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Russian Circles - Enter
30/12/2017
( 493 letture )
“Irregolarità, difformità dalla regola generale, o da una struttura, da un tipo che si considera come normale.”

Si esprime così, dopo aver rimandato alle nobili ascendenze etimologiche greco-antiche del lemma, la somma Treccani, dovendo definire il concetto di “anomalia” e la sua storica funzione di turbamento di tutto ciò che in qualsiasi campo dello scibile umano viene concepito come ordinario o tale da assurgere al ruolo di legge più o meno graniticamente immutabile. Per alcuni poco più di una sorta di fastidioso inciampo da superare in fretta, per altri vero motore dell’evoluzione, le irregolarità hanno sempre attirato gli spiriti più aperti e le menti meno disposte ad accucciarsi al riparo di comode nicchie dietro il paravento di roboanti teorie, chiedendo contemporaneamente di sfuggire all’altrettanto agevole via di fuga offerta dalla saggezza popolare con il suo classico e rassicurante adagio secondo cui le eccezioni confermerebbero la regola (a sottintendere, inconfessabile, un implicito “non ti curar di loro, ma guarda e passa”…).

Anche il mondo delle sette note, nonostante una predisposizione che si presumerebbe genetica a considerare unica ogni creazione e tale quindi da evitare le generalizzazioni troppo spinte, manifesta non di rado un senso di disagio, quando non di vero e proprio fastidio, in presenza di opere che sembrano materializzarsi per minacciare schemi e modelli dati per acquisiti; a maggior ragione quando questi schemi sono ancora malfermi e non universalmente riconosciuti, come tutte le volte che un nuovo genere si affaccia sulla scena a rivendicare l’indipendenza dalle traiettorie conosciute. Prendiamo ad esempio il caso del post metal, prepotentemente emerso a cavallo del cambio di millennio seguendo rotte neurosisiane in progressiva emancipazione dalla base core dei primi album e finito quasi subito in un circolo di semplificazione che l’ha portato a essere definito come figlio in parziale deragliamento dallo sludge causa contaminazione da contatto con la componente melodico/atmosferica. Sorprendentemente, buona parte della critica ha sempre complessivamente sottovalutato gli apporti del peraltro altrettanto poco stagionato movimento post rock, partito sulla scia dei lavori seminali degli Slint, dilatatosi a dismisura per diffusione e credito seguendo le parabole di Mogway e Tortoise e ormai pronto a sfoggiare i vertici di sperimentazione e liofilizzazione di una band come i Goodspeed You! Black Emperor.

Con questo quadro d’insieme sullo sfondo, nel 2004, un terzetto di Chicago muove i suoi primi passi nell’universo post-qualcosa, rilasciando due anni dopo un album capace di confondere ancora di più le idee di chi fosse alla disperata ricerca di punti fermi e definitivi nell’identificazione dei confini tra i generi. A rendere i Russian Circles una band quanto mai refrattaria ai rigidi incastonamenti nella poetica di un genere sono praticamente tutte le scelte artistiche alla base di un debutto come Enter, sia sul versante formale che su quello dei contenuti; ecco, allora, da un lato la rinuncia al cantato a favore di una completa strumentalità e dall’altro un affollarsi di contaminazioni e un coraggioso carotaggio di stili diversi, pur senza mai cedere alla tentazione di un lavoro di ricerca fine a se stesso, inesorabilmente destinato a soddisfare cerchie ristrette di adoratori a rischio autoreferenzialità. Se però per il primo dei due elementi i Nostri possono contare su una batteria magari non nutritissima, ma comunque neanche troppo sparuta di sodali (con i concittadini Pelican e i californiani Red Sparowes a disputarsi la corona come best of della compagnia), il discorso si complica se proviamo a “sezionare” le radici della band a caccia della scintilla che ne sovraintende l’ispirazione. C’è, infatti, una prima, insistente domanda che incalza fin dal primo ascolto: che fine ha fatto quello sludge che riconosciamo pressoché universalmente come tratto originariamente distintivo del post metal e di cui cerchiamo ostinatamente le tracce in ogni platter teoricamente ascrivibile al genere? La risposta può sembrare disarmante ma è anche l’unica possibile: semplicemente, “non c’è”.
La strada scelta dai Russian Circles per arrivare al post, infatti, è del tutto singolare e personale e parte piuttosto da importanti suggestioni prog, che sostituiscono le dissonanze sludge con una cura quasi maniacale per le strutture tortuose arrivando a osare a tratti addirittura esiti da vere e proprie suite, con le classiche articolazioni in “stanze” e un leitmotiv a fare da trait d’union delle singole parti. Presidiato in questo modo il versante muscolare, il terzetto affronta con altrettanta atipicità anche il lato oscuro del genere, di solito affidato alle soffocanti claustrofobie di marca Cult of Luna o, sul lato opposto dello spettro, alle inquietudini che popolano gli spazi sconfinati di un universo che ci vede infinitamente insignificanti, visti da una prospettiva cosmica (qui toccherebbe ai Rosetta brandire un ipotetico scettro del comando qualitativo). La scelta dei ragazzi dell’Illinois per questo Enter cade invece su una freddezza controllata, che concede poco al fascino dell’abisso ma ancor meno a divagazioni a sfondo malinconico o a chiaroscuri figli di un senso di smarrimento; il centro della scena è occupato piuttosto da una scrittura “cinematografica” di rara finezza ed eleganza, in cui la potenza sposa alla perfezione i campi lunghi delle atmosfere creando immagini a ripetizione in una sorta di caleidoscopio in servizio permanente (più Isis che Neurosis, volendo estremizzare il concetto).

