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Van Der Graaf Generator - Still Life
02/12/2017
( 412 letture )
Prendendo in considerazione la scena progressive rock inglese degli anni settanta, si può dire che i Van Der Graaf Generator rappresentino una delle realtà più importanti, nonché tra le più note ed estremamente personali, oltre che mutevoli nel tempo e soprattutto fortemente instabili dal punto di vista della line-up. Infatti la band di Peter Hamill tra il 1967 e il 1978 è stata una vera e propria meteora, tra innumerevoli cambi di formazione, uno scioglimento temporaneo ed uno apparentemente definitivo nel ‘78, protrattosi poi fino alla reunion del 2005. Musicalmente però i nostri sono stati, almeno nel primo periodo, sempre all’avanguardia, essendo fra i primi ad adottare sonorità progressive e, successivamente, soluzioni di stampo jazz, arrivando infine al successo –meritatissimo- con il capolavoro Pawn Hearts, edito nel 1971. Tuttavia, già l’anno successivo, a causa di difficoltà economiche dello stesso Hamill (quest’ultimo ebbe però modo d’iniziare una prolifica carriera solista), la band si sciolse dopo aver pubblicato un disco strumentale sotto il monicker di The Long Hello. Si dovette aspettare il 1975 per rivedere la band al completo e in grande spolvero, tanto che i Van Der Graaf Generator uscirono con ben tre album in circa un anno, condensati in una vera e propria trilogia concettuale e sonora. Godbluff, Still Life e World Record vedono infatti una band meno sperimentale, più semplice e un filino meno cervellotica. Soprattutto i primi due sono uno l’antitesi dell’altro: Godbluff è decisamente cupo e oscuro, Still Life più a tinte pastello e decisamente speranzoso sia nelle liriche, che nella musica.

Tocca a Pilgrims aprire le danze in punta di piedi. Questo è un brano incentrato principalmente sulle tastiere e la voce di Peter Hamill che lentamente crescono d’intensità, sostenuti in modo convincente ed essenziale dalla sezione ritmica, che gioca prima su degli stop ‘n’ go che -a tratti- accentuano una certa tensione interna, pronta ad esplodere nei chorus e nel trionfale epilogo strumentale. La title-track continua sulle stesse coordinate della canzone precedente. Di nuovo abbiamo un Hamill che canta ieratico, sotto un tappeto di tastiere atmosferico per almeno metà brano, prima che entrino il resto degli strumenti. Qui però viene dato maggiore spazio ai fiati, soprattutto al sassofono di David Jackson, protagonista di un assolo pregevole, ma un po’ in sordina rispetto al resto degli strumenti, che tendono a coprire il tutto. Si evince già da questa doppietta che i brani sono veramente più semplici nella struttura ed immediati, e c’è una maggiore focalizzazione nella forma canzone. Nel terzo brano del platter, La Rossa, bisogna segnalare la grande performance di Hamill al microfono, capace di passare da una semplice voce mormorata fino ad un registro più potente e quasi urlato, con la voce a tratti leggermente sporcata, tenendo linee vocali piuttosto difficili, ma trascinanti. La musica però che accompagna il frontman è in un certo senso in secondo piano, fa più da motore ritmico, anche se vi sono finezze strumentali ovunque, che non fanno altro che ornare il brano con piccoli ma eleganti dettagli, quasi come degli intarsi di un falegname in una scultura di legno. Si chiude così la prima facciata del vinile. Il lato B di Still Life è occupato da solo due brani, ovvero My Room (Waiting For Wonderland) e Childlike Faith in Childhood’s End. La prima, pur mantenendo come i brani precedenti le stesse coordinate stilistiche, è connotata da una maggiore cupezza, accentuata specialmente dai fraseggi dei fiati e da un andamento lento cadenzato e più claustrofobico (da notare infatti la tensione interna del brano che cresce, ma non esplode mai). In un certo senso è l’unico episodio ricollegabile in toto a Godbluff, proprio in virtù dell’intima sfumatura d’oscurità interna. Il secondo brano è l’episodio più dinamico ed energico del platter, con un Peter Hamill sugli scudi, a sua volta supportato da un’ottima controparte strumentale, qui finalmente libera di esprimersi in tutte le proprie capacità. Possiamo dire che questa suite è la degna chiusura del disco: potente, emotiva (decisamente speranzosa nelle lyrics) e brillante in ogni passaggio. Insomma, il brano migliore dell’album!

