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MindEnemies - Revenge
04/01/2018
( 276 letture )
Uno dei migliori modi di presentarsi al pubblico per la prima volta è sicuramente quello di sfoderare un artwork bello aggressivo, specialmente se ci si disegna sopra un rapace intento a scendere in picchiata con aria minacciosa. In un certo senso potrebbe passare il messaggio di un album che, una volta ascoltato, coinvolge l’ascoltatore a tal punto da ghermirlo tra le sue grinfie per non lasciarlo più e viste le cose da questa prospettiva è inevitabile si crei una certa curiosità. Revenge è l’album di debutto ufficiale dei Mind Enemies, band proveniente dalla nostra penisola, che qualche anno fa aveva già presentato un demo attraverso cui si era fatta riconoscere con un metal genuino e propenso a sperimentazioni, sebbene ancorato ad una base fortemente tradizionale.
Per la verità a dispetto di ciò che si potrebbe pensare sentendo l’album tutto ciò non è opera di una band, bensì del talentuosissimo Giuseppe Caruso, polistrumentista foggiano, il quale decide di dare alle stampe il primo full lenght del suo progetto solista dopo l’Ep The Darkest Way datato 2013.

Nonostante ci sia una sola persona dietro tutto, quello che si sente non è per niente unilaterale, anzi ci viene presentata una visione multisfaccettata dell’universo metal, attraverso stilemi differenti seppur mantenendo una base smaccatamente heavy. Tutto questo si può evincere ascoltando The Dark Life o Dream Time, che si concede qualche sperimentazione in più. Uno dei momenti più pesanti è portato dalla grezza Wild Existence, dove non si può fare a meno di scorgere l’influenza degli storici gruppi thrash, su tutti Megadeth e Pantera, ma che tra una fuga chitarristica e l’altra riserva anche stacchi di metal classico, o almeno come lo si considerava quando veniva suonato nei primordi. Interessante è anche passare dalle atmosfere claustrofobiche, simili ad alcune soluzioni dei Satyricon del secondo corso in alcuni frangenti, ai brillanti assoli di My World, uno dei pezzi più lunghi di un album che si mantiene su una media di cinque sei minuti a canzone. Non c’è in realtà un episodio particolare da segnalare rispetto ad altre, escludendo forse l’atipica The (Rock) Rites, anch’essa, come le altre tracce, condita da cambi di tempo repentini, ma che già dall’attacco mostra una verve smaccatamente hard rock, specialmente nei riff, per poi spiazzarci nella seconda parte con fraseggi chitarristici grandiosi.
La proposta è sicuramente interessante, certo risulterà difficile da digerire per i palati più delicati, non tanto per la complessità delle singole canzoni nella loro struttura quanto per la crudezza della proposta in sé, ridotta all’essenziale e sprovvista di quegli orpelli che sembrano ormai di prassi nella maggior parte delle grandi uscite discografiche, oltre ad una produzione più propensa verso gli standard underground. Questo non significa che ci sia spazio per la monotonia, anzi gli episodi positivi ci sono, aggiungendo oltre alle canzoni già citate anche Angel of Consciousness, che non potrà fare a meno di richiamare alla mente dell’ascoltatore il periodo in cui i Judas Priest regnavano insieme a pochi altri. Allo stesso tempo però, risulta difficile non annotare come non ci siano episodi particolarmente rilevanti, tali da far emergere il disco tra le uscite che imperversano nel mercato discografico.

Essere una one man band da un lato permette di non trovare ostacoli nella composizione dovuti a divergenze dal punto di vista creativo, dall’altro però comporta un ancora maggior rischio di esporsi a critiche negative una volta terminato il lavoro. Ciò sia per la difficoltà di dover gestire ogni ambito in fase di arrangiamento, sia per un’inevitabile gap a livello di idee, non nella quantità o nell’ispirazione, ma nell’assenza di un ordine che possa legarle tra loro, che forse è il problema principale di quest’album.
Senza voler fare confronti con realtà simili affermatisi in passato, il che non sarebbe nemmeno corretto dal momento che epoca, luoghi, stile e obiettivi dell’album erano differenti, rimangono però degli elementi sostanziali alla base, a prescindere dal contesto in cui si trova. Ciò che accomunava quei lavori era una linea guida attorno alla quale ruotava tutta la composizione, al fine di non sovrapporre tutto disordinatamente e dando alla luce brani perfetti per struttura e qualità. In questo caso alla sufficienza si è già arrivati, nessun dubbio al riguardo, ma mettendo a posto le idee potrà sicuramente uscire qualcosa di grandioso in futuro. Allora sarà davvero Vendetta.



VOTO RECENSORE
61
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Heavy
Tracklist
1. The Black Warrior
2. Goya
3. Wild Existence
4. My World
5. Dream Time
6. The Dark Life
7. Angel of Consciousness
8. The (Rock) Rite
9. Revenge
Line Up
Giuseppe Caruso (Voce, Chitarra, Basso, Batteria)
 
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