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The Faceless - In Becoming a Ghost
28/12/2017
( 1797 letture )
Analizzare l’esperienza di questo In Becoming a Ghost e approcciarvisi senza tener conto del contesto ambientale in cui si cala, senza osservare il mutamento che, nel corso degli anni, è stata costretta a subìre la creatura di Michael Keene, o comunque più in generale, ogni rappresentazione artistica, è pura follia.

Sono passati ormai cinque anni da quel capolavoro di Autotheism e, ancora una volta, leggendo la line-up dei The Faceless, troviamo mutamenti e un unico punto fermo, intorno al quale, come un sole, ruotano tutte le sfere celesti nell’oscura galassia: Michael Keene. Velocemente, riepiloghiamo: abbandonano il cantante Geoffrey Ficco, chitarrista Wes Hauch, il bassista Ewan Brewer e, dopo sei anni di convivenza musicale, il batterista Lyle Cooper. In Becoming a Ghost è stato, inoltre, preceduto da tre singoli nel corso di due anni: nel 2015 usciva in formato digitale The Spiraling Void con Derek Rydquist alla voce e che introduce Justin McKinney alla chitarra ritmica. Due anni dopo, il 13 giugno, sempre in formato digitale, vedeva la luce il singolo Black Star, che c’introduce il batterista Chason Westmoreland; e, infine, il 31 ottobre, l’ultimo singolo, Digging the Grave.

Ripercorsi brevemente i tortuosi cinque anni che, da Autotheism, ci hanno trascinato a questo nuovo episodio del gruppo statunitense, non resta che prendere in esame la suddetta materia. L’apertura della release è affidata alla titletrack In Becoming a Ghost. Una melodia di pianoforte dal gusto oldfieldiano, accompagnata da un bellissimo arrangiamento di archi e orchestrazioni, sulla quale la voce di Michael Keene recita la perfetta introduzione. Dunque, si schiude, violenta e superba, Digging the Grave. Il pezzo è parimenti la summa della muscolarità e della dolcezza melodica dei The Faceless. La batteria furiosa di Westmoreland accompagna l’eterno binario parallelo delle dissonanze delle chitarre di Keene e McKinney, sorregge il possente cantato di Ken Bergeron, fino a sfociare, concludendosi armoniosamente con una naturalezza unica nel suo genere, in un interludio dove la voce liscia ed espressiva di Keene si prende il proscenio. Accentato con florilegi di corni e dei flauti di Flores, il pezzo raggiunge il suo stupendo climax, all’interno del quale s’apre la sezione solistica che ci accompagna, infine, alla traccia successiva, Blackstar. Nel terzo episodio della release è da sottolineare l’ottimo lavoro al basso del mastermind del gruppo. Con un suono e un groove che ricorda da vicino il lavoro di Zielhorst negli Exvious, dopo una parte che è un intricato alternarsi, un movimento continuo di voci, s’apre un intermezzo di gusto progressive che verrà ulteriormente ripreso nel finale, arricchito dalle orchestrazioni delle tastiere di Keene e da un riffing che rammenta un po’ la traccia Accelerated Evolution di Autotheism.

Il capolavoro di In Becoming a Ghost, l’acme dell’intero lavoro è, senza ombra di dubbio e possibilità di smentita, Cup of Mephistopheles. Il pezzo si divincola dalle catene di genere per contorcersi in una danza confusa e perversa, una suite di oltre venti minuti racchiusa in un’operetta di cinque minuti e mezzo che avvolge, mefiticamente, l’ascoltatore in un sentimento di claustrofobico smarrimento, all’interno del quale si mescola death, progressive, avant-garde e teatro stesso. Introdotti da un pianoforte e dalla voce distante e malinconica di Keene, subitaneamente la nebbia si dissolve e, vestito da clericus vagans, der Geist, der stets verneint, colui che stets das Böse will, und stets das Gute schafft, si palesa ai nostri occhi. Il Paradiso si attorciglia su se stesso, gli alberi da frutto fanno pendere dai propri rami nient’altro che spine e veleno, cadono dal cielo le brillanti stelle e una vampa di fiamme si scaglia contro le sommità delle elisìache beate sfere celesti, divenendo un Inferno di luce translucida dove una pioggia eterna di zolfo mai consunto eternamente cade. All’interno di questo Inferno, si muove l’intera composizione in un costante mutevole della forza attiva del caos e della geniale inventiva. Le voci di Bergeron e di Keene si alternano mentre, d’intorno, le atmosfere claustrofobiche di cui sopra, s’intrattengono e si divertono a brillare oscure e a muoversi sinuose con la bellezza di una fiamma nel buio. L’impianto strumentale è di rara bellezza in ogni sua parte. Strizza l’occhio, in alcuni punti, all’esperienza drum & bass/post-rock e industrial di Trent Reznor e dei suoi Nine Inch Nails (ripenso ad alcune atmosfere di The Fragile ovvero alla perla rara di The Perfect Drug), a un’estetica prettamente black d’avanguardia e, ancora, alle origini più specificatamente death/progressive del gruppo. Al termine di The Spiraling Void, traccia che – è bene ricordarlo, era già uscita nell’autunno del 2015, si apre il primo vero grande punto interrogativo della release, la cover di Shake the Disease dei Depeche Mode. Stravolto nelle atmosfere e negli arrangiamenti, così come fecero i Nevermore con The Sound of Silence di Simon & Garfunkel, i The Faceless ci consegnano un pezzo che, pur inserendosi all’interno delle atmosfere di questo In Becoming a Ghost, non tradisce completamente ciò che era il mandato del gruppo inglese. Tuttavia, più che la presenza della traccia in sé, ciò che è di difficile comprensione per il sottoscritto, è la sua posizione: centrale, quasi a spaccare in due anime il disco. Forse un mero riempitivo, un tributo che, però, avrebbe potuto essere evitato, se non come traccia bonus, o quantomeno esser posizionato come conclusione. In ogni caso, il pezzo risulta spezzare in maniera troppo brusca – e forse inutile, il lavoro del gruppo americano che, comunque, da questo momento, scadrà nel mero autocitazionismo e nell’accademia pura, senza – purtroppo, riuscire più a dire niente, colmando solo gli spazi lasciati vuoti. Con I Am, quindi, si torna sulle atmosfere che, prima di Shake the Disease, avevano caratterizzato il sound di questo episodio. La traccia si sviluppa senza infamia e senza lode e, anonima, scivola via dalle orecchie dell’ascoltatore. Dunque, vi è la ripresa della title-track, Ghost Reprise, e, dalla sua chiusa, si sviluppa la strumentale (Instru)mental Illness. Mentre la prima risulta un’inutile ripresa, la seconda riesce, invece, a trasformarsi una ridondante esibizione di tecnica e di accademia che, pur rappresentando il monologo d’apertura alla conclusiva e, sebbene ancora abbastanza anonima, godibile Terminal Breath, non riesce mai a coinvolgere l’ascoltatore ed a offrire qualsivoglia spunto d’interesse.

