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Hamferd - Támsins likam
16/01/2018
( 3027 letture )
This album marks the beginning of the end. It's the third and final part of our reverse chronological saga, which explores mortality and the perverting nature of loss through the lens of Faroese culture and mythology
Jón Aldará

Bastano tutto sommato poche parole, al singer degli Hamferð, per definire premesse e contenuti del terzo lavoro di una band che era stata capace di stupire il mondo già nel 2012, aggiudicandosi una doppia vittoria di prestigio (prima nel contest nazionale e poi nelle finali al Wacken Open Air) e iscrivendo così il proprio nome tra i grandi della scena a dispetto di una provenienza nell’immaginario collettivo se vogliamo “secondaria” rispetto alle rotte metal consolidate, Týr a parte. La carriera del sestetto delle Fær Øer, in realtà, affonda le radici nel lontano 2008 e, all’epoca del trionfo nel festival della cittadina dello Schleswig-Holstein, aveva posto fondamenta solidissime grazie all’EP di debutto Vilst er síðsta fet, splendido esempio di come le sonorità più classicamente doom death possano esaltarsi riflettendo natura e spirito di un’intera terra, a cominciare dalla scelta del cantato in una lingua madre in grado di dispensare in ugual misura (previste) spigolosità e (discretamente inattese) delicate aperture liriche.
Tema portante di quel lavoro, introdotto non a caso da un salmo che sulle isole Fær Øer accompagna le cerimonie funebri, era il funerale di un padre e il dolore della sua anima, trasformate in musica grazie a un registro doom/death largamente debitore delle lezioni My Dying Bride e Swallow the Sun, interpretate però con quell’opportuno carico di personalità che tiene lontano il rischio-clonazione, evidentemente quanto mai insidioso, considerato il calibro dei modelli. Il “progetto-saga” incentrato sulle vicende drammatiche e sugli eventi che hanno finito per travolgere il protagonista del debut ha preso definitivamente corpo con il successore Evst, che si è incaricato di informarci che l’uomo è morto suicida dopo aver perso un figlio per non aver saputo prendersi cura di lui durante una passeggiata nell’insidiosa natura faroese, distratto da visioni e creature magiche che hanno materializzato i sensi di colpa per la precedente perdita della moglie e di un altro figlio.

Per completare i dettagli di questa ecatombe famigliare mancava a questo punto la narrazione dell’evento scatenante (quell’”inizio della fine” a cui ha fatto riferimento Aldará in sede di presentazione) ed ecco che, al termine di una lunga gestazione che ha superato i quattro anni, il capitolo finale della trilogia vede la luce con questo Támsins likam, definitiva assunzione degli Hamferð al non troppo popolato cielo dei giganti capaci di far corrispondere a impianti ambiziosi per ispirazione un altrettanto titanico sforzo espressivo. La trama del platter, dunque, si articola intorno alla crisi di un uomo incapace di accettare la morte del primo figlio (Fylgisflog) e che, progressivamente, sprofonda nell’autocommiserazione isolandosi dal resto dell’umano consesso e, soprattutto, dalla compagna di vita, a cui di fatto nega la possibilità di riprendere a vivere dopo la tragedia (Stygd). La moglie, quindi, comincia a cercare conforto nella solitudine della natura e qui avviene l’incontro fatale con una figura magica che, in cambio di un totale abbandono, le promette una prospettiva di felicità e liberazione dai pesi della vita (Tvístevndur meldur). Turbato dalle continue assenze della donna e sospettando un tradimento, il marito la segue (Frosthvarv), scoprendola infine in compagnia della creatura misteriosa sulla strada che porta a un burrone; da lì i due si buttano nel vuoto verso le acque del lago sottostante, ma all’improvviso la creatura si trasforma in un blocco di spuntoni di roccia che, anticipando l’arrivo al suolo del corpo della donna, lo infilzano mortalmente (Hon syndrast). A quel punto l’uomo in preda all’ira raggiunge la creatura e la uccide, ma questa prima di morire gli chiede se la responsabilità ultima degli eventi vada attribuita solo all’ineluttabilità del destino e non, piuttosto, alle umane scelte che ne indirizzano il corso, costringendo di fatto il protagonista a prendere coscienza dei propri errori (Vápn í anda).

