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Mind Funk - Dropped
17/02/2018
( 611 letture )
I Mind Funk appartengono a quella schiera di band di cui tanto è già stato detto ma di cui moltissimo c’è ancora da dire, perché forse il successo che meritavano non l’hanno ottenuto fino in fondo. Il nome della band, notevolmente edulcorato rispetto a quello originale, fa capire come il funk sia elemento predominante all’interno della loro proposta, il che non costituisce però una novità. Questo perché in quegli stessi anni erano già nate un discreto numero di band che diedero vita al funk metal inserendo ritmiche sincopate nella musica pesante, specialmente nelle linee di basso. In questo filone si affermarono principalmente Primus, Red Hot Chili Peppers, Jane’s Addiction, Faith No More e Living Colour, che tra il finire degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta contribuirono a ridefinire i confini del genere, aggiungendo ulteriori facce ed ulteriori tasselli all’immenso mosaico del metal. Va anche tenuto presente come nello stesso periodo l’avvento del grunge portò a rimescolare tutte le carte in tavola, segnando nel bene e nel male l’orientamento dell’industria musicale.
Non deve quindi sorprende che nella formazione dei Mind Funk arrivasse ad un certo punto Jason Everman, ex membro di band grunge come Soundgarden e Nirvana. Più difficile da immaginare forse è che all’interno dello stesso gruppo ci fossero anche membri di Celtic Frost e Ministry, e come pur provenendo da ambiti diversi riuscirono ad agglomerarsi formando a quella che è stata a conti fatti una super band, se non altro a livello di credenziali. Il missaggio invece è affidato alle sapienti mani dell’astuto Terry Date, che in quel periodo produrrà una quantità considerevole di album crossover/nu metal, Limp Bizkit su tutti, ma anche lavori di molti artisti che rientrano maggiormente nei canoni tipici del metal come Pantera ed Overkill. Non è un caso se vengono presi come esempio due esponenti del thrash, dal momento che nonostante il funk rivesta un ruolo fondamentale, nel loro sound c’è spazio anche per il genere nato a San Francisco, sebbene in misura minore. L’album omonimo che stamparono nel 1991 ottenne un vasto consenso a livello di critica, ma non ebbe purtroppo lo stesso successo parlando di vendite, tanto che la casa discografica finì per tagliare la band del New Jersey fuori dal proprio roster. Non è difficile immaginare quindi, una volta passati alla Megaforce, come i Mind Funk avessero il dente avvelenato nei confronti della Epic, motivati a sfornare un album addirittura migliore del suo illustre predecessore, in modo così da vendicarsi nei cronfonti dell’etichetta che aveva deciso di non credere in loro. Se ci si basa su tutte queste premesse non è difficile intuire come quello che si sta per andare ad analizzare sia un album dall’importanza non indifferente, che sin dal nome porta avanti la rivendicazione di una band che continua a credere in se stessa.

Il primo suono che si sente uscire dallo stereo in realtà è un ronzio di mosche, che prosegue per almeno una trentina di secondi, preannunciando l’arrivo della canzone vera e propria sancito dal riff di chitarra, tanto debitore dei Living Colour quanto la voce, che sin dall’attacco iniziale è facilmente accostabile a quella del leggendario Corey Glover. Incorporando così tanti elementi sonori travasati dal DNA della band newyorkese, non deve stupire se Godless risulti una traccia divina, volendo perdonare il gioco di parole, ma anche le successive Closer e Drowning, pur essendo tre canzoni completamente diverse tra loro, sono tutte di livello altissimo. Gli assoli sono funambolici, gli slap di basso lasciano il segno e trovano spazio anche parti psichedeliche e se vogliamo "alternative", che in questo disco assumono una rilevanza inedita rispetto al debut, segnando inevitabilmente atmosfere diverse, dilatate, sporche, molto più istintive del frenetico debutto.
Tra le canzoni degne di nota spiccano sicuramente In the Way Eye, e Hollow. La prima contraddistinta dalla carica agressiva di cui i Mind Funk avevano bisogno in quel periodo di particolare difficoltà, la seconda particolarissima nel suo alternare parti soul ad accellerazioni improvvise di batteria, l’ultima dallo spirito estremamente evocativo e misticheggiante, atmosfera che molti potranno ritrovare in molti brani degli Alice in Chains e dei Godsmack. Analizzando attentamente tutto l’album però, si ha l’idea di un insieme omogeneo, dove tutte le canzoni sono accomunate non tanto dalla struttura quanto dalla qualità elevata. Forse non immediate nell’ascolto, ma costruite in modo solido e convincente. A voler trovare un difetto si potrebbe presumere sia proprio la mancanza di una vera e propria hit, prediligendo un intero lavoro ruvido e senza fronzoli a discapito dell’orecchiabilità, e questo potrebbe averne decretato il destino a livello di vendite.

