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Steve Miller Band - Children of the Future
22/01/2018
( 552 letture )
La Steve Miller Band viene dalla Bay Area, ma, a dispetto di quanto si sarebbe portati a pensare alla luce di quest’informazione, non si occupa di thrash. Come ben si sa difatti il gruppo originario di San Francisco passerà alla storia come un progetto rock, ma con una forte componente blues. Anzi, risulta talmente importante il peso che il blues riveste nel sound del gruppo che inizialmente venne chiamato per l’appunto Steve Miller Blues Band. Il tutto prende vita dalla mente di Steve Miller, autore dei testi, chitarrista e cantante. Uno dei primi frontman totali, se vogliamo, ed elemento da non sottovalutare, allievo di un certo Les Paul, variabile che potrebbe aver influito sulla sua preparazione musicale. Se ad un artista con un background simile viene affiancato un altro cantante e chitarrista di livello come Boz Scaggs non è difficile intuire come ci siano grosse probabilità che la loro formazione sia destinata ad imporsi nel giro ed emergere tra i tanti illustri colleghi che cercano di lasciare il segno con la loro arte. Non di solo rock e blues vive la band di San Francisco, dato che nella loro discografia troveranno ampio spazio anche sperimentazioni funky, parti folk, rimandi gospel e abbandoni alla psichedelia più totale. Ciò li porterà ad essere uno dei gruppi più all’avanguardia del periodo, tanto che verranno apprezzati pienamente solo nel decennio successivo.
Prima del successo planetario, prima dei tour in giro per il mondo con gli Eagles, bisogna partire però da dove tutto è cominciato, da quel primo album il quale, soprattutto per l’epoca, aveva ancora quell’assetto underground (prendendo comunque la definizione molto con le pinze) che non permise loro di entrare ai piani alti delle classifiche. Trova comunque il modo di trovare il suo spazio in mezzo alla concorrenza e, il ‘68, come ben si sa, non è un anno come tanti nella linea temporale della musica, sia per quanto riguarda la sperimentazione, sia per quanto riguarda la qualità, sia per quanto riguarda il numero di artisti che hanno lasciato il segno. Prodotto all’interno degli studi del colosso Capitol Records, l’esordio viene rilasciato i primi d’aprile, quasi a segnare l’inizio della primavera, che nel ’68 non era un termine come un altro.

Si parte all’insegna dell’anarchia più sfrenata, per poi rallentare lasciando spazio all’intreccio di voci polifoniche e sprigionando di nuovo energia verso la fine. Già la title track fa capire come ci si trovi davanti a qualcosa di difficilmente catalogabile, con cambi di tempo e variazioni tematiche, rendendo imprevedibile ciò che si potrebbe ascoltare nel giro di venti secondi. La successiva, contraddistinta da un irrefrenabile taglio funk, riuscirà a stupire ancora, dal momento che la durata è di poco oltre i tenta secondi, mentre la terza traccia si ferma a poco meno di un minuto, non per questo priva di grandi sprazzi d’ingegno.
Si arriva quindi a quella che è la prima vera esperienza formidabile per chi ascolta, ovverosia In My First Mind, destinata a lasciare indubbiamente il segno non tanto per la lunghezza, ma per la profondità della canzone e per la quantità di variazioni presenti all’interno, spaziando non solo a livello stilistico ma anche tra generi diversi, mantenendo in ogni ambito un’espressività fuori dal comune. Sebbene parlare di prog ora potrebbe risultare forse troppo azzardato, volendo si può definire il pezzo come l’archetipo della sperimentazione che verrà utilizzata successivamente e che segnerà un buon numero di capolavori futuri. Altrettanto efficace è The Beauty of Time Is That It’s Snowing, traccia che conclude il lato A di questo prodotto, riconoscibilissima fin da subito sia per il titolo, sia per l’abile tessitura funk e il tripudio di cori sorretti dai synth di tastiera, creando inaspettatamente un’atmosfera che si potrebbe definire quasi solenne.
La seconda parte dell’album si apre in tutt’altro modo, con una Calling Me Home che rientra tranquillamente tra i brani più blues di tutto il repertorio, dove la ritmica è sostenuta solamente dalla chitarra. Stepping Stone e Roll With It, connotati da venature decisamente più rock, rientrano tra gli episodi migliori non solo del lato B ma di tutto il lavoro, coinvolgenti dall’inizio alla fine. All’insegna dell’euforia proseguono le successive Junior Saw It Happen e Funny Mae. L’ultima traccia, cover della celeberrima Key to the Highway, forse si abbandona un po' a se stessa, quasi come se la band si crogiolasse sulla certezza di ciò che ha partorito durante tutti i precedenti episodi della tracklist.

