Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Hamferd
Támsins likam
Demo

Steven Wilson
Last Day of June
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

19/01/18
VERHEERER
Maltrér

19/01/18
UNSHINE
Astrala

19/01/18
WALKING PAPERS
WP2

19/01/18
ARKONA
Khram

19/01/18
DEATHLESS LEGACY
Rituals of Black Magic

19/01/18
PERFECT BEINGS
Vier

19/01/18
DRUID LORD
Grotesque Offerings

19/01/18
FACELESS BURIAL
Grotesque Miscreation

19/01/18
XENOSIS
Devour and Birth

19/01/18
CLAMFIGHT
III

CONCERTI

20/01/18
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO + HAMNESIA + LA STANZA DI IRIS
CIRCOLO COLONY - BRESCIA

20/01/18
FATES WARNING + METHODICA
LEGEND CLUB - MILANO

20/01/18
VEXOVOID + EXPLORER + SHENANIGANS
CASEIFICIO LA ROSA - POVIGLIO (RE)

20/01/18
AMRAAM + A TASTE OF FEAR + TRACTORS
ALVARADO STREET - ROMA

20/01/18
SAIL AWAY + GUESTS
PADIGLIONE 14 - COLLEGNO (TO)

20/01/18
RAW POWER + TRUTH STARTS IN LIES
BE MOVIE - SANT'ILARIO D'ENZA (RE)

20/01/18
ALEA JACTA + METHEDRAS + CRUENTATOR
COMUNITA' GIOVANILE - BUSTO ARSIZIO (VA)

21/01/18
FATES WARNING + METHODICA
ORION - CIAMPINO (RM)

21/01/18
ASTRAL FIRE + STINS
BIRRERIA HB - PISTOIA

23/01/18
ACCEPT + NIGHT DEMON + IN.SI.DIA
LIVE CLUB - TREZZO SULL'ADDA (MI)

Taberah - Sinner`s Lament
25/12/2017
( 326 letture )
Se si legge l’Antico Testamento la parola Taberah corrisponde ad una delle tappe in cui si imbattono gli israeliti durante il loro esodo dall’Egitto. In particolare, in quel luogo Dio castiga con il fuoco il popolo guidato da Mosè, che lo prega affinché la sua ira possa placarsi. Una volta visto il fuoco spegnersi, al luogo viene dato il nome di Taberah, poiché il fuoco dell’Eterno si era manifestato tra gli uomini. Di sicuro non possiamo sapere quale sia la posizione dei Taberah in ambito religioso, ma tra le varie ipotesi che si potrebbero azzardare riguardo l’origine del loro nome si può sicuramente prendere in considerazione questa. Certo è però che la fiamma selvaggia ed indomita del metal, pur attraversando momenti di alti e bassi, sembra non spegnersi mai grazie anche a gruppi come questi, che succedendosi ciclicamente permettono al genere di reincarnarsi negli artisti e manifestarsi attraverso loro ogni decennio che passa. Ed è forse anche questo uno dei punti di forza del gruppo in questione, ovvero il ricalcare le orme di chi è già passato prima, impostando però tutto in un assetto moderno, con la varietà e la freschezza che ne consegue, al fine di rimanere al passo con i tempi. A volerli catalogare il loro sound è riconoscibilmente un heavy di stampo classico, con l’aggiunta tuttavia di componenti epiche e tipiche del power, facendo accostare la formazione australiana agli Iced Earth, ma l’analogia risulterebbe comunque solo indicativa, dal momento che i Taberah possiedono una personalità propria e distinguibile dalla moltitudine di gruppi che imperversano nel loro stesso genere.

