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Skyclad - Jonah`s Ark
20/01/2018
( 588 letture )
Preceduto dalla pubblicazione di due album e un EP dal titolo Tracks from the Wilderness, nel 1993 gli Skyclad diedero alle stampe il terzo Jonah’s Ark. Confermata la formazione che vedeva l’ingresso in pianta stabile di Dave Pugh alla chitarra e Fritha Jenkins al violino e alla tastiera, la band capeggiata dal triumvirato composto da Martin Walkyer (ex dei thrashers Sabbat), Steve Ramsey e Graeme English (entrambi ex Satan, Blind Fury e Pariah) era tenuta a compiere un ulteriore passo avanti nel proprio percorso di definizione di un nuovo sound, che sarebbe poi divenuto noto ai più come “folk metal”. Come più volte sottolineato quando si parla di Skyclad, infatti, l’humus sul quale si innesta la loro evoluzione è piuttosto peculiare e diverso da quello che sarebbe divenuto poi il filone del folk metal scandinavo e si ricollega alla NWOBHM dal lato Ramsey/English, con tutti i suoi ispiratori e al thrash per quanto riguarda Walkyer e Pugh. Questi elementi saranno infatti in bella evidenza nel debutto The Wayward Sons of Mother Earth, a fianco di quelle che sarebbero divenute col tempo le espressioni soverchianti della musica della band, espresse nella classica The Widdershins Jig. In appena due anni, l’evoluzione della band mostrò però tutta l’ambizione contenuta già in nuce dal progetto, ovverosia, quella di creare qualcosa di nuovo e che avesse una identità forte e ben precisa, data in primis proprio dall’ispirazione pagana e antimodernista professata da Martin Walkyer, paroliere di livello e polemista di ancora più salace spessore.

Come spesso accade con gli Skyclad, il primo approccio con un loro album non sempre regala la visione corretta ed esaustiva di quanto si va ad ascoltare. La band infatti ha da sempre prediletto soluzioni non necessariamente volte ad una facile fruizione da parte dell’ascoltatore. Gli strati attraverso cui occorre penetrare sono diversi e spesso riconducibili proprio al ribollente calderone smosso da questi moderni druidi alla ricerca della pozione perfetta. Jonah’s Ark risente proprio di questa, chiamiamola, difficoltà. La stabilizzazione della line up, frutto della decisione di fondo di intraprendere fortemente la strada verso la contaminazione col folk, genera in questo disco la prima vera e compiuta formulazione della nuova materia. Non siamo più alle sperimentazioni del debut, nel quale l’impianto thrash/heavy restava fortemente predominante e, a maggior ragione, le aperture di Burnt Offerings for the Bone Idol diventano porte spalancate verso il futuro di un gruppo che, in ogni caso, non ha mai amato ripetersi. Questo non significa però che la nuova dimensione fosse raggiunta e abbracciata in pieno, ma solo che essa diventa finalmente predominante. Le trame intessute dal violino di Fritha Jenkins diventano sempre più importanti e significative, tanto da risultare elemento inscindibile del fascino dei brani contenuti in Jonah’s Ark e, paradossalmente, perfino il legante di un album altrimenti molto eterogeneo. Se infatti le sfuriate thrash vengono quasi del tutto accantonate, a risaltare moltissimo sarà una costruzione dei brani molto particolare e quasi prog, se vogliamo, per la sua irriducibilità ad un genere preciso. Folk metal certamente, ma molto personale e unico nel suo genere. Lo spettro offerto è davvero ampio, con un lavoro incredibile tanto delle due chitarre quanto della sezione ritmica, la quale offre un ventaglio di soluzioni notevole rispetto anche a quanto fatto nei dischi precedenti, rivelando la grande preparazione tecnica dei musicisti, alla ricerca di una cifra stilistica definitiva. Al contempo, l’elemento se vogliamo meno duttile degli Skyclad, ovverosia Martin Walkyer, il cui ringhio rancoroso è un marchio di fabbrica tanto caro ai fan del gruppo quanto difficilmente aggirabile, offre qua numerosi tentativi verso una maggiore versatilità. Non mancano passaggi in pulito, recitativi e chiari tentativi di interpretare i brani, oltre che di declamare con rabbia e rimpianto contro un mondo folle e feroce, che ha abbandonato la via della Natura per abbracciare il profitto, il folle consumismo e la distruzione dell’habitat. C’è della poesia nelle parole di Walkyer, come una forte denuncia e il