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Greyfell - Horsepower
28/02/2018
( 440 letture )
Nato negli ambienti scolastici a stelle e strisce per identificare gli studenti del secondo anno di università e high school, il termine “sophomore” ha progressivamente varcato le soglie di aule e laboratori per dilagare negli ambiti più disparati, con una particolare predilezione per il mondo delle sette note, dove è diventato praticamente di uso comune per indicare le “opere seconde” di artisti e band. A differenza delle schiere di orrendi neologismi che compaiono ciclicamente a infestare testi ed eloqui, al vocabolo in questione va se non altro riconosciuta una dignità di fondo che spicca fin dalle radici etimologiche, rimandando addirittura alla “sophia” del greco antico e riuscendo in questo modo a rendere perfettamente l’idea del consolidamento che ci si attende dalle seconde uscite delle band, lasciando intendere che nei debutti si annidino troppe variabili, per potersi sbilanciare in giudizi definitivi o anche solo velatamente tranchant. Lontano dall’indulgenza e dalle eventuali attenuanti generiche che siamo quasi sempre disposti a concedere ai lavori di esordio, non stupisce quindi che, a detta di molti, sia proprio il secondo atto il momento più delicato di una carriera, sia che si tratti di confermare bagliori clamorosi, sia che si debbano fugare dubbi e perplessità, magari correggendo almeno in parte le coordinate della rotta intrapresa.

E proprio a quest’ultima categoria possiamo ascrivere i francesi Greyfell, partiti tre anni fa con un lavoro con molte più ombre che luci e destinato a lasciare un’impronta appena accennata su una spiaggia ormai ad altissimo tasso di affollamento come quella stoner. Non che Vol.1: I Got the Silver fosse un album del tutto impalpabile, ma alla band sembravano mancare picchi di originalità creativa supportati da un congruo carico di personalità, requisito assolutamente imprescindibile quando si affronta un genere che da tempo vive una stagione di grande spolvero quantitativo, tra più o meno genuine devozioni alla classicità e (tanti, forse troppi) ammiccamenti vintage. È dunque con più di qualche legittima perplessità preventiva che affrontiamo la seconda tappa della carriera del quartetto, ma i ragazzi di Rouen dimostrano di aver speso con buon profitto il lasso di tempo trascorso, offrendo un platter che, senza negare le coordinate di riferimento del debut, calibra indubbiamente meglio forme e contenuti dell’ispirazione.
Non deve ingannare, infatti, l’artwork di una cover che trasuda tratti psych promettendo una sostanziale riproposizione di suggestioni e atmosfere stoner, perché in questo Horsepower c’è molto di più e, a conti fatti, l’orizzonte stilistico dei Nostri si è decisamente spostato verso la componente doom, sia pur costantemente mediata dal contatto con una nuvola di sabbia in perenne sospensione. Se a questo aggiungiamo un significativo incremento dei contributi in arrivo dalla poetica space (con un corollario drone altrettanto in evidenza), ci rendiamo immediatamente conto di come mai come in questo caso sia opportuno procedere con cautela, in materia di classificazione, evitando di generare aspettative troppo rigidamente indirizzate. Anche rispetto alle ascendenze rivendicate dalla band stessa, peraltro, è bene procedere con circospezione, perché se è vero che il nome degli Sleep può essere sicuramente speso con abbondante cognizione di causa, molti dubbi in più si addensano intorno alla dichiarata filiazione Type O Negative. Se ci si concede una similitudine a sfondo geometrico, infatti, i Greyfell sembrano prediligere i viaggi nella dimensione “orizzontale” dell’oscurità piuttosto che nelle sue articolazioni sul piano della profondità, risultando in questo abbastanza distanti dall’”abissalità”” brandita come tratto distintivo da Peter Steele e compagni; niente scontri di colori vividamente definiti, dunque, ma piuttosto un processo ipnotico che disegna trame in chiaroscuro in cui lo smarrimento prevale largamente sulla disperazione.
Perfettamente funzionale alla scopo, brilla la prova vocale del singer Hugo, che, più che per gli strappi core o le concessioni a uno scream appena accennato, si caratterizza per una sorta di funzione lisergicamente cantilenante, potenziata dal ricorso a una (moderata) effettistica che ne esalta le potenzialità narrative in modalità voce fuori campo in arrivo da dimensioni parallele. L’altra pietra angolare di un edificio i cui contorni strutturali sono contemporaneamente imponenti (il basso di Boubakar è una macchina incalzante che non molla mai la presa) e avvolti da una nebbia insidiosamente malsana, è il ricorso alle tastiere, a cui spetta il compito di instillare nelle trame spunti che nascono space ma che non di rado finiscono per virare quasi impercettibilmente verso l’occult rock, per una resa che, pur senza dover scomodare per questo l’universo post metal, lambisce esiti a cui non sono estranee propensioni teatraleggianti. Preso atto dei non pochi miglioramenti messi a segno con questo Horsepower, va detto però che i Greyfell sono ancora lontani dall’aver creato il lavoro perfetto, scontando soprattutto una sostanziale uniformità che sulle lunghe distanze rischia di rendere non sufficientemente distinguibili e singolarmente caratterizzate le singole tracce, al di là dell’apprezzabile sforzo di modulare e ricombinare con diversi dosaggi tutti gli ingredienti a disposizione nei menu doom e stoner.

