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Triumph - Never Surrender
04/01/2018
( 334 letture )
Tra le tante band che potrebbero a pieno titolo rappresentare gli anni 80, probabilmente i nomi da citare sarebbero qualche decina, ognuno per le proprie ragioni. D’altra parte parliamo di un decennio ricchissimo di suggestioni e che è rimasto in qualche modo nel cuore di tanti, perfino di chi non ci ha vissuto e che oggi viene visto come una sorta di decennio d’oro. Niente di male, ognuno ha il suo, che siano gli anni 50, 60 o 70 o perché no la Belle Époque. Tra le tante meritate nomine, probabilmente non saranno in molti quelli che penseranno ai canadesi Triumph per rappresentare i gloriosi Eighties. Eppure, si tratta senza dubbio di un gruppo al quale non mancherebbe niente per fare un figurone: il perfetto incontro tra hard ed heavy metal, tra tradizione settantiana e novità ottantiana, tra suggestioni AOR, prog e futuristiche e staffilate a sciabola aperta tipiche del metal di quella decade. In effetti, al gruppo di Toronto non mancava davvero niente, considerando una parabola durata dal 1975 al 1988 con la line up originale, per poi vedere un ulteriore album nel 1993, anno dello scioglimento ufficiale. Dieci album in totale, 18 album d’oro e 9 di platino vinti tra Canada e Stati Uniti, conditi da 4 nomine agli Juno Awards nel 1979, 1985, 1986 e 1987 e una qualità invidiabile e costante, in particolare per il trittico aperto da Allied Forces (1981) e chiuso da Thunder Seven (1984), con al centro lo splendido e un po’ dimenticato Never Surrender (1982); album che rientrano a pieno titolo tra le migliori uscite mondiali di quel periodo e che, per un certo verso, sono ad esso legati in maniera indissolubile.

La grande forza dei Triumph che come i coetanei e conterranei Rush hanno sempre mantenuto la forma del trio, consiste nell’unione dei tre musicisti, la quale esalta le doti tecniche individuali e consente ad un fuoriclasse come Rik Emmett, cantante dotato di una voce acutissima che spesso ricorda quella di Geddy Lee ma anche chitarrista di grande spessore e ottimo songwriter, di emergere all’interno di un nucleo fortissimo, nel quale gli altri due non giocano affatto un ruolo secondario. Anzi, proprio la tensione continua tra Emmett e Gil Moore per la leadership all’interno del gruppo, sopita per gran parte della carriera grazie ai ripetuti interventi come voce solista e corista del batterista, costituirà poi il motivo per la rottura della line up classica nel 1988. Moore comunque si rivela tutt’altro che comprimario, tanto alla voce quanto alla batteria e lo stesso può dirsi di Michael Levine, bassista di ottimo spessore e produttore degli album della band, tanto per non sentirsi meno talentuoso degli altri. Cosa può mancare quindi a questa band? Niente, davvero niente. Perché se poi si va ad ascoltare il risultato di questo incontro di talenti, non si può che restare colpiti dalla qualità dei brani, capaci di tutta la dolcezza dell’AOR, come della aggressività dell’hard rock, fino a puntate nell’heavy classico, con un retrogusto prog che spesso fa capolino nella strutturazione delle canzoni, come anche nei brani strumentali per sola chitarra, almeno uno per ogni album, che non risultano mai niente meno che belle composizioni, affatto velleitarie, pretenziose o superflue nell’economia dei dischi. Aggiungiamoci anche una vena “politica” che man mano prese piede toccando il suo apice in Thunder Seven e il quadro è praticamente completo. In questo contesto, Never Surrender come detto gioca un ruolo da grande protagonista, giovandosi di tutti i punti di forza di una band che stava vivendo il proprio momento migliore nel lustro tra il 1979 e il 1984. Il disco apre alla grande con Too Much Thinking, scatenato rock’n’roll sostenuto dal basso di Levine e dalla ruggente chitarra di Emmett e graziato da un bridge armonizzato e da un refrain irresistibili. Curiosamente la seconda posizione in scaletta è occupata subito da una ballad, ma A World of Fantasy, oltre a mostrare appieno le somiglianze della voce di Emmett con quella di Geddy Lee, è senza dubbio una delle composizioni più note e belle dei Triumph, mantenendo comunque un certo piglio e offrendo un refrain strepitoso, che fa storia da solo, all’interno di un contesto hard/prog che non avrebbe sfigurato in un album dei Journey, ad esempio. Tempo per il primo estratto di chitarra classica e A Minor Prelude si rileva subito molto evocativo, grazie al contrasto tra le corde e le armonie vocali, lanciando subito dopo la grandiosa All the Way. Qua siamo nuovamente in pieno contesto hard rock ad alti giri e sfido chiunque a non farsi contagiare dal ritmo sostenuto e dal ritornello irresistibile. Se finora non fosse bastato, ecco che Battle Cry cala a sancire che il livello dei Triumph è davvero altissimo, perfino superiore a quanto ci si aspetterebbe ascoltati i primi brani: siamo al cospetto di una composizione che non disdegna un andamento e un piglio quasi “eroico”, come suggerito dal titolo, nel quale epos e malinconia giocano un pari ruolo e i cori armonizzati fanno quasi venire la pelle d’oca, con un break centrale che manderà in sollucchero tutti i fan dei Whitesnake. Eppure siamo ancora in attesa di quello che è il vero capolavoro del disco, ovvero la titletrack: introdotta dal roboante prologo dell’Overture (Processional), Never Surrender si apre con un curioso giro funk e la voce di Emmett che rincorre ancora l’omologo dei Rush, per poi condurci ad un refrain stupendo, ai limiti dell’epic puro, con note veramente notevoli raggiunte dall’invidiabile estensione del cantante. Semplicemente strepitosa tutta la parte strumentale centrale, nella quale Emmett non contento del livello già stratosferico della propria prestazione vocale, tira fuori un assolo letteralmente da urlo. Quanto talento in una persona sola. In effetti, quando si parla di capolavoro per la titletrack e poi subito dopo parte un pezzo come When the Lights Go Down, con l’apertura del dobro violentata da uno dei migliori riff dell’album e un cantato travolgente, risulta difficile mantenere così saldo il discrimine e non farsi contagiare da un pezzo a dir poco stratosferico. Ancora grande rock con Writing on the Wall, che chiude con grande ritmo il disco, prima del congedo strumentale di Epilogue (Resolution). Quaranta minuti volati come un lampo.

