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Amberian Dawn - Darkness of Eternity
05/12/2017
( 583 letture )
Più puntuali del Natale e di un nuovo test missilistico di Kim Jong-un ecco che, sul finire di questo 2017, gli Amberian Dawn presentano al mondo il loro nuovo nato, Darkness of Eternity, ottavo full-length in nemmeno dieci anni di carriera.
Ci eravamo lasciati -esattamente due anni fa- con Innuendo, disco privo di mordente e talmente affogato in certi stilemi da non lasciare presagire nulla di buono sul futuro del gruppo. Ventiquattro mesi dopo abbiamo la prova definitiva dell'accuratezza di quei presagi, e il tutto senza essere né la Sibilla Cumana e né dei bookmaker inglesi. Britney direbbe “Oops!... I Did It Again”, in questo caso però non è che i cinque di Helsinki ci abbiano illuso di poter essere più che nostri amici: ciò che hanno rifatto è proprio il disco.
Sul serio.

Innuendo e Darkness of Eternity sono intercambiabili, stesse strutture, stessa tipologia di canzoni, persino certe melodie si somigliano le une con le altre. Facciamo una prova: ascoltate i primi trenta secondi di Sky is Falling. Fatto? Bene, ora riprendete Knock, Knock Who's There da Innuendo. Notato nulla di simile?
Non è nemmeno un problema di auto-citazionismo (cosa che capita anche a gruppi ben più blasonati di loro) o di finire ad usare note simili, qui proprio pare si faccia fatica ad andare fuori dallo stesso modo di costruire le melodie e i risultati purtroppo si sentono. Questo senza voler poi entrare nel merito, perché parliamo di due brani che -a tratti- suonano come una via di mezzo tra le melodie in otto bit del NES e le musiche di un programma per bambini con ambientazione finto medioevale.

Gli Amberian Dawn sono dunque degli incapaci? No. La cosa grave è proprio quella. Siamo davanti ad un gruppo di musicisti con una preparazione tecnica di altissimo livello. Un insegnante direbbe: “Signori, i vostri figli sono intelligenti, si applicano pure, il problema è che quel sussidiario che si ostinano a voler usare ha il capitolo sul symphonic metal fermo a quindici anni fa”. Perché, riguardo a come suonano, che gli si può dire?
Joonas Pykälä-aho alla batteria ha una pulizia di esecuzione ad alte velocità invidiabile, non sfigurerebbe in ambienti che richiederebbero drumming ancora più estremi (Dragonflies ha dei momenti in blast beat a dire poco chirurgici). Jukka Hoffrén è un bassista solido e aiuta non poco nella costruzione del groove delle canzoni, anche grazie ad una produzione che l'ha comunque lasciato piuttosto presente, anche se non sempre molto definito. Emil Pohjalainen potrebbe tranquillamente avvicinarsi alla categoria dei chitarristi virtuosi e non è un caso che suoni (insieme a Joonas), anche nella band progressive finlandese Thaurorod. In questo album si è persino un po' limitato in quanto ad assoli costruiti con scale fatte per intero avanti e indietro, ma in questo contesto risulta molto più efficace con l'esecuzione della parte ritmica (molto serrata per quanto talvolta monocorde), che nei momenti solisti, che continuano a suonare parecchio fini a sé stessi. Tuomas Seppälä continua a buttare alla rinfusa layer su layer di orchestrazioni (anche parecchio complesse) che, per quanto possano anche suonare magniloquenti ad un primo ascolto, cadono rapidamente nel già sentito e nel banale, d'altronde: la bontà di una melodia non è direttamente proporzionale al numero di “pezzi” dell'orchestra che la suona.
Rispetto ad Innuendo c'è un leggero miglioramento invece per quanto riguarda la prestazione di Capri, non tanto per un discorso tecnico (è una buona cantante con un gran curriculum), quanto più per la varietà di stili e in generale per qualche linea vocale talvolta più azzeccata. Nulla di trascendentale ma non siamo ai livelli di “piattezza” del disco precedente. La sua è una buona interpretazione, più in moderno che in lirico (usato abbastanza di rado comunque), ma in questo contesto continua a sembrare abbastanza anonima, magari nemmeno per colpa sua.

