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Celtic Frost - Monotheist
24/02/2018
( 1522 letture )
Devo ammettere che una decina di anni fa, quando ascoltai Monotheist per la prima volta, non rimasi particolarmente entusiasta del tanto atteso ritorno discografico dei Celtic Frost. Probabilmente ero stato un po' fregato dalle aspettative, dato che speravo in qualcosa di simile a Morbid Tales o To Mega Therion. Oppure, semplicemente, per me non era il momento giusto di confrontarmi con un'opera simile.
Poco tempo dopo, invece, rimasi folgorato dall'esordio dei Triptykon, il nuovo gruppo di Tom G. Warrior, e questo mi convinse a riprendere in mano anche Monotheist. A quel punto divenne tutto chiaro, il quadro era completo e riuscii ad apprezzarlo e farlo mio.

Prima che il morbo delle reunion diventasse altamente contagioso e proliferasse a dismisura, il ritorno sulle scene dei gloriosi Celtic Frost era stato caldeggiato sin dall'inizio degli anni 2000, dopo la scorpacciata di black metal del lustro precedente, e dalle chiacchiere si era passati ai fatti, con Tom G. Warrior tornato finalmente a far squadra con Martin Eric Ain. Alla batteria, invece, non c'era più Reed St. Mark (farà poi parte della prima incarnazione dei Triptykon) ma Franco Sesa, mentre come quarto membro venne reclutato Erol Unala, socio di Fischer negli Apollyon Sun.
Con questa line-up rinnovata la macchina Celtic Frost era pronta a rimettersi in moto, ma prima di vederne i risultati ci volle del tempo. Le lavorazioni dell'album durarono infatti quattro anni, finanziate dalla loro Prowling Death Records e prodotto dalla stessa band, con l'aiuto di Peter Tagtren. Insomma, un lavoro meticoloso da parte dei Celtic Frost, decisi a tornare con un disco ben fatto, che li rappresentasse in pieno e che fosse di qualità.
Obiettivo che fu raggiunto in pieno.

Come detto all'inizio, però, Monotheist è un disco difficile da paragonare con il passato della band. Della furia thrash/black degli esordi è rimasta soltanto una traccia, distinguibile qua e là nel corso dell'ascolto; anche le bizzarrie e gli sperimentalismi del capolavoro Into the Pandemonium sono assenti. Eppure, pur essendo diverso dai suoi illustri predecessori, Monotheist riesce a suonare completamente Celtic Frost, facendo trasparire in tutta la sua durata l'impronta del gruppo, non solo per la voce di Fischer (se vogliamo, qui più roca e matura) ed i suoi famosi 'Uh'. I suoni densi delle chitarre e le atmosfere oscure e decadenti che si respirano durante l'ascolto lo rendono sostanzialmente un disco doom con alcune sferzate in territori thrash/black. L'apripista Progeny è un buon esempio di questa definizione, dati i ritmi sostenuti che la caratterizzano durante le strofe. Il tappeto di doppia cassa di Sesa forma assieme ai riff un muro quasi invalicabile, ma è forse più imponente il pesante rallentamento centrale, condito dal testo totalmente disilluso di Fischer, che nelle note interne afferma: If This is Creation, I Feel Misplaced

If I am you, no life is sacred in my hands.
If I am you, no love will prosper in this world.
If I am you, I am the faith to end all faith.
If I am you, you shall not live to save yourselves.


La successiva Ground è più cadenzata, ma non certo meno efficace. Scritta inizialmente nel 2002 come traccia elettronica, è stata poi arrangiata per il gruppo ed inserita nella tracklist, nonostante alcune discussioni in seno alla band. E fu un bene, dato che risulta anch'essa ottima. Il basso di Ain rimbomba come picconate nella testa dell'ascoltatore, mentre Fischer ripete le parole di Cristo sulla croce, come a sottolineare il totale abbandono di Dio, con l'umanità che cade nelle tenebre da essa stessa create:

Oh God, why have you forsaken me?

