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Darkthrone - Goatlord
03/02/2018
( 577 letture )
Chiunque abbia da sempre seguito da vicino le vicende riguardanti i Darkthrone è perfettamente al corrente di come il combo norvegese, ancora oggi saldamente guidato dal leggendario ed inossidabile duo costituito da Gylve Fenris Nagell e Ted Skjellum, meglio conosciuti come Fenriz e Nocturno Culto, abbia nel tempo compiuto delle metamorfosi che hanno influito in maniera determinante nel decorso evolutivo del black metal. È superfluo, in questa sede, rammentare ciò che la band ha rappresentato e tuttora rappresenta per la scena estrema. Limitandoci perciò a ripercorrere brevemente la prima parte di carriera è possibile riconoscere facilmente i momenti chiave di transizione, riassumibili puntualmente nelle uscite discografiche.
Correva il 1991 quando i Nostri licenziarono il debut Soulside Journey, battesimo di fuoco per il giovane ensemble, allora in una line-up di quattro membri, intento nella proposta di un death metal tecnico e dalle atmosfere oscure. Un episodio rimasto un unicum, in quanto l’anno dopo venne pubblicato il seminale A Blaze in the Northern Sky, il primo vagito che ufficializza l’inizio dell’era del così definito True Norwegian Black Metal, segnata con preciso appuntamento annuale da Under a Funeral Moon (1993), Transylvanian Hunger (1994), Panzerfaust (1995) e Total Death (1996), quest’ultimo un lavoro che chiude il cerchio del metallo nero puro ed incontaminato, prima del sopraggiungere delle influenze punk, crust e rock nelle produzioni a seguire.
Il 1996 è un anno cruciale che registra la stampa di un’altra importante opera a firma Darkthrone, il controverso Goatlord. Non si tratta di un altro lavoro in studio in uscita concomitante, bensi di una raccolta di tracce demo strumentali risalenti al periodo immediatamente susseguente Soulside Journey, brani ai quali Fenriz ha voluto donare luce e veste rinnovata completandoli con le linee vocali.
Ma quale il motivo dell’abbandono, a questo punto solo temporaneo, di tali bozze e di una loro pubblicazione così a posteriori? La spiegazione è racchiusa nelle dichiarazioni poco fraintendibili fornite dai due scritte nel booklet di Frostland Tapes (collezione che, fra le altre rarità, contiene le registrazioni originali di Goatlord)

(…) in February 1991. That’s when the title A Blaze in the Northern Sky came to me as well! In 1991 we lived PURE BLACK METAL. We were in the ZONE - Fenriz
(…) But even though we played death metal with punk influences in the early days, we soon asked the question of why we play this technical stuff when we only listened to a lot of early black metal and primitive demos. We scripped the idea of recording Goatlord as an album, but now I’m glad we recorded the rehearsal tape, ‘cause it DOES matter as a part of our hystory - Nocturno Culto

Diventa quindi ora chiaro il perché di un siffatto mutamento stilistico, più allineato con quanto stava nel frattempo iniziando ad accadere nell’inquietante e tumultuoso sottobosco underground scandinavo.
I contenuti lirici dei dieci brani presenti consistono in testi, parzialmente utilizzati e in parte accantonati, del periodo di Under a Funeral Moon, e altri scritti appositamente per questa release. Musicalmente invece si tratta ovviamente della naturale prosecuzione artistica dell’esordio, pregna di una massiccia ispirazione doom e marcata da una evidente vena sperimentale.

Gli inconfutabili sintomi del fatto che qualcosa fosse in procinto di cambiare profondamente si percepiscono nell’incipit di Rex, un giro di chitarra nel classico modus operandi black metal, subito cangiante in un tessuto più complesso dai delineati caratteri doomish, innervato da inserti solistici, che dialoga strettamente con il multiforme drumming di Fenriz, alla costante ricerca di variazioni ritmiche. Come accennato, la novità di questa release risiede nelle voci, a totale appannaggio dello stesso poliedrico musicista, dilettatosi nell’esplorazione di un ampio ventaglio di differenti approcci, culminanti in uno strano effetto di female voice, utilizzato in diversi frangenti del disco, ottenuto con la tecnica di registrazione del pitch bending. Ad affiancarlo al microfono in questo brano è chiamato un altro illustre esponente della scena, Satyr, in veste di gradito ospite.
La lezione sabbathiana è una costante ricorrente e va ad ispirare componimenti ragionati, come Pure Demoniac Blessing, durante la quale Fenriz si alterna in un dualismo tra screaming e clean, e (The) Grimness of Which Shepherds Mourn, dove concede delle anteprime di quello stile vocale abrasivo e motorheadiano che caratterizzerà la produzione più tarda del Trono Oscuro, quando condividera’ il ruolo di singer con Nocturno Culto.
Sadomasochistic Rites, che gode nuovamente del contributo del leader dei Satyricon, si apre con un fugace arpeggio, sviluppandosi poi in un riffing dai principi propri della vecchia scuola thrash/death i cui riferimenti dell’epoca sono i Possessed e i Nocturnus. Lo stesso approccio viene seguito in As Desertshadows, durante il cui svolgimento si scorge un retrogusto melodico nel riffing blando e cadenzato, impreziosito nel suo incedere da fantasiosi fill di batteria, richiamando nel contempo le atmosfere tipiche di Soulside Journey quando il ritmo si alza repentinamente.
Nel successivo dittico In His Lovely Kingdom/Black Daimon si apprezzano elementi di marchio progressive, riconducibili a certe soluzioni ritmiche, che aprono dunque le porte a direzioni musicali non univoche, mantenendo inalterata la rozzezza nel sound che pervade i quasi quaranta minuti del platter. La successiva Toward(s) the Thornfields è costruita su un litanico slow tempo di sei corde, animato da un lavoro dietro le pelli come di consueto creativo e imprevedibile, ulteriormente esaltato in (Birth of Evil) Virgin Sin, intrisa del medesimo mood morboso, che si distingue per l’eterogeneità del suo songwriting. Soluzioni non dissimili dal contesto finora descritto si ritrovano, infine, in Green Cave Float, dove la base strumentale in background fa da opprimente scenario alle modulazioni vocali di Fenriz, mai come in questa occasione libero di spaziare tra differenti registri.

