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Church of Void - Church of Void
20/12/2017
( 900 letture )
Autostima e presunzione, ovvero la sottile linea rossa che separa una corretta percezione dei propri mezzi da un’irrealistica rivendicazione di eccellenze in realtà tutte da dimostrare. Potremmo riassumere sommariamente così l’avvio di carriera dei finlandesi Church of Void, comparsi sulla scena cinque anni fa autoproclamandosi punta di diamante di una presunta “new wave of traditional heavy/doom metal”, ma a detta di molti poco più che dignitosi solcatori di acque battute da navigli dal tonnellaggio ben più significativo… e con ben altri esiti. Rispetto alla valutazione media di riviste e webzine, infatti, noi di Metallized eravamo stati tra i più indulgenti nei confronti del debutto sulle lunghe distanze di un full-length come Dead Rising, caratterizzato da buoni spunti alternati a qualche innegabile caduta di tono, peraltro tipicamente riconducibile ai limiti di molte opere prime, in cui spesso le buone intenzioni si scontrano fisiologicamente con una capacità non ancora affinata di calibrare spinte dell’ispirazione e conseguente linguaggio espressivo.

L’habitat del quintetto di Jyväskylä (non inganni la coincidenza geografica, gli Swallow the Sun abitano in tutt’altro quartiere musicale, della cittadina) si è subito collocato in un’ipotetica terra di mezzo tra la classicità di filiazione sabbathiana e una misurata modernità in cui, più che la scuola scandinava del terzo millennio, a riecheggiare era soprattutto la lezione My Dying Bride. A emergere prepotentemente sono state le devozioni Saint Vitus e, soprattutto, Pentagram (la cover di Forever My Queen, datata 2015, è il tributo più cristallino ai primissimi vagiti della carriera di sua maestà Bobby Liebling e compagni), ma, complice il timbro vocale vagamente enfatico del singer Magus Corvus, l’essenzialità caratteristica dei padri nobili del genere è scesa non di rado a compromessi con suggestioni di marca Candlemass, pur senza mai varcare davvero le soglie dell’epic doom di casa a Stoccolma. Il problema è che, su questa rotta, il pensiero è volato subito alla resa di una band come i Lord Vicar e qui la pietra di paragone si era dimostrata ben più che impervia da scalare, considerate le qualità squadernate dalla coppia Linderson/Kärki in una discografia magari non affollatissima numericamente ma sempre costellata di grandi soddisfazioni, per i doomster più incalliti.

Che qualcosa stesse cambiando, per la verità, si era intuito già nello split “a tre mani” con Cardinals Folly e Acolytes of Moros, Coalition of the Anathematized, che non più tardi di un anno fa aveva rivelato una band in buono stato di salute creativa, capace di aggiungere alla propria cassetta degli attrezzi sabbiosi riflessi stoner e refoli seventies e mettendo così a segno un guadagno non trascurabile in termini di personalità. Restava da capire se gli inequivocabili segnali di maturità lanciati nel minutaggio forzatamente contenuto di uno split fossero in grado di reggere la prova di un’intera tracklist e la risposta arriva con questo Church of Void, che si configura come una sorta di nuova partenza su basi decisamente più solide rispetto al predecessore (che la scelta del moniker stesso, per il titolo, sia forse la fiera certificazione anche linguistica di una band impegnata in un nuovo e definitivo corso?).
Se alla voce novità va ascritto innanzitutto il cambio di label, con il trasloco dal roster Svart Records a quello della tricolore Argonauta Records (sempre più proficuamente impegnata in un’opera di rastrellamento di eccellenze doom/sludge/stoner non solo all’interno dei patri confini), sul versante dell’ispirazione non siamo certo di fronte a fragorose rotture rispetto al passato, ma la sensazione è che stavolta la tradizione venga affrontata con un senso della misura decisamente più spiccato rispetto a Dead Rising, indizio evidente di una mano finalmente consapevole in sede di scrittura e capace di sfuggire al rischio appiattimento sugli inflazionati cliché del genere.
Così, tenute per così dire sotto controllo le canoniche devozioni Saint Vitus e Pentagram, c’è spazio anche per sorprendenti dichiarazioni d’intenti preliminari, a cominciare dall’intenzione di proporre sonorità come quelle di stampo The Birthday Party, tranquillamente definibili come non proprio all’ordine del giorno, per metal padiglioni auricolari. In realtà, una sia pur vaga componente gothic rock aveva già innervato alcuni passaggi del debut, ma è altrettanto vero che scomodare la band che ha tenuto a battesimo Nick Cave significa spostare il baricentro verso l’universo post-punk tardo settantiano, con un (controllato) carico di abrasività che in qualche traccia riesce davvero ad aggiungere un colore in più alla narrazione. In questo, va dato atto a Magus Corvus di aver trovato la probabile dimensione ideale per un cantato che, se non può raggiungere le profondità di Wino, Liebling o Linderson né, tantomeno, le vette di teatralità di un Messiah Marcolin, rivela una discreta varietà di soluzioni su una base stoner che, alla prova dei fatti, sfugge al destino monocorde che incombe su tante pur celebrate ugole della scena.

