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Il Teatro degli Orrori - Il Teatro degli Orrori
11/02/2018
( 409 letture )
C’è un momento cruciale nella carriera di alcune rock band. Il self-titled, l’album autotitolato, quando arriva, a un certo punto di una successione di album prodotti (a meno che non si tratti del disco d’esordio), segna un momento particolare nella storia discografica di un gruppo musicale. È una presa di coscienza, una sorta di nuovo inizio, o magari una summa di ciò che la band è stata, è una chiara dichiarazione di intenti, come se la band stesse dicendo che il disco in questione rappresenta l’essenza di se stessa. Per Il Teatro degli Orrori l’album in questione è il quarto, che arriva dopo oltre tre anni dal controverso Il Mondo Nuovo, dunque nel 2015. È quindi chiaro che un ascoltatore acuto avrà un’attenzione diversa verso l’album omonimo di una band rispetto a tutti gli altri dischi con titoli “normali”. Non per forza una maggior attenzione, ma sicuramente un’attenzione un po’ particolare.

Che dire dunque della quarta fatica della band nostrana? Il Teatro degli Orrori si presenta subito come un album particolarmente rumoroso, roboante, sporco, ben suonato e costruito attorno alla voce del carismatico leader Pierpaolo Capovilla. Lo esplica bene l’opener Disinteressati e Indifferenti, che fomenta subito l’animo di chi ascolta con le risate sguaiate di Capovilla. Anche in questo album la prova del frontman significa tanto nell’economia del disco, estrapolando buoni testi con lo stile tutto suo, che esplora bene l’introspezione e la società attraverso toni sarcastici, beffardi e pessimistici. Il basso è letteralmente vibrante, le chitarre graffiano (risultano potenziate al 200% con l’innesto del secondo chitarrista Marcello Batelli), bene la batteria e ben inserite nel sound le tastiere della new entry Kole Laca, e il tutto va costituire un sound particolarmente caotico e arrembante, a tratti metal, grazie anche a un’ottima produzione che è uno dei fiori all’occhiello de Il Teatro degli Orrori.
Tutto bene direte, dunque. In realtà, non proprio. I testi di Capovilla finiscono a volte per accartocciarsi in se stessi, diventando quasi uno sfoggio di poetica piuttosto che un tentativo di descrivere delle emozioni o di criticare un sistema. In questo senso, in uno slancio “intellettualoide”, si vanno a toccare temi che talvolta finiscono per essere banali o qualunquisti. …Amica mia scappiamo via da un paese che non cambia perché non vuole cambiare, non cambia perché non vuole… Ma si, certo, ma si, come no, potrebbe andare peggio… che ne so io? POTREBBE PIOVERE! tanto per citare qualche verso da Lavorare stanca, che comunque nel complesso è assolutamente valida e finisce per essere uno dei pezzi più riusciti dell’intero lavoro. Anche dal punto di vista prettamente musicale comunque si finiscono per riscontrare dei limiti. Nell’avanzare della tracklist ci si imbatte in più di qualche momento valido ma in pochi di davvero degni per essere definiti memorabili, il songwriting fatica a essere incisivo e c’è più di qualche parte sottotono. Non c’è un pezzo travolgente del calibro di una A Sangue Freddo, e come non considerare, tra gli altri, un pezzo come Cazzotti e Suppliche un puro delirio d’impeto metallaro che non è in grado di andare da nessuna parte? Molto più interessante invece una cadenzata e opprimente Genova o la conclusiva Una Giornata al Sole, che dopo undici brani in cui sostanzialmente domina la negatività regala un finale più radioso, con un ritornello vagamente stucchevole ma sicuramente ben riuscito.

Un album quindi che sicuramente va promosso, ma non esente da difetti. L’impatto sonoro è notevole, ma le canzoni colpiscono al cuore a fatica. Dopo averlo ascoltato, anche più di una volta, lascia una grande sensazione di caos e confusione, in parte sicuramente voluta, ma che d’altra parte lascia un po’ inappagati, anche se sulla lunga distanza forse qualcosina migliora. In ogni caso, è giusto e sacrosanto che il sound di un gruppo graviti attorno al suo leader, ma ne Il Teatro degli Orrori sembra che lo faccia un po’ troppo.
Insomma, niente di imprescindibile; meglio riascoltare i primi lavori.



VOTO RECENSORE
62
VOTO LETTORI
82 su 2 voti [ VOTA]
Mauroe20
Mercoledì 14 Febbraio 2018, 11.07.14
2
Da fan del Teatro dico che questo terzo lavoro ha il difetto di essere davvero troppo lungo.A sangue freddo risulta il loro capolavoro .Voto 70 cmq
Alex Cavani
Lunedì 12 Febbraio 2018, 8.26.53
1
Anche se sono davvero d'accordo con ogni singolo aspetto della recensione, a me questo disco è da subito piaciuto molto, sicuramente in quanto a impatto è più facile da metabolizzare rispetto al precedente, che comunque amo. Belli i suoni e soprattutto gli inserti sempre più prepotenti di synth e tastiere. Volevo solo più noise in generale. Pezzi preferiti: il lungo sonno e slint. E per me, proprio per una questione soggettiva come voto siamo sul 79.
INFORMAZIONI
2015
La Tempesta
Alternative Rock
Tracklist
1. Disinteressati e indifferenti
2. La paura
3. Lavorare stanca
4. Bellissima
5. Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico)
6. Una donna
7. Benzodiazepina
8. Genova
9. Cazzotti e suppliche
10. Slint
11. Sentimenti inconfessabili
12. Una giornata al sole
Line Up
Pierpaolo Capovilla (Voce)
Gionata Mirai (Chitarra)
Marcello Batelli (Chitarra)
Kole Laca (Tastiere)
Giulio Ragno Favero (Basso)
Francesco Valente (Batteria, Percussioni)
 
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