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Funebre - Children of the Scorn
03/03/2018
( 581 letture )
Freschissimo d’incisione nella sua nuova veste grafica, sembra del tutto non sentire i suoi 27 anni, il primordiale Children of the Scorn. Il continuo interesse da parte del mercato per un simile album non può che dirci moltissime cose al riguardo: prima di tutto denota con estrema chiarezza il suo essere divenuto negli anni un’autentica pietra miliare del genere (e poi naturalmente vedremo perché), dopodiché dimostra che le basi poste dal quintetto finlandese rimangono di fondamentale importanza per i nuovi proseliti, nonché per le sempre più complesse esigenze dell’ascoltatore contemporaneo. Un album, insomma, che è riuscito fin qui ad attraversare incolume i campi di tormento sonoro proposti da band che, nel segno del death, han fatto carriera e tracciato linee guida degne di ogni rispetto. Incolume sicuramente, ma in molti casi addirittura vincitore, nella sua immediatezza non banale, in grado di far presa con grande rapidità. La carriera, dicevamo, ovvero la grande assente ripensando al nome dei Funebre, e ciò che più fornisce filo da torcere ai fan, che si rodono nell’eterno dilemma: “Cosa sarebbe successo se…”. Forse niente, o forse tutto, finendo per riscrivere almeno in parte la storia del death. Non lo sapremo mai.
La storia, appunto. Ci troviamo nel 1991, e tutto accade così in fretta. Il botto e la fine. Il botto della fine, se osservato dalla giusta prospettiva. Sì, perché Children of the Scorn arriva dopo alcune serie di demo, come si usava fare in quegli anni. Peraltro, quegli stessi demo hanno rivisto da poco la luce, essendo stati riesumati per ampliare la nuova edizione dell’album datata 2017. Si badi, la recensione presenta esclusivamente la versione originale del disco, non tenendo conto delle sue successive reintroduzioni sul mercato. Lo stesso 1991 segna dunque la dipartita del quintetto che, per il suo unico album in studio, ha goduto delle fatiche di produzione del notissimo Timo Tolkki, deragliato per l’occasione dai consueti ambienti power che lo contraddistinguono. Non si conoscono dettagli riguardanti l’attività live della band, di loro si sa davvero pochissimo, rimane il loro operato. Allora procediamo ad analizzarlo.

L’ottima opener Waiting for Arrival, oltre a deliziarci, ci fornisce subito una peculiarità del suono dei Nostri: a differenza di quanto stava avvenendo nelle realtà death coeve (Abhorrence, Convulse ecc.), il sound dei Funebre spicca subito per le sue tonalità molto alte e taglienti. Dinamiche così definite si distanziano moltissimo dal tipico sound ultra cupo, melmoso, degli album di quell’epoca. Inoltre, qui la batteria sembra premere sull’acceleratore molto più a fondo di quanto non avvenga solitamente nel death tombale di matrice finnica. In Children of the Scorn ritroviamo davvero di rado le tipiche atmosfere doom dei gruppi provenienti da quell’area (un esempio isolato è dato dalla terza traccia, Blood on White. Non arriverò certo a dire che la band anticipa già la tipologia di death poi sviluppatasi in America, questo no, ma con una certa dose di sicurezza posso invece affermarlo nei confronti dei primissimi esempi di death svedese. Le due tipologie sonore sono molto simili. In Congenital Defeat avvertiamo tutta la voglia di sperimentare del gruppo (dettaglio che lascia aperta ogni speranza e che mai lascerebbe presagire alcuna voglia di abbandono, eppure…), espressa attraverso riff nettamente ispirati all’universo del trash metal, con delle velocissime parti solistiche che solo dal trash possono trarre spunto. Forse è tutto fin troppo chiaro: non avevano paraocchi i Funebre, i quali di certo erano ben consapevoli della scena a cui appartenevano, però non volevano rifarsi a essa al punto tale da mantenere chiuse porte che avrebbero invece potuto fornire elementi preziosi al loro sound. Certo, è bello non avere ancore, si è liberi di fare qualsiasi cosa, anche di naufragare.

Children of the Scorn rappresenta in ultima analisi un grande classico purtroppo sottovalutato, suo malgrado, a causa dell’immensa popolarità raggiunta in seguito da altre grandissime band del genere. È stato prevaricato, senza potersi difendere sufficientemente dal momento che i membri del gruppo erano già ognuno per la propria strada. Eppure ha saputo resistere molto bene al passaggio degli anni, è sempre stato presente e non ha mai temuto confronti con nessuno. Certo, non un capolavoro al pari di World Without God, però un tassello importantissimo nella storia del death proveniente dalla Finlandia, a cui spetta un gradino tutto per sé vista la sua spiccata originalità stilistica.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
67.66 su 3 voti [ VOTA]
ignis
Martedì 6 Marzo 2018, 19.59.55
5
Mitico album!
Pacino
Domenica 4 Marzo 2018, 9.26.22
4
Disco onesto, ma ne ce ne sono a bizzeffe migliori di quegli anni. Voto 74
ObscureSolstice
Sabato 3 Marzo 2018, 19.53.36
3
Old school Death metal finlandese. Piccolo dischetto per palati ruvidi. Questo è Death metal!
lisablack
Sabato 3 Marzo 2018, 13.07.13
2
Mmm..non li conosco mi deve essere sfuggito! Molto male..rimedio e me lo cerco!
Doomale
Sabato 3 Marzo 2018, 13.02.21
1
Mitico! Uno dei primi album finnish Death. Un piccolo classico. Voto giusto
INFORMAZIONI
1991
Spinefarm Records
Death
Tracklist
1. Waiting for Arrival
2. Sinner’s Eve
3. Blood on White
4. Shiver
5. Congenital Defeat
6. Walls That Held Screams
7. Spirits Bewail
8. Slumber End
9. Redeemed from Time
10. Grip of Insanity
Line Up
Jari Heinonen (Voce)
Sami Uusitalo (Chitarra)
Esa Vähäsöyrinki (Chitarra)
Erkki Hellen (Basso)
Toni Uusitalo (Batteria)
 
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