Spezziamo una piccola lancia in merito alla produzione: se di base troviamo il solito sound patinato, con suoni ormai abbastanza standardizzati e timbricamente non così caratterizzati, va anche riconosciuto agli Amberian Dawn di aver ottenuto un mix pulito e chiaro. Il tutto valorizzato da un mastering stranamente non così aggressivo, con un bel muro di basse frequenze (già a partire da 40 hz) e un taglio piuttosto “soft” e progressivo sopra i 10 khz. Non è nemmeno un disco particolarmente pompato, è stata mantenuta infatti una discreta “headroom”, che permette -quasi sempre- al mix di respirare e di salvare qualche dinamica in più rispetto alla media di produzioni di questo tipo.

Non c'è molto da aggiungere e anzi: sto avendo delle serie difficoltà a scrivere qualcosa che non assomigli a quanto già detto nella conclusione della recensione di Innuendo, si potrebbe quasi fotocopiarla, un po' come fanno di volta in volta gli Amberian Dawn con i loro album. È veramente difficile capire cosa spinga Tuomas Seppälä e compagni a continuare così. Non stanno battendo una strada senza uscite, si stanno ostinando a girare in tondo nemmeno stessero trascinando la macina di un mulino e nel farlo stanno scavando il terreno ad ogni giro di più. Ancora un po' e diventeranno dei novelli Lidenbrock.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
45 su 4 voti [ VOTA]
Armonie Universali (M. G.)
Giovedì 7 Dicembre 2017, 12.39.27
5
Be', non può passare come pop, con quelle chitarre e quella batteria. Esiste apposta l'etichetta "pop metal". Anche se proprio Maybe è più pop rock... e va benissimo così, giacché è il brano migliore dell'album. Meglio qualcosa di frivolo da canticchiare distrattamente mentre si pulisce casa, che degli indigeribili mattoni di melodie insipide e cliché strumentali vecchi di quindici anni abbastanza noiosi da far venire sonno ma troppo rumorosi per far addormentare davvero. In ogni caso, gli Amberian Dawn sono sempre stati una band inutilissima il cui discreto successo è un mistero. Giusto River of Tuoni e Innuendo sono ascoltabili (nel senso che arrivano alla sufficienza, nulla di più), gli altri sono uno peggio dell'altro (con Circus Black come punto più basso... probabilmente l'album metal più brutto che abbia mai ascoltato in vita mia). Per cui no, non sarò certo io a difenderli. E pure il pop metal c'è chi lo fa decisamente meglio di loro.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 7 Dicembre 2017, 10.14.44
4
Sentito ieri sera dalla mia amica appassionata di queso genere symphonic/etc., assaggiando il primo novello del 2017. Secondo me, è stato scritto da Bjorn Ulvaeus e Benny Andersson, in incognito. Potrebbe essere confuso con l'inedito mai realizzato dagli ABBA dopo il loro scioglimento. Più ABBA di così, è difficile, soprattutto su brani come Sky is Falling e Maybe. Faranno successo in Australia, come i loro predecessori Svedesi. Mi chiedo perché questa roba, passa come musica "metal" (e attendo il commento di Monsieur Prometheus). Au revoir.
Armonie Universali (M. G.)
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 11.59.16
3
"Maybe" è carina: molto catchy, leggera, simpatica (gli Amberian Dawn non credo possano permettersi di prendersi sul serio). Anche "Dragonflies" non è malaccio. Il resto, invece, lo cestinerei in toto. Album bocciato.
gianmarco
Martedì 5 Dicembre 2017, 21.49.52
2
dragonflies mi è piaciuta
Sabbracadabra
Martedì 5 Dicembre 2017, 21.24.35
1
Bellissimo
INFORMAZIONI
2017
Napalm Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. I'm the One
2. Sky is Falling
3. Dragonflies
4. Maybe
5. Golden Coins
6. Luna My Darling
7. Abyss
8. Ghostwoman
9. Breath Again
10. Symphony Nr. 1, Part 2 - Darkness of Eternity
Line Up
Capri (Voce)
Emil Pohjalainen (Chitarra)
Tuomas Seppälä (Chitarra, Tastiera)
Jukka Hoffrén (Basso)
Joonas Pykälä-aho (Batteria)
 
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