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Hypergiant - Father Sky
07/03/2018
( 469 letture )
Sul finire dell’anno appena concluso, gli australiani Hypergiant hanno pubblicato Father Sky, primo loro full-length e successore dell’EP Planetcracker, che traeva ispirazione da Black Sabbath, Kyuss, Mastodon e primi Baroness. Questo nuovo lavoro farà saltare dalla sedia gli amanti di sonorità rétro sì, ma anche moderne, cariche di groove, disturbanti e melodiche allo stesso tempo. Al contempo, non ci sono dubbi su chi siano nuovamente i numi tutelari di questi esordienti Hypergiant: i Mastodon, nella loro incarnazione più pesante, più (progressive) sludge e meno snella nelle architetture musicali, a partire proprio dalla voce del singer Troy Sanders, ovvero quella proposta musicale che ha caratterizzato e marchiato a fuoco il trittico iniziale oramai entrato nella storia del nostro genere preferito (mi sto riferendo a Remission, Leviathan, e soprattutto a Blood Mountain, in questo specifico caso).

Come anticipato, sin da un primo ascolto si possono notare in Father Sky oltre alle, talvolta invadenti, influenze della band di Atlanta, altri influssi di formazioni famose come i The Ocean di Pelagial, nonché dei mai troppo lodati Tool e Soundgarden. La band di Sydney ha dunque sapientemente mescolato quelli che sono, ed erano, gli elementi più ricorrenti del sound di questi gruppi, di fatto proponendo canzoni difficilmente etichettabili e addirittura originalissime alle volte, un’autentica ventata d’aria fresca per il genere.

L’incipit, Perseus Arm, è un mid-tempo stoner/doom che pesca a piene mani dallo storico Welcome to Sky Valley, dove a far da padrone è un intenso assolo di chitarra posto in primo piano, saturo di wah wah e smorzato da un break simil-Gardenia. Nulla di nuovo sia chiaro, ma è chiaro che i nostri conoscano bene la materia. Tuttavia, questo brano dimostra solo una piccola percentuale del ventaglio di soluzioni adottate nel corso dell’album dagli australiani. Un esempio di queste novità lo troviamo nella successiva Colossi, a parere di chi scrive uno degli apici dell’album. I Nostri si staccano completamente dallo stoner delle origini, accantonandolo momentaneamente, a favore di uno sludge pregno di melodia. Se l’inizio della traccia è un climax di ritmiche “mastodoniane” sospese sui feedback degli amplificatori e smorzate poi da un tappeto di palm mute (che richiama forse un po' troppo quella strofa che precede il verso nel quale Maynard Keenan pronuncia il celebre “Over-thinking, over-analyzing separates the body from the mind” di Lateralus), è nella parte finale che fa capolino uno sbalorditivo e furioso minuto di “tupa-tupa” hardcore a dir poco geniale, abbinato come la tradizione esige ad un riff puramente thrash/groove. Chi ha detto Lamb of God, o meglio, The Subtle Arts of Murder and Persuasion? Oppure A Nation on Fire dell’amato-odiato (ora come non mai) Robb Flynn? Non importa da dove, da chi o come. Il risultato è delizioso, a dir poco.
Intelligentemente, la band pone subito le aperture melodiche, quasi radiofoniche, di Island 3, tassello chiaroscuro (quasi interamente strumentale) del platter e altro apice dell’opera, dotato di un incedere onirico, dove lo stoner dei maestri Kyuss torna ad essere protagonista insieme al solito wah wah che sporca costantemente il tutto. Terzo brano, terzo centro.
In Retrograde , purtroppo, il main riff somiglia invece (ahinoi) un po' troppo a quello di Circle of Cysquatch dei Mastodon. Difficile dare un giudizio positivo al pezzo in questione, a causa di questa somiglianza netta che farà storcere sicuramente il naso agli ascoltatori più attenti. Lo stessa dicasi per le successive Entropy e Krakenmare , due brani influenzati pesantemente dal sound Mastodon. Della serie: “buon traccia senza dubbio, ma preferisco rivolgermi all’originale.” I nostalgici, comunque, gioiranno.
Campionamenti vari, tempi abbassati, voci sussurrate, una chitarra acustica e il soffice crunch di una chitarra elettrica ci cullano per tutta la prima parte di quello che è il capitolo più lungo dell’album, Ryu-Un Maru. Lo stoner è di nuovo messo da parte, a favore di un post-metal dilatato che riporta alla mente gli Isis o i padri indiscussi del genere, i Neurosis, ma che nella seconda parte esplode in un tripudio di metal modernissimo, pregno di melodia, con un Nathan Lee che alterna egregiamente clean vocals ad un growl rabbioso. Proprio in questi nove minuti, emerge finalmente la personalità che fino a questo momento era venuta meno, nonostante i quattro musicisti si dimostrino per tutto questo Father Sky degli ottimi strumentisti ed arrangiatori. Che sia questa la strada che intenderanno percorrere ed approfondire in futuro i nostri Aussies? Potrebbe essere, data la continua tendenza a staccarsi dalle proprie radici stoner a favore di momenti più sofferti, introspettivi, più comuni ai Neurosis, che non alle danze psicotrope della band di Palm Desert, i Kyuss. Un esempio si può rintracciare anche nella penultima Solar Landslide, dove le opprimenti ritmiche sfiorano lidi death. I Nostri, tuttavia, ribadiscono in Apogee le loro origini ancorate ai 70’s, e Gordon Hammer scopre definitivamente tutte le proprie qualità di chitarrista solista in un assolo della durata di quasi tre minuti. Non che queste “doti” non le avessimo colte sino a qui, sia chiaro. Brent Hinds, dall’alto del suo trono, guida il polso e i polpastrelli nei numerosi bending del nostro Gordon , mentre i cori sottostanti ammorbidiscono la ritmica rocciosa della solita coppia basso-batteria sempre in primo piano per tutta la durata dell’album.

Si conclude così questa prima prova sulla lunga distanza. La carne al fuoco è veramente tanta, come la qualità degli artisti stessi. Tuttavia, la commistione di generi disorienta un ascoltatore impreparato e potrebbe condurlo a tessere le lodi di un prodotto che non sempre brilla di luce propria. I quattro musicisti stanno prendendo le distanze dallo stoner più puro, e si sente, arricchendo il proprio sound con elementi estranei al genere, privilegiando riff scarni, più diretti, “in your face” se così vogliamo definirli, ma fin troppo debitori di Mastodon, e in secondo piano, Baroness.
Se la locuzione latina “Nomen, omen” dovesse possedere anche un remoto fondo di verità, ci auguriamo che questi Hypergiant possano esplodere e illuminare il firmamento del metal contemporaneo del futuro più prossimo, proprio come la più maestosa delle stelle ipergiganti, concretizzando, si spera, il loro fiume di idee e rimandi in un sound meno derivativo e più personale. Tuttavia, si tratta di un lavoro da scoprire e da ascoltare.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Stoner
Tracklist
1. Perseus Arm
2. Colossi
3. Island 3
4. Retrograde
5. Entropy
6. Interlude: Krakenmare
7. Ryu-Un Maru
8. No Way Out
9. Psr J0835-4510
10. Solar Landslide
11. Apogee
Line Up
Nathan Lee (Voce, Chitarra)
Gordon Hammer (Chitarra)
Lachlan Davidson (Basso)
Tim Brown (Batteria)
 
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