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Pearl Jam - Riot Act
09/12/2017
( 1294 letture )
Terminato l’incredibile e positivissimo decennio degli anni Novanta, è risaputo che i Pearl Jam non furono più in grado di mantenersi su un certo tipo di standard qualitativo. Gli autori di veri e propri capolavori del calibro di Ten, Vs. e Vitalogy, ma anche di ottimi album come No Code e Yield, diedero il via agli anni Duemila con un lavoro che tentò di riaggrapparsi alle loro origini, ma senza riuscirci fino in fondo. Binaural per molti non fu all’altezza delle aspettative, pur mostrando di possedere tanti punti di forza che anche oggi gli permettono di essere considerato un prodotto più che valido. Due anni più tardi venne pubblicato Riot Act, ultimo disco ad uscire per conto della Epic Records. Rispetto alla line-up di Binaural non ci furono cambiamenti, con la riconferma di Matt Cameron dietro le pelli, ma per la prima volta comparve tra i crediti il nome di Kenneth “Boom” Gaspar, tastierista che solo successivamente entrerà in pianta stabile nei Pearl Jam. Riot Act non è certo un album di difficile assimilazione, ma i fan di vecchia data della band potrebbero storcere il naso per alcune scelte stilistiche apportate da Vedder e colleghi. Questo perché l’album non punta con decisione verso nessun punto preciso, restando sospeso tra grunge, rock e alternative con l’aggiunta di qualche soluzione sperimentale poco felice.

Di canzoni capaci di passare alla storia probabilmente non ce ne sono, ma delle quindici tracce proposte possiamo tranquillamente affermare che almeno un terzo di esse si lasciano parecchio apprezzare anche a distanza di anni. Vediamole una ad una: si parte dall’iniziale Can’t Keep, canzone apparentemente lenta ad ingranare, ma in realtà esplosiva per tutta la sua durata, sapientemente interpretata da un Eddie Vedder in stato di grazia. È un inizio in grande stile, cui seguono due tra i pezzi più interessanti del disco, Save You e Love Boat Captain. La prima è anche la canzone più movimentata che troveremo, un grunge rock dai ritmi frenetici, che tratta un tema sempre attuale come quello dell’aiuto e del sostegno da dare ad una persona che per un motivo o per l’altro sta buttando via la sua vita. Love Boat Captain è invece un inno all’amore -pur visto con toni pessimistici- con tanto di frase “Love is all you need, all you need is love” che non lascia adito a dubbi. All’interno del testo viene inoltre citata la tragedia del Roskilde Festival di due anni prima, dove morirono nove persone tra il pubblico schiacciate dalla folla. Musicalmente parlando si tratta di un brano dalle diverse sfaccettature, in cui predomina però la malinconia, solo in parte soffocata dall’energia senza eguali del cantato di Vedder. Per trovare un altro brano all’altezza bisogna saltare alla seconda metà del disco, con Get Right, che da un punto di vista musicale può essere paragonata alla sola Save You. Molto diversa, ma ugualmente efficace è poi la conclusiva All or None, lenta ed intensissima ballad dai toni fortemente malinconici e cupi. Purtroppo Riot Act non presenta molti altri spunti degni di nota e a salvarsi, oltre a quelli sopracitati, sono solo brani come Cropduster, Green Disease e ½ Full, che però non bastano ad onorare il monicker che rappresentano. Va segnalata, ma per motivi che esulano dal contesto musicale, la penultima traccia del disco, Arc, dedicata alle nove vittime del Roskilde Festival. Si tratta essenzialmente di una registrazione effettuata sovrapponendo dieci tracce vocali diverse del cantante Eddie Vedder, senza l’aggiunta di strumenti musicali.

