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Movements - Feel Something
10/12/2017
( 692 letture )
Ci sono periodi in cui non si ha molta voglia di ascoltare nuova musica, può essere perché niente delle nuove uscite sembra riuscire a interessarci o a “cliccare” quelle parti de nostro subconscio che il quel preciso periodo vorremo solleticare. E sono di quei periodi in cui neppure rifugiarsi nei vecchi classici può salvarti. Poi, ad un certo punto, arriva un album, una band, un fulmine a ciel sereno. Degli esordienti magari, che ti propongono, con tutta l’inesperienza e l’innocenza di chi vuole stupire il mondo, proprio ciò di cui avevi bisogno ma che non riuscivi a descrivere a parole.
Per il sottoscritto quella band è stata i Movements e l'album il loro esordio Feel Something, uscito per la Fearless Records. Questo perché Feel Something è percorso da un senso di autenticità che lo esalta e lo fa risaltare nel mare di uscite che ci bombardano ogni giorno. Nel bene e nel male, non gli si può rimanere indifferenti. Questo non perché i Movements propongano qualcosa di radicalmente diverso dal panorama moderno, tutt’altro. La band di Rancho Santa Maria (California) è perfettamente collocata nel fiume del post-hardcore moderno, quella scena che negli ultimi anni ha proposto alcuni degli album più interessanti e profondi e che più è riuscita ad incontrare le esigenze dei giovani che nella musica cercano di più del semplice intrattenimento. Hanno in sé l’irruenza e la tragicità lirica dei mostri sacri La Dispute e Touchè Amorè senza dimenticare la lezione melodica dei padri putativi Brand New, ma le radici del quartetto affondano fino ad arrivare a nomi leggendari come Fugazi e Rites of Sping, ma anche – e soprattutto – Sunny Day Real Estate e Mineral.

Patrick Miranda canta e declama, raramente urla, raramente dà libero sfogo alle emozioni che per tutte le undici canzoni dell’album lascia fluire con le sue parole in un flusso continuo ma senza esplosioni. Se cercate la disperazione e l’incontinenza poetica di Jordan Dreyer in Somewhere at the Bottom of the River Between Vega and Altair o il coraggio auto-confessionale di Jeremy Bolm in Stage Four non li troverete, o almeno non li troverete subito. Miranda si muove su un territorio che all’apparenza potrebbe sembrare di più facile attraversamento: il cantato melodico – quasi pop-punk – preso in prestito dai già citati Brand New e degli ultimi The Wonder Years. Quindi linee vocali di grande presa sull’ascoltatore, nessun trauma nemmeno per chi non è abituato al genere, canzoni come Colorblind o l’ottima opener Full Circle farebbero felici anche il più inesperto degli ascoltatori di questo genere di musica. Le liriche di Miranda per la maggior parte ricalcano esperienze personali inerenti a relazioni, ad esempio Daylily è dedicata alla sua ragazza, sofferente di ansia e depressione, come lui stesso ha dichiarato:

La mia fidanzata è l’ispirazione per questa canzone. Ha passato degli anni molto difficili quando era adolescente, avendo a che fare con disturbi alimentari, ed ancora oggi combatte con l’ansia e la depressione. Quando l’anno scorso stava attraversando un altro periodo molto difficile ho scritto questa canzone per lei.

Outside for the first time in a long time
Lose yourself, sink into the sunlight
It’s been a while since you felt right
But the warm nights are coming soon and you’ll be just fine
You’ll be just fine
You’ll be just fine


I testi sono comunque molto intensi e sentiti, mai banali o scontati. Purtroppo non riescono a fuoriuscire dalla media, pur non sfigurando. Forse è anche per questo che i Movements non raggiungo i loro maestri e Feel Something non è un capolavoro ma “solamente” un ottimo album. Manca l’urgenza narrativa feroce dei padri La Dispute e i Movements non riescono a toccare il loro cielo ma si fermano appena sotto le nuvole, compensando con un’ottima perizia tecnica e un gusto melodico che per degli esordienti ha dell’incredibile. Le chitarre di Ira George non sono mai invadenti e il chitarrista non vuole impressionare l’ascoltatore mostrando chissà quali doti funamboliche e sa quando è meglio farsi da parte (come nella toccante ballata acustica Fever Dream) e quando invece alzare il volume. La band si dimostra capace in generale di passare da uno stile all’altro senza difficoltà mantenendo comunque un filo logico che accomuna tutta la tracklist, dalle derive vagamente post-rock di Submerge al post-hardcore classico di Under the Gun. In alcune tracce – la già citata Under the Gun e la conclusiva The Grey – spicca il bassista Austin Cressey, che si dimostra all’altezza dei compagni.

In conclusione Feel Something si candida ad essere uno dei migliori debutti dell’anno in campo rock e non ci resta che iniziare ad attendere un secondo album in cui la band californiana riesca a far esplodere tutto il talento che in questa prima prova ha lasciato ammirare solo parzialmente, forse coperto da un leggero timore di essere troppo presto etichettati.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Pink Maggit
Giovedì 28 Dicembre 2017, 16.40.15
2
Grazie mille! @Vulgar Puppet
Vulgar Puppet
Martedì 12 Dicembre 2017, 23.39.57
1
Gruppo interessante, bella rece!
INFORMAZIONI
2017
Fearless Records
Alternative Rock
Tracklist
1. Full Circle
2. Third Degree
3. Colorblind
4. Daylily
5. Deadly Dull
6. Fever Dream
7. Suffer Through
8. Deep Red
9. Under the Gun
10. Submerge
11. The Grey
Line Up
Patrick Miranda (Voce)
Ira George (Chitarra)
Austin Cressey (Basso)
Spencer York (Batteria)
 
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