A conclusione della presente analisi, una valutazione di questa pubblicazione alla stregua di qualsiasi altro lavoro in studio risulterebbe, in fin dei conti, certamente un errore. Goatlord è difatti un platter che per natura stessa del suo concepimento, avvenuta in due archi temporali ed artistici completamente diversi, necessita di essere trattato ed analizzato con un occhio critico più mirato al suo significato storico che al valore prettamente musicale delle singole tracce.
Considerata la confezione con cui ci viene consegnato, questo compendio potrebbe idealmente collocarsi a cavallo tra il 1991 e il 1992, configurandosi quindi come il mancante anello di giunzione tra Soulside Journey e A Blaze in the Northern Sky e costituendo il ponte di passaggio tra le due differenti proposte. Nonostante il livello qualitativo generale sia decisamente distante dall’eccellenza a cui i nostri ci avevano abituati, sostanzialmente i brani confermano le eccellenti potenzialità dei quattro musicisti e rappresentano l’ultima opportunità di esperienza di un così elaborato processo di songwriting, poi asservito ad uno stile più asciutto e dal tasso tecnico certamente meno demandante.
Spesso dai più bistrattato e forse mai totalmente compreso, Goatlord è in ogni caso, a suo particolar modo, un documento di straordinaria importanza che immortala, in una formula unica e inedita, frammenti del passato, del futuro immediatamente a venire e anche di quello più prossimo ai giorni nostri dell’act nordico e, per tali ragioni, considerevole di una attenta rivalutazione. Tale processo di riscoperta è stato portato avanti anche a carattere meramente commerciale dalla Peaceville Records che, in occasione della ristampa del disco originariamente rilasciato dalla Moonfog Productions, ha indetto un concorso aperto ai fan per la realizzazione del restyling grafico, i cui risultati sono apprezzabili nel front cover delle nuove copie.
Rimane a questo punto da chiedersi quale direzione avrebbe intrapreso l’evoluzione del black metal se, agli albori dei Nineties, fosse stato dato un coerente successore al debut rimanendo così nei già conosciuti territori death metal. Venendo meno il determinante contributo alla causa apportato dalla band di Kolbotn avremmo mai avuto possibilità di ascoltare il peculiare suono che tutti oggi conosciamo? La risposta, quanto mai scontata, ce la danno direttamente gli stessi Darkthrone, scritta nelle numerose pagine di storia della più oscura derivazione dell’heavy metal.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
96.62 su 8 voti [ VOTA]
duke
Giovedì 8 Febbraio 2018, 16.03.59
2
basta con i darkthrone....aspetto impazientemente la recensione dei LETTERS FROM THE COLONY che e' una band di ben altro spessore musicale ....
Doomale
Sabato 3 Febbraio 2018, 12.24.09
1
La recensione dice tutto sia sulla storia dell'album che dei contenuti musicali. Di sicuro è quello che apprezzo di meno e non regge se confrontato con Soulside Journey ma rimane un disco da conoscere per tutti i fan, soprattutto per come venne concepito. Unica cosa che mi disturba sono alcune vocals. 7 pure per me.
INFORMAZIONI
1996
Moonfog Productions
Black
Tracklist
1. Rex
2. Pure Demoniac Blessing
3. (The) Grimness of Which Shepherds Mourn
4. Sadomasochistic Rites
5. As Desertshadows
6. In His Lovely Kingdom
7. Black Daimon
8. Toward(s) the Thornfields
9. Birth of Evil (Virgin Sin)
10. Green Cave Float
Line Up
Fenriz (Voce, Batteria)
Nocturno Culto (Chitarra)
Zephyrous (Chitarra)
Dag Nilsen (Basso)

Musicisti Ospiti:
Satyr (Voce in traccia 1 e 4)
 
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