L’intro è quanto di più magniloquente si possa volere, la formula è la stessa degli album storici, quegli album diventati talmente importanti da essere considerati pietre miliari. Il primo riff si manifesta sulla scena come un fulmine si abbatte sull’antenna parabolica, subito incalzato dalla batteria, con degli stop n’ go che precedono l’accelerazione definitiva da cui decolla poi tutto. Come il titolo suggerisce, il brano racconta la situazione del protagonista, il quale rivolge le sue preghiere al cielo al fine di porre fine ai tormenti e ai rimpianti che affliggono la sua anima di peccatore. Dopo circa quattro minuti il tempo rallenta, non per questo perdendo d’intensità, poiché tutto prosegue in modo coinvolgente, in un’atmosfera solenne e con una componente sinfonica che si innalza al di sopra di tutto per enfatizzare ancora di più drammaticità della situazione, raccontata dal dialogo tra voci. Già all’inizio ci si trova quindi davanti al momento più bello e fondamentale dell’album, che non potrà evitare di far breccia nel cuore dell’ascoltatore e, come dice la protagonista femminile in una delle sue frasi, di prenderne l’anima. Non è finita qui, poiché mentre si è trasportati dalla condizione misticheggiante data dall’atmosfera e dallo scambio tra le voci, si viene riagguantati per essere riportati a terra dalle stesse accelerazioni che hanno dato inizio al nostro viaggio, con l’aggiunta di un assolo eccezionale per freschezza e dinamismo. Viene ripreso per l’ultima volta il ritornello prima che la batteria sentenzi la fine di questa primo frammento del full lenght. Se il buongiorno si vede dal mattino, questo è sicuramente un gran bel giorno, dato che fin da subito viene presentato qualcosa di molto elaborato dal punto di vista compositivo ma allo stesso tempo capace di rimanere impresso a fuoco sin da subito. Strada diversa si intraprende in Wicked Way, dove le coordinate virano invece verso un heavy metal più diretto e classico, quasi hard rock si potrebbe dire, contenente quella fiamma degli eighties di cui si parlava prima, lo spirito senza fronzoli che ha permesso al genere di perdurare ancora adesso. Tutto scorre via piacevolmente e non mancano di sicuro adrenalina e coinvolgimento, così come accade nella terza traccia, dove si aggiungono i cori per arricchire il ritornello, mentre in Horizon a farla da padrone sono i duelli di chitarra che si sfidano in fraseggi vivaci ed energetici. Lavoro sopraffino viene fatto anche in Child of Storm, dove si torna su livelli davvero alti, con chitarre sguinzagliate in riff potenti e ritmi velocissimi, oltre ad un ritornello molto più efficace della traccia precedente ed in grado di piantarsi subito in testa. Scelta azzeccata è quella di inserire una power ballad a metà album, sia da un punto di vista strategico, poiché spezzare l’album a metà permette all’ascoltatore di spaziare verso altri lidi, sia da un punto di vista prettamente qualitativo, perché non ci troviamo di fronte ad una ballata ruffiana bensì ad una canzone solida e in grado di lasciare il segno. A voler cercare il pelo nell’uovo è forse leggermente un po’ troppo ripetitiva nel finale, visto che per un minuto e mezzo la stessa frase viene ripetuta mille volte, ma al di là di queste piccole sottigliezze il pezzo va sicuramente messo tra gli episodi positivi. In quello successivo invece siamo braccati costantemente da un riff roccioso, insieme alla batteria detta la ritmica spingendo senza tregua la canzone, che raggiunge il suo apice durante l’assolo, indubbiamente uno dei migliori dell’album. A metà brano si assiste al drumming martellante del batterista, soprannominato “Bam Bam” non casualmente, che sale in cattedra spianando la strada per la parte finale.
Ancora meglio si fa però dopo, tutto viene introdotto da un incedere epico e solenne, con una cornice di cori e una sezione strumentale imponente. Dopodichè un brevissimo stacco acustico ci porta a quello che è l’inizio effettivo del brano, il quale sa imporsi e rimanere impresso per la carica emotiva, sprigionata in tutta la sua drammaticità specialmente nel ritornello. Si riprende la parte acustica durante il break, ma non si corre il rischio di addormentarsi poiché l’ennesimo assolo folgorante arriva per spazzar via l’atmosfera malinconica che si era creata. La conclusione è magistrale e raccoglie tutte le componenti vincenti della canzone per terminare nel miglior modo possibile. Altrettanto elaborata è Heal Me, introdotta da arpeggi malinconici e sognanti che potrebbero uscire dai primi album dei Symphony X prima di proseguire nell’ultima cavalcata metallica della tracklist, sebbene in questo caso si tratterebbe più di un viaggio interiore del protagonista che una cavalcata vera e propria.
Trova spazio in chiusura anche una cover di Hotel California degli Eagles, accellerata il giusto che, com’è lecito attendersi, finirà per dividere i pareri tra chi la considera un vilipendio (o uno stupro, a seconda della gravità della situazione) verso l’originale e chi invece la trova un notevole miglioramento avendola trasportata in una versione più grintosa.