La materia trattata, evidentemente, prevede una narrazione quanto mai tesa e drammaticamente orientata, da cui è rigorosamente bandito qualsiasi approdo consolatorio o anche solo contemplativo a interrompere il serrato succedersi degli eventi, ma va dato atto ai Nostri di non aver ceduto alle tentazioni di un’opera “fantasy”, preferendo invece restare concentrati sulla storia di un’anima alle prese con i propri tormenti e le proprie debolezze. Disponendole a raggiera intorno al tema portante, gli Hamferð convocano tutte le suggestioni delle isole di cui sono originari, a partire dai riferimenti culturali e mitologici per arrivare agli echi di una natura che a quelle latitudini sa esaltare come in poche altre sedi contrasti ed estremi.
Anche questa volta il linguaggio più che opportunamente scelto è quello di un doom/death fortemente segnato da tratti di solennità e magniloquenza, sulla scia di quell’Emerald Forest and the Blackbird che gli Swallow the Sun hanno eretto a imperituro monumento per tutti coloro che intendano confrontarsi con le tematiche di morte, disperazione e assenze declinate in forma di concept (senza dimenticare l’altro, grande lavoro intriso di visionarietà uscito da casa Raivio e soci, Plague of Butterflies). I punti di contatto con i finlandesi, peraltro, si moltiplicano se pensiamo alle “coincidenze” biografiche della carriera dei due singer (con Aldará che ha preso il posto di Mikko Kotamäki al microfono dei Barren Earth in On Lonely Towers), ma è bene non spingere troppo a fondo il pedale dell’assimilazione delle due rese vocali, perché se è vero che in termini di scream e growl possiamo parlare di timbri se non proprio sovrapponibili quantomeno coincidenti, a Tórshavn e dintorni il clean viene brandito con un retrogusto operistico-teatrale che ha pochi uguali non solo nei ristretti confini del genere, sfiorando addirittura esiti avantgarde.
Intorno al cuore vocalmente pulsante del platter, la coppia d’asce Kapnas/Egholm si rivela un’impeccabile macchina del freddo, cristallizzando, gonfiando o rarefacendo le atmosfere con lo sguardo sempre fisso sulla solenne maestosità dell’impianto (a tratti qualcuno potrebbe forse azzardare l’ingresso di refoli funeral, ma la pietra di paragone più immediata rimane il doom di un album come Songs from the North III, tutt’al più arricchito da qualche riflesso Shape of Despair), mentre la sezione ritmica (eccellente il debutto dell’unico novizio nella line up, il bassista Ísak Petersen) inietta le opportune dosi di oscurità nella trama, con le pelli di Remi Kofoed Johannesen che si concedono qualche incursione in territorio tribalistico. Resta la prova di Esmar Joensen alle tastiere, indubbiamente meno protagonista di un Aleksi Munter, ma non per questo meno efficace nel distendere tappeti sonori su cui la polvere del destino ha gioco facile a posarsi con il suo carico di drammatica ineluttabilità.

Sei tracce con pari chances di concorrere per la palma di best of del lotto (chi scrive punta il suo personalissimo cent sulla strepitosa Stygd, forse il miglior distillato dell'intera poetica della band), ci limitiamo qui a consigliare caldissimamente l'accoppiata musica/immagini messa in campo dalla Metal Blade nei due video rilasciati come anteprima e che fungono da “trailer” per l'intero viaggio al di là del contenuto delle tracce che li accompagnano. Se, infatti, Frosthvarv consente di entrare in sintonia con l'intero piano di volo della trilogia (con annessi, incantevoli squarci di paesaggi faroesi), per il lyric video di Hon syndrast si scomoda nientemeno che sua maestà Costin Chioreanu, probabilmente il miglior illustratore sulla piazza quando si tratta di vestire le note e trasformarle in visioni. Un altro piccolo ma non trascurabile tassello, sulla strada dell'immortalità su cui si è incamminato Támsins likam.

