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I Killed the Prom Queen - Music for the Recently Decesead
03/03/2018
( 435 letture )
La lontana Australia, seppur apparentemente relegata a un angolo del mondo, è stata in grado di generare grandi musicisti che nelle ultime due decadi hanno orchestrato una serie di cambiamenti e innovazioni, contribuendo all’evoluzione del metal moderno a cominciare dal metal core, per poi spaziare su altre contaminazioni. Parkway Drive per citare i veterani, Thy Art is Murder, Make Them Suffer, The Amity Affliction e Northlane per dirne a manciate di più recenti; di sicuro però fra le fila dei pionieri abbiamo gli I Killed the Prom Queen, un nome storico per gli appassionati del Metal core con la M maiuscola, monicker evocativo di quegli anni d’oro che fecero da ponte fra il vecchio e il nuovo, fra due generazioni differenti ma che si scopriranno complementari. I nostri insomma hanno contribuito alla creazione e diffusione del genere.
Era infatti il 2000 quando gli I Killed the Prom Queen si formarono ad Adelaide e il 2003 quando uscì il loro brillante debutto When Goodbye Means Forever…, già pregno di quella allora scioccante e audace commistione fra hardcore e swed death metal che diede vita al melodic metalcore, ma è Music for the Recently Deceaded il loro vero masterpiece, decisamente avanti per l’epoca, per intenzione, produzione e composizione.

Premettendo che la band ha avuto una carriera altalenante con vari scioglimenti e reunion e nel frattempo vari membri si sono avvicendati, ciò non sminuisce il fatto che loro siano stati segnanti nella storia del metal core. Music for the Recently Deceaded è stato prodotto da Fredrik Nordström (non a caso già produttore di In Flames e At The Gates), inizialmente registrato con la voce del primo cantante e sponsorizzato dalla casa discografica Stomp, poi andata in bancarotta. Poco dopo il singer originario lasciò la band, sicché si decise di registrare nuovamente l’album con il nuovo frontman Ed Butcher (tale versione fu poi distribuita dalla UNFD). Questo cantante con la sua voce caustica darà un’impronta specifica alla band tenendola ancorata –insieme con le guizzanti ritmiche di chitarra- a certi dettami dello swed metal. Abbiamo già ampia dimostrazione di ciò nella splendida opening track e classico della band, Sharks in your Mouth, assolutamente devastante soprattutto nel bridge squisitamente melodico che va a sposarsi con i primi breakdown e l’alternanza di screaming e growl. Anche la successiva Say Goodbye si guadagnerà un posto fra i pezzi storici della band, presentando i primi ritornelli in clean vocals - cantati piuttosto che parlati come nel primo album- che andranno ad abbracciare un altro aspetto chiave ed audace del melodic metalcore, pur non riuscendo a reggere il confronto con le parti estreme: sono infatti forse l’unico dettaglio leggermente sottotono dell’album (sia per esecuzione che per vera e propria produzione). In ogni caso, anch’essi nel bene o nel male rimangono impressi facendo la differenza, sebbene la pesantezza del lavoro sia molto più prepotente: si rimane strabiliati dalla violenza di alcune parti, così come dalla melodia intrinseca e straziante in tipica scuola Goteborg. Il pezzo The Deepest Sleep infatti ricorderà tantissimo gli In Flames di The Jester Race ma avrà già reminiscenze dei compatrioti Parkway Drive, così come la squisitezza melodica degli special di chitarra alternata ai riff dissonanti e ai breakdown sarà evidente in Bet it all On Black. Insomma un dualismo che si rivelerà vincente e sarà esempio per moltissime band a venire. L’album ha una continuità senza cadute di stile o cali di potenza. Tirato, incalzante, scintillante, schiacciante, con un’energia straordinaria data da pezzi come Sleepless Nights and City Lights e Like Nails to a Casket.
Dal punto di vista testuale l’album appare come un concept interiore e criptico sull’esperienza umana, fra vita, morte e amore, solitudine, lotte e difficoltà da affrontare nel mezzo, con una visione sì decadente ma anche combattiva e mai del tutto gratuitamente depressiva. Manca insomma quella forte attitudine positiva di certe band metal core e si abbraccia piuttosto l’introspezione e la melanconia in ogni caso caratteristica del genere (l’energia sembra data più che altro dalla rabbia), ma il potenziale c’è. Gli inserti/outro di piano (Slain upon My Faithful Sword) danno quella vena poetica e romantica, un tocco di grazia che si sposa con i contenuti lirici.

All’echeggiante strumentale There Will Be No Violins When You Die è affidata la chiusura di questo riuscitissimo lavoro, che non può mancare fra gli ascolti classici del metalcore ma del metal in generale, vista la sua preziosa componente melodic death metal che diviene in metal moderno.
Un ascolto senza tempo, per tutti, assolutamente esemplare e ideale per capire il metal core nella sua forma primaria.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
61.5 su 6 voti [ VOTA]
earthformer
Lunedì 26 Marzo 2018, 17.44.38
2
danny 88 che merda dove ? si vede che non ne capisci niente di melodic metalcore.
danny88
Lunedì 26 Marzo 2018, 17.01.17
1
Che merda
INFORMAZIONI
2006
Stomp/UNFD
Metal Core
Tracklist
1. Sharks In Your Mouth
2. Say GoodBye
3. 666
4. Your Shirt Would Look Better with a Columbian Neck–tie
5. The Deepest Sleep
6. Bet It All on Black
7. Headfirst from a Hangman's Noose
8. Sleepless Nights and City Lights
9. Slain upon My Faithful Sword
10. Like Nails to a Casket
11. There Will Be No Violins When You Die
Line Up
Ed Butcher (Voce)
Jona Weinothen (Chitarra, Tastiera, Voce)
Kevin Cameron (Chitarra)
Sean Kennedy (Basso)
J.J. Peters (Batteria)
 
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