Se le prime due tracce erano prevalentemente appannaggio di Warrior, A Dying God Coming into Human Flesh è un brano che sposta l'attenzione su Ain, autore del testo e di parte della musica, oltre che voce per quasi tutta la canzone, tranne per il finale. I tempi si fanno ancora più dilatati e la struttura è semplice, rendendo suggestivo ed inquietante il testo sull'incarnazione scritto dal bassista, ispirato ad una sua poesia e ritenuto da lui stesso il più personale (tra quelli a sua firma) di tutto il disco. Curiosa la scelta girare l'unico video promozionale dell'album proprio per questa canzone, dove però l'alternanza di nero e bianco si rivela particolarmente azzeccata con il mood della canzone.
L'atmosfera opprimente che ci ha accompagnato sinora viene parzialmente mitigata da Drown in Ashes, cadenzata ed eterea traccia che vede Fischer cantare in pulito, con basso e batteria a riempire tutto nel sottofondo, mentre altri suoni distanti e i vocalizzi di Lisa Middlehauve (ex-Xandria) ci portano in un'altra dimensione. Un passaggio toccante dai toni gotici che serve a prendere fiato, perché la successiva Os Abysmi vel Daath è una nera apnea sonora. Il titolo è preso da un testo di Aleister Crowley e le parole (per mano della coppia Fischer/Ain) sono chiaramente ispirate a quello. L'andamento pachidermico della canzone ci porta in territori quasi doom/death (non a caso gli Asphyx ne realizzeranno una cover anni dopo), il cantato operistico e il corno che emergono tra le pesanti maglie del brano fanno respirare l'aria sulfurea dell'inferno, mentre Fischer digrigna i denti e sputa quasi le parole del testo.

I deny my own desire.
I deny my own desire.
Lying one among the liars.
I deny my own desire.


Os Abysmi vel Daath è sicuramente uno degli apici di Monotheist, intenso, maligno ed evocativo. Ma non certo l'unico.
La versione digipack dell'album contiene una bonus track, Temple of Depression, piazzata a metà della tracklist e tra quelli che in linea di massima ritengo i due brani migliori del disco. Nonostante la sua natura di bonus, Temple of Depression non sfigura certamente e non si tratta di un riempitivo per attirare collezionisti accaniti. Strumentalmente risulta più dinamica grazie al lavoro della sezione ritmica, rafforzato dai colpi regolari della chitarra e dal folle assolo sul finale. Come accennato, però, quello che può essere ritenuto un altro dei pezzi migliori di Monotheist è il successivo Obscured, che ci fa ricadere in ambito gothic come Drown in Ashes. Basata su un'idea di Erol Unala, Obscured è una traccia intensa e decadente arricchita dalla presenza della cantante svizzera Simone Vollenweider (in seguito presenza fissa come ospite sui lavori dei Triptykon) la cui voce si fonde perfettamente con quella di Tom G. Warrior, aumentando a dismisura il pathos.

No, no, no, no
And I think that I'm all alone.
I can feel the rain pull me down again.
No, no, no, no
And I know that I have no home.
I can feel the pain take a hold again.


Da un punto di vista emotivo è molto difficile restare impassibili durante l'ascolto e sicuramente brani come questo diventeranno tra i punti di forza dei lavori successivi di Fischer.
Arriva, invece, direttamente dal passato della band Domain of Decay, più precisamente dall'inizio degli anni ‘90, quando le prime idee sulla canzone vennero buttate giù e poi sepolte con la fine dei Celtic Frost, riesumate (e ri-elaborate) infine per Monotheist. Ad un attento ascolto la traccia ha, in effetti, un sottile filo che la unisce col repertorio passato, riuscendo però a rimanere coerente con la pesantezza del resto dell'album, pur non essendone uno dei picchi. Dopo una parte centrale più intimista, Monotheist torna sul finale a pestare: Ain Elohim segue le orme dell'iniziale Ground, con Franco Sesa protagonista in quello che probabilmente è il pezzo più veloce del disco, mutando però nel classico rallentamento macera anima dalla parte centrale in avanti. Il testo è interamente ad opera di Martin Eric Ain, ispirato ai Manoscritti del Mar Morto ed il titolo significa letteralmente There is No God.

There is no God but the one that dies with me.
I have no life but the one I take with me to the grave.
We come into this world alone.
And we will die on our own.
I live.
I die.
Ain Elohim.


Monotheist si chiude con quello che è l'esperimento più ambizioso dell'album, una lunga composizione divisa in tre parti, i cui testi sono ad opera dello stesso bassista. La prima parte Totengott non è altro che un intro in cui Ain recita invasato alcuni versi, mentre alcuni suoni apocalittici rendono il tutto più inquietante. Synagoga Satanae è il cuore nero della composizione, lunga e a tratti estenuante, con diversi momenti al suo interno. È senza dubbio il pezzo più difficile del disco, con numerosi ospiti, cantato in tre lingue (inglese, latino e tedesco) ed un'atmosfera nuovamente asfissiante. Come per Os Abysmi vel Daath, parliamo di un pezzo in cui l'odore di zolfo è ben evidente, quasi un breve viaggio musicale nei gironi danteschi. Synagoga Satanae non è altro che La Congrega dei Nemici, composta dai nemici di Dio che saranno puniti per l'eternità, almeno secondo la Fede Cristiana, tra i quali, a suo dire, Ain si identifica, assieme a buona parte del genere umano.
Dopo un viaggio così tormentato, Triptych si conclude con la pace di Winter, chiusura strumentale e sinfonica che nelle intenzioni è la terza parte del requiem iniziato con Rex Irae nel 1987. Curiosamente, la seconda parte è stata omessa e il requiem si dovrebbe considerare completo il giorno che quella composizione vedrà la luce. Ma in realtà ciò non avverrà mai, dato che in questo caso la pace interiore di Winter è anche quella eterna del requiem. Da segnalare, infine la bonus track della versione vinile e giapponese Incantation Against You, sorta di evocazione "a cappella" che vedere protagonista Simone Vollenweider.