Senza voler spingere troppo anacronisticamente oltre il pedale della schematizzazione, dopo l’antipasto di Prelude i sei brani restanti di questo Church of Void sembrano articolarsi in una “triade di coppie” complessivamente abbastanza omogenee al loro interno, a cominciare dal trionfo dell’ortodossia sabbathiana nel duo Passing the Watchtower/Harlot’s Dream (più guizzante e arricchita da un riff al fulmicotone la prima, riflessiva in avvio e poi percorsa da vaghi fremiti horror la seconda). Si sale decisamente di tono qualitativo con la coppia successiva, aperta da una Moonstone che avevamo già apprezzato nello split di un anno fa e che ora si ripresenta in una veste più curata (molto bene l’aumentata ieraticità delle parti vocali), con un lunghissimo assolo in modalità blues/hard rock che strappa applausi e mette a dura prova le più compassate impassibilità a dispetto della semplicità della melodia.
Decisamente da non sottovalutare anche la successiva Lovecraft, non fosse altro per il coraggio dei Nostri sia nella scelta di ricorrere in avvio a una sorta di rock’n’roll quasi “solare”, sia per la svolta acustica folkeggiante che subentra del tutto inattesa (senza contare il riuscito meccanismo stop-reprise, che rivela altrettanto inaspettate propensioni alla sperimentazione, nel campo della struttura dei brani). Dopo una tale serie di centri praticamente pieni, il titolo di mezzo anello debole della catena spetta a Beast Within, intendendo per “mezzo” tutta la prima parte, che inaugura troppo scolasticamente il capitolo doom più densamente e pachidermicamente orientato e che si riscatta solo parzialmente in un finale in cui affiorano soluzioni stoner indubbiamente accattivanti anche se non particolarmente originali. Gran chiusura, invece, grazie alla tenebrosa World Eater, che si scioglie progressivamente in un’atmosfera sempre più satura di vapori psichedelici, a disegnare traiettorie ipnotiche in cui inquietudine e abbandono giocano una partita in perenne equilibrio, regalando al brano una resa quasi cinematograficamente perfetta per veder scorrere i titoli di coda sul viaggio.

Indiscutibile passo avanti rispetto alle prove del passato, legato alla tradizione con una buona dose di personalità, capace di destreggiarsi con la dovuta accortezza tra i diversi gradi di cottura della molta carne messa al fuoco, Church of Void è un album che si guadagna più di un gallone sull’affollato campo di battaglia post sabbathiano. Non sono ancora generali alla guida di manipoli pronti a sconvolgere e riscrivere canoni e confini del genere, ma di sicuro i Church of Void hanno abbandonato le retrovie e la scorgono nitida all’orizzonte, la prima linea doom.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
75 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2017
Argonauta Records
Doom
Tracklist
1. Prelude
2. Passing the Watchtower
3. Harlot’s Dream
4. Moonstone
5. Lovecraft
6. Beast Within
7. World Eater
Line Up
Magus Corvus (Voce)
Adolf Darkschneider (Chitarra)
Georgios Funeral (Chitarra)
Harley Warlock (Basso)
Byron Vortex (Batteria)
 
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72
 
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