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River of Souls - The Well of Urd
08/12/2017
( 680 letture )
Se analizzassimo un profilo random di un musicista, raramente ci capiterebbe di visualizzare un cammino lineare sovrapponibile in via esclusiva alla traiettoria di una band principe; al contrario, nel destino di molti si profila un percorso tortuoso, costellato di piccole parentesi di soddisfazione a fronte di numerose delusioni a cui segue puntualmente un ennesimo punto zero. In questa prospettiva, i River of Souls rappresentano un piccolo spaccato della miriade di casi in cui differenti musicisti forgiati da anni di attività (nella fattispecie ci aggiriamo nell'underground della scena olandese) si congiungono in un nuovo progetto; ecco allora che all’ombra del nuovo moniker si riuniscono a cenacolo tre “veterani”, ovvero Bart de Greef, Ingmar Otter e soprattutto Paul Beltman (di cui oltre alla militanza nei Judgement Day negli anni '90 è opportuno ricordare anche la presenza nella line-up in qualità di batterista nei Sinister nell'era pre e post Afterburner) nella veste di motore compositivo nonché chitarrista, più il “rookie” Benjamin Hoogers. Sebbene lo stadio embrionale di questa band risalga, secondo le parole di Beltman, al 2012, la composizione di una formazione stabile e la raffinazione della scrittura dei brani ha richiesto un intervallo temporale ingente, motivo per cui The Well of Urd, primo lascito ufficiale autoprodotto, ha visto la luce ben cinque anni dopo lo scoccare della prima scintilla.

Nelle note biografiche il quartetto olandese si definisce come una versione progressiva/alternativa del death/doom, ma in realtà, ascoltando il platter, una simile definizione non trova un pieno riscontro, visto che, oltre a non delinearsi nessun tratto sovversivo e poche delle sfumature indicateci, il genere guida che si materializza è semplicemente un death melodico in cui si incardinano alcuni momenti particolarmente canonici e prevedibili alternati ad altri dove prevalgono fortunatamente spunti decisamente più riusciti ed interessanti. Seguendo questo filo conduttore caratterizzato dallo scontro di flussi ispirazionali dalla resa qualitativa opposta, possiamo quindi descrivere alcune tracce che li contengono entrambi come The Norn's Chant, (qui una parte delle sezioni centrali, contrassegnate da un riffing piuttosto ordinario, stempera e vanifica le buone vibrazioni impartite dalla parte introduttiva, anche se poi, soprattutto dalla seconda metà della traccia, i Nostri riescono a sprigionare un momento di tensione emotiva in cui la componente strumentale e il timbro melodico della voce di Bart de Greef si amalgamano con efficacia), e Soilsorcerer che, sia nel frangente iniziale che in quello prossimo alla chiusura, si materializza sempre una sensazione di deja vu (fra i tanti esempi concreti citiamo alcuni intrecci solistici che richiamano pur velatamente i Death), salvandosi tuttavia in corner a metà del minutaggio con un breve squarcio acustico ed una successiva progressione di accordi dove risulta evidente una certa volontà dei Nostri nel voler sviluppare soluzioni armoniche più elaborate. Tra gli episodi che non riservano particolari scossoni, pur apprezzandone complessivamente la qualità, possiamo includere Earthfather e Beneath the Well, tracce che si basano essenzialmente sull'immediatezza, considerato il focus posto sulle accelerazioni in cui il death assume connotazioni più epiche (Amon Amarth) intervallandosi con un riffage groovoso. Tra i momenti migliori di The Well of Urd si mettono in evidenza quindi i due episodi non ancora citati, ovvero Servitor e The Unbending One. La prima delle due si contraddistingue per un segmento iniziale in cui i River of Souls decelerano a favore di un death/doom innervato da linee piuttosto semplici ma al contempo vincenti (complice una linea melodica che, pur calcandone le impronte minimali, punta a far affiorare i tratti più raffinati dell’ispirazione), per poi chiudere su una sezione più tirata appoggiata da un riffing immediato che funzionalmente mette in primo piano un cantato solenne. Decisamente più complessa e articolata, The Unbending One stempera un furioso melodic death di matrice svedese con parentesi clean e sezioni soliste, certificando inequivocabilmente che, alla prova dei fatti, è proprio questo il versante in cui gli olandesi sono in grado di mettere a segno i colpi migliori, ottenendo di conseguenza i risultati più convincenti.

Tralasciando segmenti di derivatività piuttosto tangibili nonché qualche piccola parentesi solista non particolarmente brillante, bisogna tutto sommato ammettere che i River of Souls hanno pubblicato un primo tassello confezionato con indubbia professionalità, impreziosito dallo sfoggio di una tutt’altro che disprezzabile qualità complessiva di un songwriting che appare già complessivamente rodato e quindi pronto per una successiva prova. In quella futura sede, però, è assolutamente indispensabile che i River of Souls si liberino dagli impacci figli del ricorso ai cliché di genere su cui sembrano adagiarsi con troppa facilità, autocondannandosi per ora a un galleggiamento “di mestiere” nel grosso calderone del melodic death. L’inizio è promettente, ma non basta per consentire di sbilanciarci in giudizi pienamente positivi.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Death
Tracklist
1. The Norn's Chant
2. Earthfather
3. Servitor
4. The Unbending One
5. Beneath the Well
6. Soilsorcerer
Line Up
Bart de Greef (Voce)
Paul Beltman (Chitarra, Batteria)
Ingmar Otter (Chitarra)
Benjamin Hoogers (Basso)
 
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