Quello che emerge dopo un’attenta analisi non può essere che un bilancio positivo, dal momento che le sensazioni che Sinner’s Lament lascia sono indubbiamente buone. Più di tutti è stato elogiato il lavoro delle chitarre, straordinario come raramente si sente, ma tutta la sezione strumentale ha svolto il suo compito egregiamente, così come la voce ha saputo interpretare il concept nel migliore dei modi. Come se non bastassero le capacità dei singoli musicisti, la band si avvale di un’ottima produzione al fine di rendere il suond il più chiaro e pulito possibile. Quindi, se tutto è perfetto sia dal punto di vista tecnico sia da quello della preparazione, quali sono i motivi per cui l’album non arriva alla perfezione? Innanzitutto il fatto di essere usciti nell’epoca sbagliata, in un periodo dove un genere come l’heavy/power è super inflazionato a causa dell’innumerevole quantità di band che lo affollano. Ma questo è un problema con cui devono fare i conti tutti al giorno d’oggi e non è certamente colpa loro. In cosa si può ancora migliorare un prodotto già ottimo di suo? Sicuramente non è una questione di mancanza di idee né di songwriting, poichè le tracce sono complesse ed elaborate, con una varietà che permette di non annoiare mai ed una tecnica che non teme confronti. Personalità? Nemmeno, perché nonostante non possa distinguersi per originalità la band ha saputo presentare sin da subito un sound riconoscibile e la voce possiede una timbrica che lo emancipa dalla maggior parte dei suoi colleghi, sebbene il cantare in maniera unilaterale in tutto l’album potrebbe alla lunga risultare monotono. Costanza? Non proprio. Non tutti i brani sono eccelsi, questo è vero, ma è altrettanto lampante come allo stesso tempo non ci sia la presenza di filler, a dimostrazione di aver partorito un prodotto solido e consistente per tutta la sua durata. Una volta ascoltata la title track, era lecito attendersi che le restanti canzoni dell’album non fossero allo stesso livello, ma non si avvertono comunque delle vere e proprie cadute di stile o episodi completamente trascurabili.
Il problema, forse, sta proprio nel fatto di avere solo un brano che rimane davvero impresso nella mente di chi ascolta. Per aumentare il livello dell’album bisogna prima alzare quello delle singole tracce, che in questo caso non si tratta di rendere buone le canzoni mediocri, bensì di trasformare quelle già ottime in qualcosa di eccellente. L’opener si erge sopra tutte e da sola giustificherebbe l’ascolto dell’album se non addirittura il prezzo dell’acquisto, ma ci sono anche altri episodi come The Final March of Man o Child of Storm che spiccano all’interno della tracklist brillando di luce propria. Tuttavia, occorre apportare quei leggerissimi accorgimenti che a volte possono fare la differenza, specialmente in un ambito dove ogni minimo fattore può aiutare ad uscire dall’anonimato. Nel frattempo, non resta che godersi i risultati ottenuti finora, perché sono veramente ottimi. Ora che si sono fatti le ossa dovranno farsi un nome, ma servirà attendere la prossima release per sapere se la band australiana riuscirà a fare il gran salto senza buttare tutto per aria.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Giovedì 28 Dicembre 2017, 10.07.36
2
Una recensione di Fabio di un disco heavy...
Daitan
Martedì 26 Dicembre 2017, 0.03.08
1
Menzione personale per Myles "Flash" Flood, strepitoso alla chitarra solista: suono bellissimo, plettrata iperfluida e ottimo senso melodico nella composizione dei soli. Che dire, non è facile ascoltare assoli così ben pensati ed eseguiti. Bravissimo!
INFORMAZIONI
2017
Killer Metal Records
Heavy
Tracklist
1. Sinner's Lament
2. Wicked Way
3. Harlott
4. Horizon
5. Child of Storm
6. Dance of the Damned
7. Crypt
8. The Final March of Men
9. Heal Me
10. Hotel California
Line Up
Jonathan "Jono" Barwick (Voce, Chitarra)
Myles "Flash" Flood (Chitarra)
David "The Doctor" Walsh (Basso)
Tom "Bam Bam" Brocksma (Batteria)
 
RECENSIONI
70
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]