Un capolavoro? Molti potrebbero ritenerlo senza dubbio così, per altri la lor miglior creazione arriverà in seguito con Sailor, Book of Dreams o Fly Like an Eagle, certo è che questo debutto brutte canzoni non ne ha, anzi tutte sanno coinvolgere e si assestano su un buon livello, oltre a contenere due tre episodi veramente degni di nota e in grado di lasciare il segno. Alla luce del fatto che si sta parlando di un debutto, il lavoro in studio prodotto da Steve Miller e soci non può che sorprende per originalità e versatilità, soprattutto prendendo in considerazione l’epoca in cui venne rilasciato e il peso che ebbe a livello d’influenza per le band successive. Se si vuole addentrarsi nei meandri della psichedelia, non resta che inserire il cd, o il vinile in questo caso e tornare indietro nel tempo, quando gran parte della musica che si ascolta ora doveva ancora essere scritta e tramandata per i figli del futuro.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
58.5 su 4 voti [ VOTA]
VomitSelf
Sabato 17 Febbraio 2018, 23.43.54
3
Ho il vinile. Non mi ha mai fatto impazzire questo LP, anche se qualche bel brano c'è, la bellissima "In my First Mind" su tutte. 65
Fabio Rasta
Lunedì 22 Gennaio 2018, 14.30.48
2
Fatta eccezione x The Joker (grazie alla quale li ho conosciuti), e forse Space Cowboy, il mainstream si è praticamente dimenticato di questo artista, ma mi pare di avere capito che i suoi colleghi sanno quanto devono a STEVE MILLER, alla sua super-Band, ed alle sue sperimentazioni. X un musicista penso che sia una delle + grandi soddisfazioni. Sapere di godere della stima di un certo PAUL McCARTNEY, ad esempio, e poterci collaborare in studio, su un tuo pezzo, vale forse + di un n° 1 su Billboard. Credo. Parlo di faccende che posso solo immaginare. Poi in recensione si cita un certo "maestro" LES PAUL....
Lele 12 DiAnnö
Lunedì 22 Gennaio 2018, 11.19.46
1
“per altri la lor miglior creazione arriverà in seguito”. Sono tra questi, e direi che arriverà con Fly Like an Eagle. Spendo una parola anche per Lonnie Turner, bassista di grandissimo gusto e praticamente dimenticato, quando si dice un unsung hero ...
INFORMAZIONI
1968
Capitol Records
Rock/blues
Tracklist
1. Children of the Future
2. Pushed Me to It
3. You’ve Got the Power
4. In my First Mind
5. The Beauty of Time Is That It’s Snowing
6. Baby’s Calling Me Home
7. Steppin Stone
8. Roll With It
9. Junior Saw It Happen
10. Fanny Mae
11. Key to the Highway
Line Up
Steve Miller (Voce, Chitarra, Armonica)
Boz Scaggs (Chitarra, Voce tracce 1, 7)
Jim Peterman (Mellotron, Organo, Cori)
Lonnie Turner (Basso, Cori)
Tim Davis (Batteria, Voce tracce 4, 5)
 
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