Quello apprestato dai Russian Circles, allora, è una sorta di diorama in musica, aperto da una coppia che anticipa le linee di forza dell’intero platter; se, infatti, l’opener Carpe rappresenta il vertice prog dei sei episodi (con un’eco tutt’altro che sbiadita della doppietta Son et Lumiere/Inertiatic ESP che avvia un monumento come De-Loused in the Comatorium, ovviamente al netto delle scosse di follia creativa del duo Zavala/Rodriguez-Lopez), Micah rallenta tempi e battiti concedendo ampi spazi all’anima liricamente “narrativa” della band (e qui c’è più di qualcosa, indubbiamente, della musica per astronauti cavallo di battaglia di Michael Armine e soci in The Galilean Satellites). I fremiti vagamente contemplativi hanno però vita breve e Death Rides a Horse riporta le lancette su quadranti decisamente tellurici ma anche stavolta discretamente lontani dagli stilemi post, che per la riscossa devono attendere la titletrack. Sorretta da un ritmo tambureggiante che conduce per esplosioni successive a soluzioni quasi maestosamente epiche, Enter è il classico monolite che si innalza a intercettare e modificare la percezione della realtà, restituendo psichedelicamente distorta la luce che lo aveva frontalmente colpito.
Dopo una simile prova di forza è fisiologicamente tempo di una pausa, affidata alle spire sinuose di You Already Did, in cui i devoti delle filiformi increspature alla Godspeed You! Black Emperor troveranno un porto di sicuro approdo. Decisamente più sorprendente la gestazione della conclusiva New Macabre, con un lungo intro che sfonda abbondantemente il muro dell'orecchiabilità sfoderando addirittura reminiscenze dall'arsenale degli anni 80 (ci scuseranno Morrissey e Johnny Marr, se ci permettiamo di scomodare una This Charming Man), prima di un finale dominato da maestose imponenze che per una volta concedono varchi ai sacri dettami oscuri della scuola scandinava.

Tecnica e virtuosismo in giuste dosi a non soffocare mai un cuore emozionalmente pulsante, colpi d'ascia e di sciabola che non sbagliano mai i tempi di comparsa per tenere vivo il filo della tensione, Enter è un album che sfiora la dimensione del concept e che, soprattutto, tiene lontanissimo il rischio della saturazione, sempre in agguato quando una band affida ai soli strumenti le sorti di un platter. La carriera dei Russian Circles è stata forse in grado di offrire prove di maggiore maturità, ma la magia forse un po' incosciente di un debutto così ereticamente anomalo farà fatica, a sprigionarsi con pari fascino dagli alambicchi di Chicago.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Giovedì 11 Gennaio 2018, 2.07.48
4
@ luke: premesso che per me sono tutti buoni/ottimi album, colloco Memorial un (piccolo) gradino sotto Enter, poi Station e Geneva appaiati a breve distanza. Dovendo proprio trovare il meno coinvolgente (o se vuoi il più "manieristicamente standard") punterei su Empros, mentre Guidance è il più subdolo (in senso buono, intendo ) perchè al primo impatto sembra un lavoro un po' freddo fatto da professionisti del post ma che invece col passare degli ascolti rivela un carico emozionale sorprendente. Diciamo che nel minuscolo pianeta del post strumentale sono stati per tutta la carriera quello che ai Pelican è riuscito solo in Australasia... e già per questo meritano applausi
Mauroe20
Giovedì 11 Gennaio 2018, 0.45.09
3
Ottima band, io ho acquistato l'ultimo " guidance".Li ho persi dal vivo ahimè
luke
Giovedì 11 Gennaio 2018, 0.29.07
2
@Red Rainbow che voto avresti dato agli album successivi dei Russian Circles? Inoltre cosa ne pensi del loro nuovo album(Guidance)?
Jack frusciante
Sabato 30 Dicembre 2017, 13.12.43
1
Gran disco. 80
INFORMAZIONI
2006
Flameshovel Records
Post Metal
Tracklist
1. Carpe
2. Micah
3. Death Rides a Horse
4. Enter
5. You Already Did
6. New Macabre
Line Up
Mike Sullivan (Chitarra)
Colin DeKuiper (Basso)
Dave Turncrantz (Batteria)
 
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