova e, forse, risulterà più digeribile anche un esito come quello del penultimo Blackout Whiteout, che per non pochi fan della prima ora ha significato una quasi espulsione dal cielo metal a favore di una collocazione dark/atmospheric rock.

Il ritorno alle scene è affidato a questo I Am Become e, lo diciamo in premessa per chi eventualmente avesse auspicato un’inversione di rotta, non segna alcun ritorno al passato, ma, al contrario, approfondisce ulteriormente il solco che ormai separa il sestetto finnico dalle muscolarità della scuola doom/death ortodossa, puntando tutto su una delicata manipolazione di quella stessa materia che in mano d’altri deflagra e travolge. E il risultato, se per certi versi disorienta e un po’ sconcerta sul piano strettamente “filosofico” le nostre metal coordinate, spesso geneticamente allergiche a tutto ciò che trasudi anche solo vagamente easy listening, rischia di sorprendere anche i più severi detrattori delle soluzioni eleganti e raffinate, regalandoci un lavoro che all’impeccabilità delle forme unisce un più che discreto coinvolgimento emotivo.
Certo, dimentichiamoci sperimentazioni o coraggiose puntate in territori inesplorati, ma di sicuro, rispetto alle legioni di stanchi epigoni dediti a operazioni di mero saccheggio del sempre meno fertile terreno a cavallo di generi così abusati, gli Hanging Garden possono contare su un senso della misura che è merce rara, a queste latitudini sonore. Pur non essendo affatto in presenza di un concept, la sensazione è che, come ci era capitato di sottolineare incontrando l’ultimo (e, ahinoi, temiamo definitivo) lavoro dei Ghost Brigade, IV - One with the Storm, l’insieme sia infinitamente superiore alla somma delle parti, sconsigliando dunque una fruizione a spizzichi e bocconi a favore invece di un approccio complessivo che restituisca l’intero spettro creativo del combo.

Ecco allora che anche un brano oggettivamente ad alto contenuto di ruffianeria come l’opener As Above, So Below (coretti, tastiere che ammorbidiscono un impianto già più che melodicamente orientato, riff non trascendentali, tutto sembra fare a gara per puntare dritti all’orecchiabilità) acquista una dignità difficilmente attribuibile in caso di ascolto “random”. Ci sono sicuramente molti meno dubbi sulla successiva Heartfire, nobilitata dall’apparizione di un santone della scena finnica del calibro di Tomi Joutsen, perfettamente a suo agio immerso in atmosfere che non a caso conducono a territori Amorphis. Beninteso, non che i Nostri abbiano bisogno di appaltare il microfono a terzi (anzi, del tutto all’opposto, il versante vocale risulta uno dei meglio presidiati del platter, complice l’eccellente prova del singer Toni Toivonen, che maneggia con pari costrutto clean, scream e growl), ma indubbiamente poche ugole come quella del fuoriclasse di Lohja possono vantare una profondità di campo in grado di regalare anima e colore a un brano. È invece l’ombra dei Katatonia ad allungarsi su Elysium e, anche se rispetto al modello gli Hanging Garden si spingono oltre, sulla rotta della fruibilità immediata, la credibilità è assicurata da un senso di malinconico abbandono (peccato solo per un assolo della sei corde un po’ troppo scolastico) che è un antidoto perfetto al rischio di stucchevolezze e sdolcinature.
Le ottime iniezioni doom di Our Dark Design (l’ospite al microfono è stavolta Niko Kalliojärvi, già frontman dei disciolti Amoral) e From Iron Shores chiudono in una sorta di parentesi la più che potenzialmente divisiva Kouta; una base electro, vaghi refoli drone, una struttura dalla semplicità disarmante, l’uso della lingua madre, tutto congiura per la classica dicotomia amore/odio (…chi scrive sceglie senza esitazioni la prima, delle due opzioni). Se One Hundred Years è una splendida lezione di melodic death d’autore che affoga languidamente in un finale atmosferico a sfumare su delicati rintocchi di pianoforte, Forty One Breaths sembra gareggiare con l’opener per la palma dell’”ascolto facile”, ma è bene non sottovalutarne il retrogusto crepuscolare, sottolineato da uno scream sabbioso che fa da perfetto controcanto alle armoniche parti in clean. Nessun dubbio, invece, sulla traccia che chiude il lotto, che ha tutte le carte in regola per aspirare all’Olimpo dell’intera carriera del sestetto; una base eterea di scuola Anathema, cascate gothic che alimentano stati di abbandono interrotti da improvvisi sussulti, un involucro da ballad che intercetta trasmissioni fin dal pianeta grunge (di nuovo la sagoma dei Ghost Brigade, sullo sfondo), Ennen è la perfetta sintesi delle innumerevoli anime della band, qui ulteriormente esaltate dall’esplosivo distillato della triade clean/growl/voce femminile.

Luci e colori in dissolvenza, squarci poeticamente sognanti appena increspati da turbamenti che non assurgono mai alla dimensione del tormento o dell’angoscia, nebbie che sfumano i contorni senza cancellare la possibilità di un contatto con la fisicità, I Am Become è un album concepito per anime orientate cromaticamente alle sfumature dei grigi e sensibili ai malinconici richiami dell’autunno. Chissà, forse alla prossima fermata gli Hanging Garden la staccheranno davvero, la loro carrozza dal treno metal, ma per ora il viaggio prosegue alla grande, anche se i binari disegnano curve non del tutto prevedibili.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Venerdì 1 Dicembre 2017, 12.11.18
2
@d.r.i.: stesso primo impatto anche per me (giuro che dopo i primi ascolti pensavo di indirizzarmi addirittura su uno dei nostri punteggi "blu"), poi all'improvviso è scattato qualcosa, galeotta fu Ennen...
d.r.i.
Venerdì 1 Dicembre 2017, 9.01.50
1
Lo ascolterò meglio ma lo trovo più pacchiano e ruffiano di inherit. Per me hanno perso la vena positiva, non è brutto ma al massimo 65 (il voto è aumentato dalla presenza di Joutsen che rende una canzone normale quasi bella)
INFORMAZIONI
2017
Lifeforce Records
Death / Doom
Tracklist
1. As Above, So Below
2. Hearthfire
3. Elysium
4. Our Dark Design
5. Kouta
6. From Iron Shores
7. One Hundred Years
8. Forty One Breaths
9. Ennen
Line Up
Toni Toivonen (Voce)
Jussi Hämäläinen (Chitarra)
Mikko Kolari (Chitarra)
Nino Hynninen (Tastiera)
Jussi Kirves (Basso)
Sami Forsstén (Batteria)
 
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