Certo ai Triumph è mancato molto un singolo vero di grande successo, tanto che proprio All the Way che è stato il loro miglior risultato, arrivando al secondo posto della classifica di Billboard nel 1983, non è mai stato considerato tra le canzoni più amate del pubblico, non essendo neanche presentato nel successivo live Stages e nelle raccolte postume. Probabilmente, essere canadesi e non rientrare nel calderone glam metal non ha loro giovato ed anche non avere bei faccini da sbattere in copertina, con Levine a sfoggiare quei baffoni settantiani ormai clamorosamente fuori moda. Sarà proprio la celeberrima rivista Rolling Stone a definirli una “faceless band”, stroncando ogni loro pubblicazione su questo assunto. Ma se quello che conta è la musica, allora è arrivato il momento di lasciar perdere tutti i discorsi e correre a riscoprire questa grande band ed i suoi dischi. Perché la verità è che l’essenza dell’hard’n’heavy ottantiano risiede tutta in questi solchi. Never Surrender è uno di quegli album nei quali è difficile trovare un difetto, se non che risulta talmente ancorato agli stilemi dell’epoca da risultare oggi leggermente datato e fin troppo standardizzato, ma questo nulla toglie al fatto che nel 1982 album così erano quasi all’avanguardia e che il talento di un chitarrista come Emmett difficilmente può essere sottaciuto, pur non parlare di tutto il resto. Meglio lasciar perdere tante chiacchiere e correre ad ascoltare Never Surrender assieme agli altri dischi di questa grande band. Il resto come si dice è polvere nel vento.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
88 su 1 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Sabato 31 Marzo 2018, 7.44.46
1
Tra ballate epiche (A world of Fantasy) e brani scattanti (All the way è un capolavoro assoluto) ogni cosa è al posto giusto. Forse l'apice della loro carriera come attesta la magnificenza di Writing on the wall. Di sicuro in ambito hard rock inteso nel senso più ampio del termine sono stati tra i più grandi di sempre. Emmett era un chitarrista con un gusto spropositato (e come Gary Moore sapeva essere credibile in ogni stile), ma alla fine tutti, io per primo, ce ne dimentichiamo quando arriva il momento delle classifiche; avevano canzoni magnifiche e se la giocavano con i Journey per la commistione melodia/potenza. La sezione ritmica era solida, fantasiosa. Le soluzioni vocali con l'alternanza delle due voci erano ad ampio respiro. Alla fine, in proporzione, non raccolsero praticamente niente. Bella recensione e un applauso a questo ripescaggio. 87
INFORMAZIONI
1982
Attic/RCA
Hard Rock
Tracklist
1. Too Much Thinking
2. A World of Fantasy
3. Minor Prelude
4. All the Way
5. Battle Cry
6. Overture (Processional)
7. Never Surrender
8. When the Lights Go Down
9. Writing on the Wall
10. Epilogue (Resolution)
Line Up
Rik Emmett (Voce, Chitarra, Sintetizzatori, Vocoder, dobro su traccia 8)
Michael Levine (Basso, Organo, Sintetizzatore, Piano)
Gil Moore (Batteria, Percussioni, Voce)
 
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