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Egg - Egg
27/01/2018
( 431 letture )
Torniamo a parlare della scena di Canterbury con una band meno acclamata di altre, prendendo in esame il loro lavoro di debutto del 1970. Il progetto Egg nasce intorno nel 1968 da 3 compagni di scuola appassionati di musica: Mont Campbell (basso), Steve Hillage (chitarra e voce) e Dave Stewart (organo), i quali arruolarono alla batteria Clive Brooks. Questa formazione prese il nome di Uriel e si dedicò quasi esclusivamente all’attività live, eseguendo cover blues e cominciando a scrivere qualche brano da inserire nella setlist. Nell’estate dello stesso anno Steve Hillage uscì dal gruppo per proseguire gli studi universitari e quello che si ritrovava ad essere un trio proseguì l’attività live affidando le parti vocali a Campbell e scegliendo di non sostituire la chitarra. I brani originali trovarono un buon riscontro del pubblico e questo li portò a sostituirli progressivamente alle cover. Il loro assetto era ormai cambiato in modo sostanziale e presto tutto ciò si sintetizzo in un nuovo nome: Egg. Le prime composizioni furono fortemente influenzate dai Nice di Keith Emerson e già davano primo rilievo all’organo e le tastiere in genere. Nel 1969 firmarono un contratto con l’etichetta principe di Canterbury, la Decca Records, che pubblicò il disco di debutto l’anno successivo.
Come da tradizione della corrente progressiva della cittadina inglese, il sound è semplice ed asciutto mentre la composizione pesca a piene mani da quella che in quegli anni veniva definita musica d’avanguardia e dal jazz elettrico arricchendola con frequenti inserti classici. Una delle caratteristiche che fin dal principio li ha distinti dalla concorrenza è la grande maestria nell’utilizzo dei contrappunti, talvolta tra tastiere e basso ma per la maggior parte eseguiti in contemporanea da Stewart. Oltre il lato compositivo, la caratteristica che li particolarizza è il sound morbido ed avvolgente del basso miscelato a quello sferzante dell’organo Hammond. Gli Egg sono uno di quei gruppi dotati di un sound proprio, caratteristico ed esclusivo. Anni dopo lo scioglimento della band Stewart confessò che il novanta per cento delle composizioni e dell’arrangiamento erano merito di Campbell, anche se nei credits figurano in veste di compositori tutti e tre i membri.

Il lato A apre con Bulb, una intro elettronica, se così si può definire dato che parliamo del 1970, di pochi secondi. Immediatamente dopo troviamo While Growing My Hair, il primo vero brano dell’album. Veniamo investiti da un muro di basso a cui è affidato tutto il lavoro di riempimento del mix mentre l’organo si dedica ai registri acuti. Il brano si articola sostanzialmente in tre parti: una intro, la strofa e una parte mediana dove si cominciano a sentire i primi tratti sperimentali. Nell’ultima parte invece riprendono più volte strofa ed intro. Brano dall’ottimo sound, ma non troppo ispirato dal punto di vista compositivo. Si prosegue con I Will Be Absorbed e le cose si fanno più interessanti. La componente progressiva esce significativamente, proponendo un susseguirsi di parti intrecciate. Ottima sia la prova strumentale che vocale, come anche l’utilizzo dal range dinamico. Il brano successivo è una reinterpretazione progressiva della Fuga in re minore di Johann Sebastian Bach. L’esecuzione è ragguardevole e sottolinea, come se ce ne fosse bisogno, la preparazione musicale dei tre ragazzini di Canterbury (non avevano ancora vent’anni all’epoca). They Laughed When I Sat Down at the Piano è un brano alquanto particolare. Come lascia intuire il titolo si tratta di un solo di pianoforte che dopo pochi secondi passa in secondo piano, lasciando spazio a suoni acidissimi non ben indentificati, che entrano in contrasto con la dolce e soave melodia di fondo. The Song of McGillicudie The Pusillanimous, principalmente a livello di sound, rimanda fortemente allo stile dei Doors dello stesso periodo. In questo è complice sicuramente il suono di organo molto simile quello di Manzarek, ma anche la voce di Campbell ricorda abbastanza Morrison. Il brano è complesso, tirato, ben concepito e le molte variazioni lo rendono frizzante e dinamico. Giungiamo alla fine del primo lato con Boilk che è il proseguo concettuale di Bulb e They Laughed When I Sat Down at the Piano, brano brevissimo che lascia abbastanza stupiti per l’inusualità delle scelte sonore. Il B side è interamente occupato dalla suite Symphony No. 2., brano complesso e estremamente variabile dove il trio inglese dà sfoggio di tutta la propria estrosità. Forse l’eccessiva sperimentazione a tratti può risultare un po’ indigesta, ma riserva al proprio interno momenti di grande musica.