Dunque, riassumendo, possiamo dire che nel complesso Still Life è un buon album dei
Van Der Graaf Generator. Ci sono parecchie idee brillanti, soprattutto nelle tre tracce della seconda metà. Il disco è suonato con grande perizia tecnica ed è pieno di sfumature lentamente assimilabili. Però, se si escludono questi sprazzi fulminei individuabili tra le linee vocali di Hamill o nelle parentesi soliste, cosa rimane? Un album sicuramente meno ispirato di Pawn Hearts, visto che buona parte dei brani si sviluppa sempre nella stessa maniera. Sospetto che i nostri, avendo composto in meno di dodici mesi Still Life insieme al precedente Godbluff e il successivo World Record, abbiano puntato maggiormente sulla quantità che sulla qualità (che comunque rimane alta), sviluppando così idee o spunti che forse avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Tuttavia, il risultato è complessivamente più che positivo e in linea di massima Still Life si fa apprezzare man mano che gli ascolti crescono. Un album da riscoprire, possibilmente con i suoi ʺgemelliʺ di composizione.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Crimson
Sabato 9 Dicembre 2017, 10.41.52
9
Al primo posto e non solo per una settimana. Un traguardo pazzesco - e di cui dobbiamo andare fieri, - se si pensa alla complessità e stravaganza della musica. Anche i Genesis vennero 'adottati' dall'Italia prima che facessero successo e diventasse moda citarli e quando in patria al pari dei VDGG non se li agava nessuno: sicuramente più accessibili, ma comunque musica di un grado di complessità e profondità non indifferente e di sicuro, agli inizi, al di fuori del mainstream. I giovani italiani dei primi anni 70 erano molto aperti e curiosi nei confronti della riicerca artistica e la sperimentazione. Poi, sono venuti gli anni 80 e tutto è andato distrutto.
ayreon
Sabato 9 Dicembre 2017, 9.54.59
8
beh, "pawn heart" entrò al primo posto delle classifiche in italia quando usci' ,altro che muse,coldplay, radiohead,quello era un disco avanti di 50 anni ,e anche "still life" è un capolavoro,una suite come "childlike faith....." entra di diritto tra le più belle nella storia del prog
Titus Groan
Venerdì 8 Dicembre 2017, 14.47.28
7
All'arrivo in aereoporto nel 1971 in Italia per il primo tour, i VDGG vennero accolti da decine di fans in attesa fremente da un'ora.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 4 Dicembre 2017, 17.30.35
6
Well, oltre all'Italia, in quel periodo i VDGG erano abbastanza famosi anche in Francia (forse lo era di più il "solista" Peter Hammill). Mi sembra anche che il live Vital, di pochi anni dopo questo Still Life, sia stato registrato a Parigi. All'epoca ero al liceo a Parigi e noi gli ascoltavamo spesso, come tutto il progressive Inglese. Non ho mai capito il perché del mancato successo in UK, forse perché agli Inglesi piacevano di più band come gli Slade o fenomeni similari. Però, nei primi anno '80, ho avuto spesso l'occasione di andare a Manchester e la li conoscevano bene. Merci a Monsieur Crimson per le sue informazioni. Au revoir.
Crimson
Lunedì 4 Dicembre 2017, 15.54.09
5
"a causa di difficoltà economiche dello stesso Hamill (sic)" è un "filino" impreciso. Tra l'altro, andando a memoria (consiglio l'ottima biografia italiana sui VDGG) posso anche sbagliare, ma non mi pare proprio riguardassero Hammill in quanto tale. La band implose letteralmente non per questo, ma - paradossalmente - a causa del grosso successo che avevano raggiunto in Italia. In patria erano un gruppo di nicchia, venuti in Italia si trovarono catapultati all'improvviso ad essere delle specie di rockstar: oltre al problema di venire a patti con una fama a cui non erano abiutati, c'era anche il fatto di essersi imbarcati in un tour (tre volte in Italia) lungo e massacrante. Al fine del quale, si aggiunse lo scarso supporto della Charisma come colpo di grazia definitivo. Hammill aveva già avviato la carriera solista, quindi si dedicò definitivamente a quella. In sostanza: l'inaspettato successo in Italia e l'incapacità di gestirlo fu la causa primaria della (prima) fine della band. Sulla questione critica bisogna aggiungere una cosa: ignorati all'inizio in patria e soprattutto in USA, se non come nicchia, ma acclamati nel resto d'Europa e specie in Italia. Nel mondo anglosassone anziché con i primi dischi (Pawn Hearts ok, ma i VDGG non sono solo questo H to He e il secondo sono considerati due classici assoluti), fu proprio con Godbluff che vennero (ri)scoperti e tuttora c'è una vulgata critica che adora quel disco e ha reputato molto bene la seconda parte di carriera. In Italia al contrario, la critica dell'epoca prima li mise sul piedistallo per poi abbandonarli proprio con Godbluff, giudizi dovuti alla moda del post-75 di scagliarsi contro il prog rock (nonchè al fatto che i VDGG avevano cambiato, erano diversi da quelli di prima...a parte Still Life che è quello che fu apprezzato per la sua maggiore solarità e melodia; non a caso questo vennne generalmente indicato come il migliore della seconda fase). Ora, le due visioni si sono "incrociate" diciamo, e non solo la seconda parte viene da molti ampiamente rivalutata in positivo (pur non raggiungengo i fasti della prima), ma sta sempre più prendendo piede l'opinione (che rovescia del tutto quella vigente in Italia di disco peggiore) di ritenere Godbluff un capolavoro, quasi al pari di H to He e PH ( questo punto non mi ricordo se sia trattato nella monografia sui VDGG di Corelli o su un altro libro)...e come contraltare di Pawn Hearts (come la stessa band volle fare con piena cognizione di causa), l'ultimo grande capolavoro della band (e a seguire due buoni e/o ottimi album). Tesi che mi vede sostanzialmente d'accordo.