Non ci sono veri cali di tensione, non si arriva stremati alla fine della tracklist (che è comunque già intrinsecamente orientata all’agilità, non superando di molto la mezz'ora di ascolto complessivo), non c’è un brano che finisca fuori fuoco, eppure l’impressione è che, ascoltata l’opener, gli stessi meccanismi si ripresentino solo con un’articolazione diversa nei successivi episodi, arricchiti tutt’al più da sottolineature delle varie componenti. Una volta accettato questo limite, però, alla band non mancano gli argomenti per farci apprezzare i non pochi dettagli che comunque impreziosiscono il lavoro, a cominciare dalle striature drone vagamente orientaleggianti che contraddistinguono People’s Temple per passare subito dopo al ritmo cadenzato ma contemporaneamente languido di Horses, che accenna un’incursione in territorio post punk, sia pur declinato secondo i crismi dell’addomesticata versione ottantiana che non rifiuta ammiccamenti melodici. Funziona un po’ meno bene la scelta per la successiva No Love, lasciata a metà strada tra devozioni sabbathiane e una montante marea psych che però non riesce a entrare davvero nel corpo del pezzo, sfumando in un finale nell’insieme poco coraggioso che spreca tutte le premesse sfoderate nella prima parte.
Va decisamente meglio quando i Greyfell decidono di affondare con decisione la lama nel burro doom ed ecco allora che un brano come Spirit of the Bear percorre con sorprendente leggerezza i nove minuti del suo viaggio, esaltando lentezza e maestosità e creando un riuscito effetto in controcanto rispetto alle linee vocali di Hugo, qui addirittura alle soglie di suggestioni sludge e perfettamente a loro agio in una funzione claustrofobicamente straniante. Quando poi, come nella conclusiva King of Xenophobia, doom, psichedelia e una (per l’occasione ulteriormente irrobustita) vena occult/horror riescono a intrecciarsi senza soluzione di continuità, è praticamente fisiologico imbattersi nel gioiello del lotto, nobilitato oltretutto da un inserto centrale in cui si delinea una linea retta di comunicazione tra la Normandia e la Liguria... destinazione Abysmal Grief, ovviamente.

Buon passo avanti rispetto a un debutto complessivamente zoppicante, costellato di passaggi riusciti che in sede di consuntivo compensano ampiamente alcuni momenti con una messa a fuoco ancora relativa, Horsepower è un album che supera con disinvoltura la prova-sophomore, candidandosi a rappresentare il vero punto di partenza per una carriera. In attesa di successive conferme, possiamo intanto già constatare che lontano dalle stipate spiagge stoner suonano decisamente meglio, le corde Greyfell.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Argonauta Records
Doom
Tracklist
1. People’s Temple
2. Horses
3. No Love
4. Spirit of the Bear
5. King of Xenophobia
Line Up
Hugo (Voce)
Clement (Chitarra)
Boubakar (Basso)
Thierry (Batteria)
 
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