sarcasmo per cui è famoso e c’è il tentativo di veicolare tutto questo in maniera appena diversa dal solito. Insomma, l’intera band si muove e con lei si muove la musica, verso qualcosa di inedito per gli Skyclad e per l’industria discografica metal. Il risultato di questo sforzo è un disco molto bello e particolare, che offre alcuni degli episodi più significativi dell’intera discografia della band. Già la perfetta opener Thinking Allowed? vale il prezzo del biglietto, rivelandosi uno dei brani vincenti di Jonah’s Ark, con il suo intro che mette a confronto acustico ed elettrico, lasciando spazio poi all’arrembante riff al limite del thrash che ne costituisce la spina dorsale assieme al gran lavoro di violino, con un refrain piacevole e che si stampa in testa sin dal primo ascolto. Sicuramente uno dei brani di apertura meglio concepiti dagli Skyclad. Il violino resta protagonista in Cry of the Land, brano decisamente più cadenzato ed evocativo, con Walkyer che introduce il primo cantato in pulito nella strofa retta dal basso, salvo poi liberare il proprio classico ringhio strozzato nel rabbioso refrain. Ottima qua la lunga parte solista centrale, che richiama le soluzioni armonizzate dei Thin Lizzy. Decisamente particolare il riff che introduce Schadenfreude, con i suoi sweep insistiti e il brano che poi alterna distorsione e parti di basso in evidenza, con tanto di doppiature da parte della Jenkins ad esaltare il contrasto rispetto a Walkyer comunque impegnato anche col pulito, su una base magmatica e rabbiosa, spezzata da una seconda parte che rallenta di nuovo e come Cry of the Land offre un ritmo più sofferto e oscuro, con la batteria in levare e il basso in evidenza, mentre il brano torna poi in crescendo riallacciandosi alla prima parte, per un risultato straniante e molto particolare, con tanto di finale aperto che va smorzandosi senza risolvere. A Near Life Experience è un curioso incrocio di thrash compresso e folk metal che si nutre dell’alternanza tra una parte aggressiva a metà tra thrash, heavy e folk e gli improvvisi sprazzi di basso e violino, che spezzano l’andamento del brano, salvo poi rilanciarlo subito dopo, in una continua doccia scozzese di atmosfere e andamenti che è difficile non identificare col prog, come il brano precedente, d’altronde. Tempo per un nuovo classico e tocca a The Wickedest Man in the World, che col suo riff danzereccio e gli intrecci di tastiera e chitarra aggiunge una nuova pietra preziosa alla collana degli Skyclad, aprendo poi la strada all’inno folk Earth Mother, the Sun and the Furious Host, apoteosi dell’approccio folk danzante e della poetica di Walkyer, con un ritmo tribale di batteria strepitoso da parte di un Baxter in puro stato di grazia. E’ il classico brano che diventerà parte integrante della storia della band, mettendo un punto fermo alla sua evoluzione. The Ilk of Human Blindness inizia in maniera apertamente teatrale, come di un annuncio col quale si apre il sipario, per un nuovo particolare incrocio tra ritmi tribali e cadenzati, enfatizzati dal cantato e improvvise aperture dinamiche all’altezza dell’assolo; la canzone confluisce nel recitativo di Tunnel Visionaries, la quale altro non è che una intro per A Word to the Wise, ancora una volta sorretta e annunciata dal basso e dal violino che ne anticipano il tema portante, tragico e magniloquente, ai limiti del capolavoro. Ancora una volta colpisce l’inafferrabilità del brano, fluido e mutevole, che offre continui cambi di atmosfera al servizio del ritornante tema di fondo, carico di pathos espressivo, nel quale la tastiera gioca un ruolo fondamentale per sottolineare i momenti di maggior tensione, che portano sempre alla risoluzione col ritorno della distorsione. Brano magnifico, di grande presa emotiva e che ancora una volta non è difficile avvicinare al prog. Se le suggestioni evocate finora non fossero state sufficienti, ecco Bewilderbeast che introduce ampi elementi di chitarra flamenco e classica, recuperando un po’ di verve e dinamicità sul finale del disco, con un ulteriore colpo di teatro. Chiude l’album It Wasn’t Meant to End This Way, dolce piece strumentale per chitarra acustica barocca, con Walkyer che sceglie stavolta un cantato pulito e dolente per il suo accorato appello, ancora una volta doppiato dalla voce femminile.