Non è un disco facilissimo e in questo lavoro gli Egg, per quanto già molto preparati, risultano ancora un po’ acerbi. Ci sono tante idee, alcune molto interessati ed altre forse un po’ troppo audaci. Ma in quegli anni, soprattutto in quel genere, l’audacia veniva premiata ed incentivata in forme e livelli non equiparabili ad altri all’interno di tutta la storia della musica. Egg è un disco dall’anima poliedrica, dove si avvicendano melodie morbide e delicate, suoni al limite della cacofonia, ritmiche incalzanti, parti distensive e composizioni complesse e momenti onirici. Nonostante ciò riesce comunque a mantenere una coerenza d’insieme, creando, quindi, un prodotto dal chiaro e definito senso logico. Ad ogni modo, come anticipato, il tratto che rimane più impresso è il sound: quel basso carico e burroso, insieme a quell’organo vi ricondurranno immediatamente a questo lavoro anche dopo anni di assenza dal piatto. Dirlo con il senno del poi è piuttosto banale, considerando le carriere che hanno avuto successivamente, ma sin da qui è chiaro che questi tre diciannovenni avevano in mente qualcosa di importante ed erano dei predestinati a realizzarlo.
Facendo una sintesi possiamo dire che si parla di un bel disco, con tratti altissimi contrapposti a parti meno ispirate o riuscite, ma in fin dei conti il prodotto è pienamente coerente al loro essere e rispecchia la purezza e l’estro acerbo di ragazzi giovanissimi che cercano di creare qualcosa di veramente originale.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
81.5 su 2 voti [ VOTA]
Titus Groan
Sabato 3 Febbraio 2018, 9.38.35
4
Dave Stewart e' stato un genio dell'organo. Il suo talento non e'mai stato riconosciuto a doovere, e per favore non diamogli il colpo di grazia paragonandolo in un brano al mediocre organista dei Doors. Il Canterburyquello piu' ostico ha ancora oggi vagpnate di band che riprendono quelle sonorita' non ostiche ma ci vuole coraggio e ovviamente essere tecnicamente ineccepibili. Due dischi che ho in condizioni Nm che oltre ad ascoltarli, me lii sparerei in vena!
Voivod
Lunedì 29 Gennaio 2018, 13.34.35
3
Ottimo album..ma preferisco il successivo "The Polite Force"
duke
Domenica 28 Gennaio 2018, 21.41.58
2
sicuramente tra i piu' bei dischi prog anni 70... poi fugue in d minor e' un eccezionale tributo a j. s. bach !
Zess
Sabato 27 Gennaio 2018, 20.48.50
1
Questo è veramente un grande disco. Non per tutti, ed è meglio così.
INFORMAZIONI
1970
Decca Records
Prog Rock
Tracklist
1. Bulb
2. While Growing My Hair
3. I Will Be Absorbed
4. Fugue In D Minor
5. They Laughed When I Sat Down at the Piano
6. The Song of McGillicudie The Pusillanimous
7. Boilk
8. Symphony No. 2
Line Up
Mont Campbell (Voce, Basso)
Dave Stewart (Organo, Piano)
Clive Brooks (Batteria)
 
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