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Leprous - Tall Poppy Syndrome
20/01/2018
( 1390 letture )
Nel nuovo millennio fare un disco originale e particolare, senza fotocopiare sgraziatamente i lavori di altre band seminali, non è cosa facile. Trovare la propria identità, dopo tutta la musica che è stata scritta nel corso degli anni, non è semplice. Ed il progressive, per molti giovani musicisti immersi nella ricerca di se stessi, è probabilmente la via più semplice da percorrere, aprendosi teoricamente a mille soluzioni, a mille commistioni di generi e influenze, a mille variazioni metriche e armoniche.
Per tanti questo genere rimane solo un mezzo, utilizzato per ostentare un intellettualismo inesistente, un’invettiva nulla, una capacità tecnica vuota e inutile. Ma per alcuni è una necessità; una forza superiore che governa la parte creativa della mente. Una malattia psicologica sconosciuta a qualunque medico.

Non è facile inserire il nome dei Leprous nella lista di uno o dell’altro estremo dopo l’ascolto di Tall Poppy Syndrome. Noi oggi sappiamo bene quanto questi appartengano alla seconda categoria; ma all’uscita del disco di debutto non deve esser stato semplice decifrare questa giovane band norvegese.
Dopo un paio di demo incisi nei primi anni di attività, la band riesce a pubblicare nel 2009 il suddetto disco: un debutto tanto pieno di idee quanto acerbo, tanto pieno di influenze quanto prolungato e, forse, prolisso; ma già molto singolare nel panorama metal.

Perché nonostante nella prima, bellissima traccia, Passing, notiamo richiami al metal sinfonico di Arcturus ed Emperor, troviamo già nei tempi dispari, nel riffing, nella struttura della composizione, una forte identità musicale, suggellata da un cantante, Einar Solberg, già capace di dimostrare non solo la sua abilità, ma anche una versatilità e originalità non indifferenti (tolto forse il growl gutturale, leggermente fuori luogo). Nonostante Phantom Pain combini un arpeggio acustico vagamente Opethiano, un riff allaDream Theater, armonie vocali stile Gentle Giant, e un finale jazzato, risulta comunque un pezzo che per tanti aspetti è già definibile ʺleprousianoʺ; nell’incedere del ritornello, nell’uso delle tastiere, che qui si integra alla perfezione col sound della band. Un grande pezzo, insomma. La successiva Dare You, dove ritroviamo l’ombra di Dream Theatre e Opeth, presenta anche i primi difetti del disco: Einar qui è meno ispirato e il pezzo colpisce meno dei due precedenti, nel complesso. Ma risulta comunque importante, col senno di poi, perché l’uso delle dissonanze a metà canzone verrà ripreso con maggior successo in Waste of Air (meraviglioso brano del successivoBilateral), e l’assolo finale anticipa armonicamente quello di Thorn. Fate chiude il lato A del disco: anche questo non un episodio totalmente riuscito. Tor Oddmund Suhrke alla voce risulta poco personale e, nonostante un gradevole crescendo con tanto di assolo, anche qui la sensazione è di un pezzo sottotono rispetto ai primi due.

Il lato B si apre con He Will Kill Again: un intro dal gusto sinfonico ed elettronico apre le porte a una progressione esaltante; un saliscendi emotivo spettacolare, dotato di un pregevole guitar work, che qui prende più importanza che in ogni altro pezzo del disco. Successivamente, invece, torna un’impressionante commistione di generi: black, fusion, industrial, tutto in funzione del suono ʺleprousianoʺ nella buonaNot Even a Name, quasi drammatica nelle linee vocali di Einar, che sul finale però dimostra ancora qualche pecca nel lavoro alla tastiera, la cui integrazione al sound della band diventerà ottimale solo nel disco successivo. Si fa comunque perdonare con i cori (di cui farà largo uso in The Congregation) con cui accompagna la title-track del disco; unica sua parte vocale in un pezzo prevalentemente cadenzato, caratterizzato da uno spoken word di Tor Oddmund Suhrke, stavolta azzeccato nell’accompagnare un bellissimo sottofondo fatto di Fender Rhodes, chitarra con wah-wah, e batteria (un Tobias Ørnes Andersen mai così in spolvero in tutto il disco). White chiude il disco senza aggiungere molto ed è un peccato se si considera che si tratta del pezzo più lungo del disco. Einar dimostra ancora una grande versatilità, passando dal pulito allo scream senza perdere un filo di intensità, e chiude il disco splendidamente al piano; ma questa traccia di chiusura rimane purtroppo un altro pezzo che non decolla e non colpisce, nonostante sia naturalmente piacevole, e sufficiente.

Questi ragazzi debuttarono con un’ora di musica, composta da sole 8 canzoni (solo una sotto i 5 minuti di durata). Dato che rimarca la voglia di fare di un gruppo di giovani norvegesi, con tanta voglia, tante influenze, tante idee; ancora acerbi, ancora non del tutto capaci di amalgamare al meglio tutti gli elementi caratteristici dei singoli membri, ma freschi, coraggiosi, intenti a trovare la propria strada. Noi già lo sappiamo, ci metteranno solamente altri due anni a trovarla definitivamente. Ma già nel 2009 dimostrarono molto al mondo della musica con questo Tall Poppy Syndrome.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
93.5 su 6 voti [ VOTA]
BlackSoul
Domenica 21 Gennaio 2018, 22.48.15
3
Vabbè 73 dopo i voti agli ultimi 3 ci sta. Per me è almeno da 83, con tutti i successivi che invece sono dei dischi ancora più riusciti. Devo dire che il netto miglioramento è dato soprattutto dal ridurre al minimo (o eliminare nel caso dell'ultimo) lo scream.
Nome
Domenica 21 Gennaio 2018, 12.34.53
2
Per me è anche più bello di Bilateral.
Entropy
Sabato 20 Gennaio 2018, 10.48.12
1
Secondo me è un grandissimo album. Quasi al livello di bilateral
INFORMAZIONI
2009
Sensory Records
Prog Metal
Tracklist
1. Passing
2. Phantom Pain
3. Dare You
4. Fate
5. He Will Kill Again
6. Not Even a Name
7. Tall Poppy Syndrome
8. White
Line Up
Einar Solberg (Voce, Tastiere)
Tor Oddmund Suhrke (Voce, Chitarra)
Øystein Skonseng Landsverk (Voce, Chitarra)
Halvor Strand (Basso)
Tobias Ørnes Andersen (Batteria)
 
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