MorphineChild
Lunedì 4 Dicembre 2017, 14.17.58
4
Dare una valutazione equilibrata di tutto quello che i VDGG hanno fatto dopo Pawn Hearts è difficilissimo, non solo perché il disco è uno dei capolavori assoluti del progressive e della musica tutta, ma anche perché la band cambio radicalmente direzione dopo il temporaneo scioglimento. E' tutto più "controllato", dalle esplosioni vocali di Hammill alle fughe strumentali deliranti, la drammaticità non è più amplificata al limite del grottesco, i ritmi sono meno oppressivi e più d'accompagnamento (cosa che, per inciso, permette ancora meglio di apprezzare il fantastico lavoro di Guy Evans alle pelli). Lo sguardo è già rivolto al futuro, a quei fantasmi quasi wave che popoleranno The Quiet Zone e soprattutto il misconosciuto quanto fondamentale Vital. Purtroppo, e questo vale per l'intera produzione dei VDGG secondi, manca la costanza a livello di songwriting che poteva elevare a capolavoro quelli che restano degli ottimi dischi. L'ascolto è comunque più che consigliato, in quanto a livello di brani le gemme non mancano, Hammill resta un cantante e liricista sublime e loro suonano di brutto. Ora recensitemi World Record, così posso scrivere un commento-peana di 50 righe su quanto sia bella Meurglys III e su quanto sia l'ultima suite progressiva uscita dai 70's che vale la pena di ascoltare =P
Le Marquis de Fremont
Lunedì 4 Dicembre 2017, 13.30.56
3
Well, intanto complimenti ancora per recensire gruppi come i grandissimi VDGG. Volevo segnalare che si tratta di Peter Hammill e non Hamill e Hugh Banton e non Hough Banton. Qui siamo nella "seconda fase" della discografia dei VDGG, quella con ancora David Jackson ma già influenzata dal songwriting degli album solisti di Peter Hammill, meno sperimentali degli album dei VDGG fino a Pawn Hearts. Questo è un album che ho letteralmente consumato, cercando nelle nuove composizioni, quella magia ed emozione pura che c'era stata nella prima fase. L'ho trovata solo a tratti, come è successo nelle composizioni soliste di Hammill, anche se va detto che si tratta di pezzi bellissimi che hanno regalato emozioni diverse ma altrettanto intense. Per il mio gusto, si perderanno più avanti (soprattutto dove non ci sarà Jackson) ma qui, siamo ancora a livelli altissimi. Pilgrims, My Room e Childlike... le mie preferite ma i brani sono tutti ottimi. "It seems such a long time I've dreamed - But now, awake, I can see - We are pilgrims and so - must walk this road...". Au revoir.
Papi
Sabato 2 Dicembre 2017, 19.32.17
2
Guarda che non ho detto che è solo tastiera e voce. Ho accennato sia alla sezione ritmica che alla parte strumentale finale. Evitiamo mettere parole in bocca non dette
ayreon
Sabato 2 Dicembre 2017, 17.43.33
1
"pilgrims" solo di tastiere e voce ? io ci sento un bel solo finale di sax,e pure lungo,detto questo è il migliore della trilogia ( per me) ,consigliatissimo ai fans dei vdgg,e ancora oggi " still life" fatta anche solo da hammill è da brividi,per me vale più di 80
INFORMAZIONI
1976
Charisma Records
Prog Rock
Tracklist
1. Pilgrims
2. Still Life
3. La Rossa
4. My Room (Waiting For Wonderland)
5. Childlike Faith in Childhood’s End
Line Up
Peter Hamill (Voce, Chitarra, Pianoforte)
David Jackson (Sax, Flauto)
Hough Banton (Basso, Tastiere)
Guy Evans (Batteria)
 
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