Sicuramente non a livello di album epocali come Vivid o il debutto dei Rage Against The Machine, giusto per fare un confronto con colleghi dello stesso genere, ed anche rispetto al loro precedente lavoro qualcosa si è perso. Non sarebbe comunque da escludere l’ipotesi che una piccola fetta di ascoltatori sia portata a preferire l’indole agressiva, ma a tratti malinconica, di questa release. Nonostante ciò, pur non entrando in una possibile top ten del genere, dato che quel posto spetta solo al debutto, si tratta comunque di un buonissimo album, il quale non sa di vendetta compiuta ma prolunga in modo convincente la carriera del combo di New Jersey posticipandone la prematura fine. Il canto del cigno sarà purtroppo inevitabile con il successivo People Who Fell From the Sky, che porterà invece alla loro caduta, ultimo lavoro di una band che costituisce uno dei casi più inspegabili e sfortunati della musica.
The Mic has dropped.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
69.66 su 3 voti [ VOTA]
jaw
Giovedì 22 Febbraio 2018, 11.19.07
7
Rob non avevo capito perche' e' sotto questo e non il primo, ma abbiamo scritto la stessa cosa, buon disco anche questo a proposito ma meno personale, però e' tanto che non ascolto il prodotto in questione come tutto il grunge del resto
verginella superporcella
Mercoledì 21 Febbraio 2018, 13.33.11
6
preso qualche mese fa in vinile originale, suona da paura ed e' veramente unbellissimo album. minimo da 80 85.
Masterburner
Martedì 20 Febbraio 2018, 0.20.15
5
Gran bel disco, ottimi pezzi... la produzione di terry date però ci sta come i cavoli a merenda. Mi chiedo come avrebbero suonato questo e ad esempio 'I Hear Black' con una produzione più 'sabbathiana'
Rob Fleming
Lunedì 19 Febbraio 2018, 23.54.13
4
@jaw: appunto, erano bravi, soprattutto col debutto fecero un disco veramente eccellente, ma vendettero praticamente niente e quindi furono abbandonati da chi invece li doveva supportare: cioè la propria etichetta discografica.
jaw
Lunedì 19 Febbraio 2018, 22.16.09
3
A me il primo piace, erano una buona variante dei rhcp, classica musica da venice beach, il cantante proviene degli Unify che erano una buona band hardcore, concordo questo è piu' stereotipato. Rob scusa ma a me non risulta che abbiano fatto chissa' quale successo ma non ricordo i dati di vendita, comunque il primo esce per una major questo per la sussidiaria all atlantic, quindi non capisco il tuo discorso, se vuoi chiarisci ma non sei obbligato
Metal Shock
Lunedì 19 Febbraio 2018, 21.31.50
2
Della recensione la cosa che mi fa piacere è vedere come ci sono anche dei giovani che vanno alla scoperta di gruppi minori e poco conosciuti. Brabo Fabio! Ma sul resto.... Innanzitutto il genere: alternative metal va bene per il primo omonimo fenomenale disco, un mix di post thrash funk ancor oggi inimitabile, ma questo come il successivo è grunge che più grunge non si può. Il sound richiama Soundgarden ed Alice in Chains e centra zero col debutto : un disco che fosse uscito sotto un'altro nome era accettabile ma come Mind Funk non raggiunge la sufficienza. Peccato..
Rob Fleming
Sabato 17 Febbraio 2018, 19.04.07
1
Erano bravi, ma furono barbaramente sacrificati sull'altare delle vendite. Quest'album me lo ricordo molto pesante nel senso più nobile e metallico del termine con riferimenti ai Black Sabbath, Soundgarden, Alice in Chains con una strizzatina d'occhi anche ai Metallica del Black album. Una su tutte la sinuosa Drowning
INFORMAZIONI
1993
Megaforce Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Godless
2. Closer
3. Drowning
4. In the Way Eye
5. Zootiehead
6. Wisteria
7. Mama, Moses and Me
8. 11 Ton Butterfly
9. Hogwallow
10. Billygoat
11. Hollow
Line Up
Patrick Dubar (Voce)
Louis Svitek (Chitarra solista)
Jason Everman (Chitarra ritmica)
John Monte (Basso)
Shawn Johnson (Batteria)
 
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