In Becoming a Ghost, in conclusione, è un disco di difficile giudizio. Sebbene sia paradossale definire come “affrettato” un disco che ha avuto una gestazione, per quanto complessa, di cinque anni, è indubbio come, ad eccezione di Cup of Mephistopheles, gli episodi di maggior rilievo siano proprio quelli che ci sono già ampiamente presentati dal 2015 ad oggi e che vanno a comporre la prima metà del disco. Inoltre, sembra possedere un carattere puramente interlocutorio: eliminate, infatti, le tracce strumentali e d’atmosfera e la cover, ci ritroviamo con un disco di sei pezzi effettivi con un minutaggio di poco più di trenta minuti, più un EP, quindi, che un vero e proprio LP. Tuttavia, cosa possa nascere e germogliare da queste radici, non ci è dato saperlo: In Becoming a Ghost, infatti, è una gemma dal taglio imperfetto e grossolano, di barbara bellezza e splendore che, però, sembra riportare indietro la ruota del tempo, anziché muoverla in avanti. Brilla e, nei suoi momenti più alti, brilla d’uno splendore accecante e con riflessi ammalianti che, però, nascondono un pallore d’invernale freddezza, come un dorato campo di grano coperto di neve.

L’intera esperienza di questa release, per concludere, si riduce proprio questo: un parto difficile, diviso tra la brillantezza del vivido intelletto e il lividore della mera accademia e dell’autocitazionismo che, però, non offre spunti per guardare serenamente al futuro, offrendo all’ascoltatore il delicato canto del cigno prima che la freccia scagliata dal cacciatore penetri il bianco del suo petto, trafiggendo il rosso del cuore.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
79.55 su 9 voti [ VOTA]
JC
Giovedì 4 Gennaio 2018, 10.26.24
5
Mi è piaciuto malgrado il growling (che non amo); non sono molto dentro al genere per cui non posso dare un giudizio che non sia meramente soggettivo. Bella la copertina, coerente con le atmosfere del disco.
Andrea Parafioriti
Martedì 2 Gennaio 2018, 23.56.25
4
Secondo me i pezzi sono tutti di qualità, tuttavia il disco è davvero troppo breve (un po' come i precedenti ma peggio), soprattutto tenendo conto che, su 10 canzoni, 2 sono intro parlate, una è una cover, e 3 sono già state pubblicate (the spiraling void da più di un anno)...
Pacino
Domenica 31 Dicembre 2017, 19.18.16
3
lo attendovo, ma è una grossa cagata. Voto 51
Robi
Venerdì 29 Dicembre 2017, 12.28.22
2
Non raggiunge lo stesso livello di autotheism poiché i pezzi semvrano troppo slegati tra loro e sono oggettivamente troppo pochi...in ogni caso la qualità media delle si gole canzoni rimane comunque parecchio alta e anche questo album sa offrire momenti di pura estasi...ripeto non allo stesso livello di autotheism ma un 85 lo merita tutto
AnalBag
Venerdì 29 Dicembre 2017, 1.08.04
1
l'ho ascoltato troppo poco per formulare ancora un giudizio,di sicuro non siamo ai livelli di Authoteism,in ogni modo sono contento che siano tornati!!
INFORMAZIONI
2017
Sumerian Records
Prog Death
Tracklist
1. In Becoming a Ghost
2. Digging the Grave
3. Black Star
4. Cup of Mephistopheles
5. The Spiraling Void
6. Shake the Disease
7. I Am
8. Ghost Reprise
9. (Instru)mental Illness
10. Terminal Breath
Line Up
Ken “Sorceron” Bergeron (Voce)
Michael Keene (Voce, Chitarra, Basso, Vocoder, Tastiere, Programmazione, Sequenziamento)
Justin McKinney (Chitarra)
Chason Westermoreland (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Derek Rydquist (Voce)
Sergio Flores (Flauto)
 
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