La sensazione maggiore, ad ascolto terminato, è che l’album manchi di nerbo, della forza necessaria per riuscire a coinvolgere chi ascolta della bontà del proprio operato. Troppe canzoni sottotono, prive di mordente, lontane dai Pearl Jam che tutti ci aspetteremmo, figlie forse di un periodo poco felice, quello dei primi anni Duemila, in cui la band fu assorbita dalle vicende esterne -della tragedia del Roskilde abbiamo parlato, ma l’11 settembre 2001 l’America fu sconvolta da qualcosa di ben più grave e gli stessi testi di Riot Act in parte ne trattano- e contemporaneamente dovette assistere alla fine di un’epoca che loro stessi avevano contribuito a creare. Per molti versi i veri Pearl Jam non c’erano già più e molti al tempo si saranno augurati che la band potesse definitivamente tirarsi indietro una volta compreso che il loro momento d’oro era finito. Ma qualcosa ci dice che il destino è stato benevolo lasciando tutt’oggi intatta una band che altrimenti avremmo fortemente rimpianto.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
63.75 su 4 voti [ VOTA]
TheSkullBeneathTheSkin
Giovedì 14 Dicembre 2017, 10.36.12
9
Il peggior album dei Pearl Jam, merita la sufficienza (stiracchiata) e nulla più, nessuno se ne ricorderà. Voto 60
Mop
Giovedì 14 Dicembre 2017, 9.28.28
8
Non a livello della prima parte di carriera ma da questo disco vengono fuori capolavori incredibili, Love Boat Captain, Thumbing My Way, Half Full e la pazzesca per All or None. Disco da 78 x me.
Havismat
Martedì 12 Dicembre 2017, 16.40.13
7
Singoli a parte, un disco molto mediocre. Già Binaural mi fece storcere un po’ il naso; con questo fu chiaro che i vecchi Pearl Jam non ci sarebbero più stati.
Vittorio
Lunedì 11 Dicembre 2017, 10.33.14
6
Anch'io concordo con i commenti sotto. Band che rimane imprescindibile (le tre ore dell'ultimo concerto di San Siro lo confermano) ma dal punto di vista discografico nella seconda parte della carriera le luci sono state pochine...
Galilee
Sabato 9 Dicembre 2017, 20.12.02
5
Primo disco un po deludente di questa band. Anche se devo ammettere che nemmeno binaural mi fece impazzire. Toccheranno il fondo con l'omonimo per poi riemergere con lo splendido backspacer che li riporterà quasi ai fasti dei primi 4. Per poi riperdersi... comunque tutt'oggi lo ascolto volentieri.
Macca
Sabato 9 Dicembre 2017, 20.03.53
4
Concordo in gran parte con analisi e commenti, il primo vero passo falso della discografia di questa band immensa. Peccato perché ai tempi rimasi piacevolmente sorpreso dai primi singoli e dalla copertina, così lo comprai al volo: dopo un paio di ascolti invece mi scese, da allora è rimasto sullo scaffale e raramente l'ho ripreso. Appoggio le considerazioni di @P2K! sarebbe bello che tornassero al modo di comporre dei primi tempi, forse la qualità ne gioverebbe anche se credo che la vena che alimentava la creatività dei primi album sia ormai andata perduta con la fama e i milioni di dollari.
Lizard
Sabato 9 Dicembre 2017, 16.32.35
3
@P2K!: stesse identiche considerazioni anche per me, solo che le ho fatte ai tempi di Yield che mi piacque ma non mi invoglio' a proseguire l'ascolto dei loro album. Fu dura perché li ho amati, ma a differenza di Alice in Chains e Soundgarden, la loro parabola mi ha stancato presto.
P2K!
Sabato 9 Dicembre 2017, 16.06.44
2
Con l’acquisto di questo disco si celebrò definitivamente il mio divorzio dai Pearl Jam. Band che ho amato svisceratamente con il debut, e continuato ad idolatrare con i successivi splendidi due album. Poi da “No Code” quella carica sanguigna cominciò a latitare, ma sia qui che su Yeld continuai a trovare qua e là qualche cosa di interessante. Binaural lo trovai fiacco ma aveva un paio di tracce molto notevoli, e per questo sperai fosse solo una battuta d’arresto. Ma con “Riot Act”... che palle. Disco senza mordente. Noioso e pure prolisso(!!!). Ormai era chiaro che i i Pearl Jam avevano imboccato il sentiero paventato da Eddie Vedder, ovvero band che doveva supportare le sue velleità. Quelle di voler diventare un songwriter alla Springsteen, Dylan, Young e compagnia cantante... penso che i Pearl Jam dovrebbero tornare a scrivere brano partendo da Jam tra Mc Ready, Gossard, Amment e Cameron tenendo Vedder fuori, e coinvolgendolo solo dopo aver preparato dei strumentali Rock riff oriented... Eddie andasse a giocare a fare il songwriter democratico sui suoi dischi solisti. I Pearl Jam DEVONO suonare ROCK!!! Ah per la cronaca ho ascoltato anche i dischi successivi a questa noia... sempre du’ palle li ho trovati
Joker74
Sabato 9 Dicembre 2017, 13.20.59
1
Un disco che non passerà certamente alla storia, a differenza di capolavori come Ten e Vitalogy. Si fa ascoltare e dimenticare abbastanza in fretta.
INFORMAZIONI
2002
Epic Records
Alternative Rock
Tracklist
1. Can’t Keep
2. Save You
3. Love Boat Captain
4. Cropduster
5. Ghost
6. I Am Mine
7. Thumbing My Way
8. You Are
9. Get Right
10. Green Disease
11. Help Help
12. Bu$hleaguer
13. ½ Full
14. Arc
15. All or None
Line Up
Eddie Vedder (Voce, Chitarra)
Stone Gossard (Chitarra)
Mike McCready (Chitarra)
Jeff Ament (Basso)
Matt Cameron (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Kenneth “Boom” Gaspar (Tastiera)
 
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