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Deos - In Nomine Romae
18/12/2017
( 682 letture )
Una copertina raffigurante un frammento di scenario bellico ambientato nell’antica Roma, corredo grafico di monicker e titolo in lingua latina. Facile, con tali premesse visive, ipotizzare di avere in mano un nuovo prodotto proveniente dal Bel Paese. Contrariamente a ciò, in realtà, i Deos sono un quintetto risiedente in Francia, attivo dal non lontano 2014.
Il loro nuovo full-length, intitolato In Nomine Romae, edito per l’etichetta indipendente nostrana Buil2Kill Records, esce infatti con una gap temporale di soli due anni rispetto al debut Ghosts of the Empire e si presenta come un’opera decisamente corposa che consta di tredici capitoli liricamente incentrati sulla storia dell’Impero. Coerentemente con le tematiche affrontate, il sound proposto può essere definito come un metal epico e melodico con tratti nettamente riconducibili alla sottofrangia estrema.

Gli intenti artistici del combo d’oltralpe sono subito messi nero su bianco nel breve preludio L’armatura dei Coraggiosi, una ben congegnata introduzione orchestrale a presentazione del mood che intride i cinquantasei minuti totali di questo platter. La prima vera e propria traccia, Pro Iovit Pro Mars, si suddivide in seguito in varie sequenze, ciascuna ispirata ora dalla musica sinfonica, ora dal black metal, cui aderisce per via del cantato in screaming, così come dal metal più classico per quanto riguarda il riffing. Tale componimento, nonostante la quantità di elementi in gioco, mostra i primi segni di debolezza del disco, determinabili in un songwriting che soffre di una incompiuta articolazione, in un uso elementare della drum machine e in un lavoro in cabina di registrazione piuttosto discutibile. Rispetto all’esordio, difatti, si riscontra una consistente differenza riguardante la tipologia di produzione scelta, che all’approccio live e comunque più naturale allora adottato, preferisce, in questo contesto, un risultato più artefatto e “plastificato”, con inevitabili ripercussioni sulla qualità sonora.
La successiva Caput Mundi esprime dinamicità tramite un incedere deciso, evidenziato da massicce cavalcate in doppia cassa, con tastiere impiegate nel ruolo di completamento atmosferico e supporto del solido guitar working. Questa simbiosi strumentale si conferma una delle costanti della proposta dei Deos, principio rispettato anche in Sapere Aude, che a seguito di un arpeggio quieto in apertura cresce progressivamente d’intensità con l’intervento delle percussioni e lo sviluppo di semplici trame chitarristiche.
La successiva Oderint Dum Metuant è costruita sugli stilemi del death/black, rifiniti con i consueti arrangiamenti armonici di sottofondo. Non vengono proposte troppe variazioni sul tema in questo pezzo che tende a ripetersi senza intraprendere una reale direzione, risultando quindi trascurabile. L’influenza del metal di stampo svedese è chiara invece in Memento Mori, un mid tempo dove un sound di Amon Amarth-iana memoria si arricchisce di solenni innesti vocali.
Non mancano anche tentativi, per la verità solo parzialmente indovinati, di riferimenti alla forma d’arte del teatro come avviene in Cincinnatus, in cui l’incipit costituito da arpeggi ed orpelli sinfonici fa da colonna sonora ad una recitazione in italiano di un passo della vita del console.
La centrale Laudatio Funebris merita una menzione particolare in quanto episodio più riuscito del lotto, valorizzato dall’intensa tensione drammatica insita nella relazione tra il beat marziale e il dialogo tra le sei corde e le tastiere che da vita ad un sound evocativo, con sfumature estrapolate dal doom, un genere che ben si sposa con il presente quadro musicale. Lo scroscio del mare in apertura e chiusura di Mylae costituisceinvece gli estremi ambientali di un brano cupo e dinamico, che alterna alle strofe in doppia cassa, partiture più riflessive incise da brevi fraseggi chitarristici, accompagnati da inusuali vocalizzi dal carattere vagamente tribaleggiante.
Si prosegue con Post Tenebrae Lux, un interludio orchestrato esclusivamente funzionale alla narrazione del concept, cui seguono Cunctator e Aut Vincere Aut Mori, vitalizzati da spunti sinfonici ma che nella loro ossatura sezionata da frequenti stop and go manifestano una disomogeneità di fondo, lasciando al termine dell’ascolto più di un punto interrogativo irrisolto.
La conclusiva Delenda Carthago, è piuttosto autoreferenziale nel suo svolgersi, prevedendo intervalli atmosferici in successione su una stesura che scorre senza registrare particolari alterazioni metronomiche, raggiungendo un picco solo nel finale con la citazione:

Carthago Delenda Est,

celebre proclama con cui il Senatore Catone il Censore era solito terminare le sue orazioni e qui simbolicamente posto a chiusura del CD.

Più ombre che luci in questa seconda fatica marchiata Deos, un album che nasce con mire certamente ambiziose ma che in fin dei conti delude le alte aspettative createsi inizialmente.
Le scelte in fase di produzione, come già accennato nel corso della disamina, rappresentano un fattore che affligge notevolmente le composizioni dei transalpini. Chitarre e orchestrazioni, la cui potenza è la principale forza espressiva di un sound magniloquente, sono spesso lasciate in secondo piano, ad erroneo favore di un eccessivo risalto della drum machine, invasiva e settata in modo minimale. Un vero peccato, in quanto un supporto tecnologico del genere sarebbe potuto essere sfruttato in maniera certamente più creativa, specialmente se si considera che la band conta tra le sue fila di un batterista, Loïc Depauwe, la cui prestazione nel precedente Ghosts of the Empire era risultata decisamente più efficace di quanto proposto in questa sede.
In ogni caso, il songwriting non appare convincente, ridondante nella proposizione talvolta forzata d’idee non sempre illuminate e che raramente sollevano le sorti dei singoli brani. In un ideale grafico che presuppone come variabili qualità e tempo, la curva di In Nomine Romae oscilla tra momenti poco trascinanti, che coprono gran parte della durata, e qualche guizzo meritevole di attenzione, un auspicabile punto di ripartenza futuro che sarebbe quantomeno ingeneroso e ingiusto non sottolineare.
Troppo poco tuttavia per raggiungere un giudizio complessivo pienamente sufficiente e farsi notare tra le copiose pubblicazioni dello stesso ambito lirico e musicale che hanno fatto scuola. La lezione dei maestri deve essere ancora assimilata, e per fare in modo che ciò avvenga è necessaria una maggiore dedizione e ricerca sulla materia.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
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Henry
Martedì 2 Gennaio 2018, 19.16.05
2
Lo sto ascoltando per curiosita'. E' veramente osceno!
Korgull
Lunedì 18 Dicembre 2017, 17.57.12
1
Ma fa veramente cosí schifo?
INFORMAZIONI
2017
Buil2Kill Records
Black
Tracklist
1. L’armatura dei Coraggiosi
2. Pro Iovis Pro Mars
3. Caput Mundi
4. Sapere Aude
5. Oderint Dum Metuant
6. Memento Mori
7. Cincinnatus
8. Laudatio Funebris
9. Mylae
10. Post Tenebras Lux
11. Cunctator
12. Aut Vincere Aut Mori
13. Delenda Carthago
Line Up
Jack Graved (Voce, Basso)
François Giraud (Chitarra)
Fabio Battistella (Chitarra)
Harsh Wave (Tastiere)
Loïc Depauwe (Batteria)
 
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