Nonostante i riscontri positivi dell'album e le numerose esibizioni live, i Celtic Frost non erano destinati a durare. Nell'estate del 2008 un primo comunicato di Tom G. Warrior annunciava il suo abbandono, mentre nel settembre dello stesso anno, Warrior ed Ain ufficializzavano la fine dei Celtic Frost, i quali senza uno dei due membri fondatori non avrebbero potuto più esistere. La morte di Ain, avvenuta nell'ottobre dello scorso anno, ha posto fine ad ogni residua possibilità di rivedere i due assieme, con Fischer oramai lanciato con i suoi Triptykon e che nel corso degli ultimi anni non ha risparmiato frecciate al suo ex-batterista, Franco Sesa.

Pur non avendo l'irruenza di Morbid Tales, l'alone mitico di To Mega Therion o l'eclettismo di Into The Pandemonium, Monotheist è un grande disco, una gemma nera incastonata in una carriera che, a parte il famigerato scivolone Cold Lake, ha regalato al mondo musica di altissimo livello. In questi ultimi dodici anni (ed anche nei precedenti) numerosi gruppi hanno tentato la carta della reunion, ma ben pochi sono riusciti a raggiungere i picchi qualitativi di Monotheist, il quale riesce ad essere contemporaneamente il riuscito nuovo inizio e la degna fine dei Celtic Frost. Da qui Tom G. Warrior partirà con la sua nuova avventura, trovando in V. Santura un nuovo socio con cui condividere il suo progetto musicale. Ma questa è un'altra storia.
Maturo, oscuro, a tratti claustrofobico e pesante, emotivamente intenso, bisognoso di molti ascolti per oltrepassare la coltre nera che lo ammanta, Monotheist fu l'epitaffio di un gruppo entrato prepotentemente nell'Olimpo delle grandi band heavy metal negli anni ‘80 e che con questo ritorno legittimò quella presenza, non accontentandosi di timbrare solamente il cartellino.