Il nero della disperazione che incontra i malinconici riflessi della rassegnazione, un cammino su un crinale inesorabilmente proteso verso l'abisso, un senso di smarrimento che annichilisce alla base qualsiasi propensione a eroiche resistenze o ribellioni, Támsins likam è un album che commuove, coinvolge e travolge qualsiasi diaframma tra il protagonista in campo e noi spettatori, diventati in fretta parte in causa della tragedia. Se la “compassione” latina fosse a caccia di una colonna sonora, gli Hamferð hanno una delle risposte artisticamente definitive.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
86 su 6 voti [ VOTA]
duke
Lunedì 17 Settembre 2018, 21.30.36
14
disco splendido ...un capolavoro di Death doom.....
No Fun
Giovedì 19 Aprile 2018, 12.43.29
13
Una band delle Fær Oer !?! Urca, li devo sentire. Anzi visti i commenti più che positivi e che il genere mi piace, quasi quasi...
Uno
Giovedì 19 Aprile 2018, 11.21.23
12
E' fisso da una settimana nel lettore cd della mia auto. Secondo me è un disco davvero strepitoso, con una carica emotiva assolutamente coinvolgente. Anche per me la traccia n.2 è la migliore, anche grazie ai cori iniziali veramente evocativi. Grande band!
ObscureSolstice
Venerdì 26 Gennaio 2018, 0.31.15
11
e' gia' ordinato. Bellissimo. Delicato quanto pesante. Doom on!
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 24 Gennaio 2018, 12.41.16
10
Lo ho ascoltato e mi ha lasciato perplesso. Su basi diciamo "canoniche" di tipo death doom, che affascinano sempre ma che ho già sentito molte altre volte, ci sono parti, soprattutto il cantato in pulito veramente strepitose. Dal lato del songwriting, ci sono pezzi indubbiamente ottimi (Stygd su tutti), forse il tutto è un po troppo rallentato. Comunque ha bisogno di più ascolti, cosa che mi fa sempre storcere il naso, ma qui penso ne valga la pena. Da ritornarci sopra. Au revoir.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 22 Gennaio 2018, 15.34.20
9
Dalla descrizione nella ottima recensione e dai riferimenti a gruppi e album indubbiamente strepitosi, penso sia un album di grande spessore e che devo, quindi, ascoltare al più presto. Consiglierei, però, agli amici Faroresi di tirarsi su il morale, magari con qualche buon rosso strutturato (tipo Amarone o Brunello di Montalcino) o qualche ottima grappa invecchiata se fa freddo. Lo storytelling è leggermente da brivido... Au revoir.
Armo
Mercoledì 17 Gennaio 2018, 22.19.15
8
Che meraviglia!! Era da un pò di tempo che un album non mi dava emozioni così profonde e intense al primo ascolto. Completerò la conoscenza degli Hamferd, promettono bene... anzi benissimo.
M.V.F.
Martedì 16 Gennaio 2018, 18.27.38
7
Band stratosferica, in tutto e per tutto, e nuovo album eccezionale. A mani basse tra i progetti doom più "splendenti" di questi anni
Akaah
Martedì 16 Gennaio 2018, 15.07.26
6
@Grammar nazi: in realtà in faroese la ð non viene affatto pronunciata come "th" (come invece avviene in islandese), anzi, non ha nemmeno una singola pronuncia fissa, in quanto cambia in modo radicale in base alla sua posizione nella parola e all'etimologia del termine stesso, venendo letta a volte come "w", altre "v", altre ancora "j", altre ancora "g"... Nel caso di Hamferð, la ð finale è muta, per cui scrivere Hamferth sarebbe a sua volta un errore, in quanto il nome della band in verità si legge "Hamfer". Ad ogni modo, la scelta di optare per la D normale nel solo titolo è, come già segnalato da d.r.i., semplicemente convenzionale, perché altrimenti i link contenenti nel titolo parole con simili lettere straniere inusuali verrebbero condivisi con una serie di simboli al posto delle lettere originarie, in quanto non vengono sempre codificate correttamente. Nei testi invece, che non sono interessati da questa problematica, abbiamo rispettato sempre la grafia originale.
L'adoratore del cespuglietto muliebre
Martedì 16 Gennaio 2018, 15.01.04
5
@Grammar nazi: Ok, ma nel tuo prossimo intervento cerca di non dimenticare le virgole dopo il "ciao" e prima del "ma". Ad ogni modo il tuo è uno dei migliori commenti del mese. Cordiali salumi.
d.r.i.
Martedì 16 Gennaio 2018, 14.29.43
4
@Grammar nazi: grazie per la info, credo sia stato fatto così perchè ovunque è segnato così (loro bandcamp ufficiale, negozi online, metal archives, ecc ecc)
Grammar nazi
Martedì 16 Gennaio 2018, 14.12.25
3
Ciao scusate se rompo il cazzo ma essendo la lettera eth (maiuscola Ð, minuscola ð) una fricativa dentale sonora, si pronuncia come la "th" inglese di "them". Quindi la riproposizione più corretta del nome, se proprio non volete riscrivere il grafema originale norreno, sarebbe Hamferth, non Hamferd come da Voi riportato più volte. Ossequi.
ocram
Martedì 16 Gennaio 2018, 9.36.56
2
Stupendo, a tratti pure funeral doom molto atmosferico debitore sicuramente dei migliori Swllow the Sun!! concordo con Stygd, la più bella del lotto, davvero suggestiva e struggente. Voto 80
d.r.i.
Martedì 16 Gennaio 2018, 9.08.17
1
Questo sarà uno dei miei prossimi ascolti!
INFORMAZIONI
2018
Metal Blade Records
Death / Doom
Tracklist
1. Fylgisflog
2. Stygd
3. Tvístevndur meldur
4. Frosthvarv
5. Hon syndrast
6. Vápn í anda
Line Up
Jón Aldará (Voce)
John Egholm (Chitarra)
Theodor Kapnas (Chitarra)
Esmar Joensen (Tastiera)
Ísak Petersen (Basso)
Remi Johannesen (Batteria)
 
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