Si può dire con la composizione e registrazione di Jonah’s Ark, gli Skyclad abbiano compiuto per la prima volta in maniera compiuta la loro evoluzione verso uno stile nuovo e pienamente personale, a partire dal logo in copertina, che diventerà quello definitivo. Questo non implica che si tratti del miglior disco della band: come detto, il risultato è in qualche caso freddo e di non facilissima presa, con brani tra i più belli e rappresentativi della carriera del gruppo, che si affiancano ad altri nei quali si percepisce un certo sforzo compositivo, per una formula ancora non totalmente raggiunta e perfezionata. Certo questo non va inteso per forza come un difetto: tante sono le suggestioni aperte e le strade che il gruppo percorrerà in maniera più riuscita in futuro e che si aprono grazie alle sperimentazioni compiute qua. E’ quindi possibile dire che Jonah’s Ark sia il primo album pienamente folk metal degli Skyclad, ma non quello dell’equilibrio compositivo migliore. Un risultato che il gruppo raggiungerà pienamente solo con i due album successivi e che porterà poi ad una ulteriore evoluzione, con il progressivo ridursi della vena metal a favore di quella folk, fino al ritorno delle sonorità metalliche con Vintage Whine nel 1999. La verità è che gli Skyclad non si sono mai fermati, continuando a ricercare la loro forma definitiva, senza volerla in realtà mai davvero raggiungere. Certo è che non deve ingannare questa ricerca continua, in termini di qualità della proposta: con tutti i distinguo e le preferenze che ognuno può attribuire alle diverse espressioni della band e scontando qualche inevitabile passaggio a vuoto, la discografia degli Skyclad è tutta di alto livello. Jonah’s Ark in questo contesto va quindi valutato come un disco molto importante, che ha segnato una tappa fondamentale della storia del gruppo e del genere, nel quale prendono forma dei veri capolavori. Tributare oggi il giusto merito agli Skyclad e alla loro musica appare tanto più necessario quanto risulta poco compresa e apprezzata la loro ricerca e gli straordinari risultati raggiunti lungo il loro percorso, assai avaro di soddisfazioni economiche e discografiche, quanto ricco di qualità artistica.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
80 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
1993
Noise Records
Folk Metal
Tracklist
1. Thinking Allowed?
2. Cry of the Land
3. Schadenfreude
4. A Near Life Experience
5. The Wickedest Man in the World
6. Earth Mother, the Sun and the Furious Host
7. The Ilk of Human Blindness
8. Tunnel Visionaries
9. A Word to the Wise
10. Bewilderbeast
11. It Wasn’t Meant to End This Way
Line Up
Martin Walkyer (Voce)
Steve Ramsey (Chitarra)
Dave Pugh (Chitarra)
Fritha Jenkins (Violino, Tastiera)
Graeme English (Basso)
Keith Baxter (Batteria, Percussioni)
 
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