Nihil Verum Nisi Mors

Anche con queste cose si fa la storia.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
94.2 su 10 voti [ VOTA]
Aceshigh
Domenica 13 Maggio 2018, 11.21.02
18
Grandissimo disco. I Celtic Frost non hanno mai fatto un album uguale all'altro e con questo rientro non hanno smentito il loro modus operandi di sempre, spiazzando magari chi si aspettava qualcosa che ricordava il loro passato degli anni ottanta. Qui hanno enfatizzato il loro lato più nero e doom: il risultato è una mazzata clamorosa!!! Il Tryptich finale poi è uno dei momenti più alti della loro discografia. Voto 87
hermann 60
Martedì 6 Marzo 2018, 10.52.56
17
Disco spettacolare, uno dei piu' pesanti e claustrofobici della storia, perfetta colonna sonora per un suicidio.
Sadwings
Venerdì 2 Marzo 2018, 12.23.17
16
Concordo questo album è capolavoro oscuro che fa impallidire molti lavori di pseudo black metal. 90
Opus a Satana
Martedì 27 Febbraio 2018, 16.05.15
15
Forse anche grazie all'uscita dei due Triptycon negli anni successivi, dopo più di dieci anni finalmente si è riusciti ad assimilare un disco così pesante e pregno di trame, risultato di una difficile collaborazione tra i mastermind del gruppo, Tom e il mai troppo menzionato Martin, l'anima probabilmente più silenziosa delle due ma al contempo quella più rivoluzionaria e al quale si devono tracce come A Dying God e Incantations, tra le altre. Ogni volta che parte Winter a chiudere il disco mi è impossibile non pensare alla ormai memoria del deceduto Martin Eric Ain, sperando che Tom G. Warrior possa in futuro mettere in musica con i suoi Triptycon quello che sarà, spero, un vero e proprio requiem alla memoria di un personaggio che ha dato tanto alla formazione e alla crescita di un genere musicale
Black Meddle
Martedì 27 Febbraio 2018, 7.30.58
14
Anche secondo me questo è l'apice del gruppo. Un disco enorme!
Anal Bag
Lunedì 26 Febbraio 2018, 19.16.14
13
per me è addirittura l'apice del gruppo,senza nulla togliere ai capolavori pre scioglimento
Hard & heavy
Lunedì 26 Febbraio 2018, 12.19.40
12
"Monoteist" è uno degli album più belli che io abbia mai ascoltato, capolavoro di Black/Doom/Gothic da avere. Voto: 94/100
Enrico
Domenica 25 Febbraio 2018, 7.35.50
11
C'è una versione con due bonus track che è ancora meglio. Capolavoro.
Riccardo
Domenica 25 Febbraio 2018, 0.02.22
10
La storia della musica è piena di grandissimi dischi sottovalutati al momento della loro uscita. Monotheist è sicuramente uno di quelli. La recensione di Er Trucido gli rende giustizia. Ho votato 90.
Dany71
Sabato 24 Febbraio 2018, 15.46.12
9
Brava redazione, assolutamente andava riscritta. A mio parere ora ci siamo. Anch'io, come ricordava un altro utente, non riuscivo a capire la delusione che aleggiava attorno al disco.
Polzen
Sabato 24 Febbraio 2018, 14.59.15
8
Un monolite di pura Arte
Korgull
Sabato 24 Febbraio 2018, 14.48.15
7
Disco immenso. Una perla nera tra la cenere. Mai capite tutte le critiche che subí all'epoca
Pacino
Sabato 24 Febbraio 2018, 12.38.26
6
All'epoca dell'uscita mi deluse un pò, poi è cresciuto nel tempo, ma i fasti dei primi album sono lontani. Voto 72
galilee
Sabato 24 Febbraio 2018, 11.57.10
5
Grande Er Truscido! Mitico disco. Bravi che avete riscritto la recensione. Questo discone meritava giustamente di meglio. Yeah!
tino
Sabato 24 Febbraio 2018, 11.28.55
4
voto 85 che ovviamente il sito non mi permette di assegnare per motivi oscuri, comunque grande disco
tino
Sabato 24 Febbraio 2018, 11.27.42
3
l'etichetta black doom la trovo un po' fuorviante per chi non ascolta il gruppo, comunque il disco è un mattone, sicuramente non facile, ma di assoluta qualità e al l'altezza dei capolavori del passato, ripaga con gli ascolti. Il gruppo è stato rifondato in modo assolutamente convincente, come testimonia anche il live al wacken con la medesima formazione. Peccato per lo scioglimento che comunque sarà solo a livello di brand visto che il discorso viene portato avanti in maniera eccelsa in modo sostanzialmente identico con i tryptykon, evidentemente tom e il defunto martin erano separati in casa. Comunque un 85.
MetalDeprival
Sabato 24 Febbraio 2018, 11.25.22
2
Disco immenso, giù il cappello!
Doomale
Sabato 24 Febbraio 2018, 11.05.52
1
Grande Diego. Finalmente hai ridato a Cesare quello che e' di Cesare..la vecchia recensione non si poteva vedere. Per me il loro testamento e' un grandissimo album con alcuni pezzi davvero incredibili tipo il monolite Synagoga. Satanae. Un gruppo che ancora oggi da "morto" e' avanti e ha fatto scuola praticamente a tutti partendo nel thrash, Death, Black e pure doom e avantgarde. Voto giusto, anzi mi spingerei fino a 9. Meno male che almeno TG Warrior continua con i suoi Tryptikon
INFORMAZIONI
2006
Century Media Records
Black/Doom
Tracklist
1. Progeny
2. Ground
3. A Dying God Coming into Human Flesh
4. Drown in Ashes
5. Os Abysmi vel Daath
6. Temple of Depression (Bonus track)
7. Obscured
8. Domain of Decay
9. Ain Elohim
Triptych
10. Totengott
11. Synagoga Satanae
12. Winter (Requiem, Chapter Three: Finale)
Line Up
Thomas Gabriel Fischer (Voce, Programming, Chitarra)
Erol Unala (Programming, Chitarra)
Martin Eric Ain (Basso, Voce)
Franco Sesa (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Lisa Middelhauve (Voce su traccia 4)
Cornelia Bruggmann (Voce su traccia 5)
Simone Vollenweider (Voce su traccia 6, 7)
Satyr (Voce su traccia 11)
Sibylle Hauf (Coro alto su traccia 11)
Viola Hauf (Coro alto su traccia 11)
Florian Lohmann (Coro tenore su traccia 11)
Keno Weber (Coro baritono su traccia 11)
Carla Grundmeier (Coro soprano su traccia 11)
Sebastian Naglatzki (Coro basso su traccia 11)
Ravn (Cori su traccia 6)
Peter Tägtgren (Cori su traccia 11)
Michael Sopunov (Corno su traccia 5)
 
RECENSIONI
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