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Black Hole - Evil in the Dark
20/03/2018
( 926 letture )
Evolvere un “qualcosa” ed evolversi. Progredire.
“Quale incarico, quale fardello, quale responsabilità”, potremmo aggiungere! Ancor più arduo se certe affermazioni sono rivolte, come in questo caso, ad un genere come il doom metal, un modo di intendere e far musica ancorato a sonorità, sensazioni, immagini e stilemi entrati nell'immaginario collettivo dell’ascoltatore abitudinario e non, ma allo stesso tempo che possono risultare (il più delle volte) sorpassati o stantii. Procediamo un passo alla volta, perché si sta andando alla scoperta di un album, questo Evil in the Dark, davvero poco ortodosso, quanto più che degno di un’analisi.

Quando i Black Hole si formarono nel lontano 1981 grazie al leader e polistrumentista Robert Measles (tuttora unico membro appartenente al combo originale, nonché compositore principale), ci trovavamo in quella temperie musicale post-Coven di Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls e, ça va sans dire, post-Black Sabbath del decennio 70’s. L’esordio Land of Mystery dei veronesi Black Hole, datato 1985, divenne in un brevissimo lasso temporale un oggetto di culto, venerato ed adorato per la propria non-conformità rispetto al doom tradizionale (di scuola statunitense, ad esempio). Invito (caldamente) gli ascoltatori più giovani a riscoprire questo cimelio del nostro passato. Seguì un primo scioglimento, avvenuto nel 1986, e poi un secondo, che fece slittare l’uscita del secondo full-length, Living Mask, dal 1989 al 2000 (!). E di nuovo i fan hanno dovuto attendere oltre tre lustri per sentir parlare di un lavoro inedito della creatura di Robert Measles.
Anno Domini 2017: la label veneta Andromeda Relix prende in carico la produzione di questo Evil in the Dark, nostro oggetto d’analisi, proprio come fece 16 anni prima per Living Mask. Le emozioni suscitate ad un primo ascolto, con le dovute differenze del caso, sono ancora una volta le stesse di 32 (o di 18) anni fa: nuovamente ci ritroviamo tra le mani un prodotto “doom metal” abbondantemente “spurio”, unico nel suo genere e personalissimo, delittuoso etichettarlo solo come doom. Volendo essere più precisi, ecco un paragone pratico. Nel 2000 uscì un certo Perdition City. Tutti di voi se lo ricordano, l’amatissimo-odiatissimo Perdition City, in casa Ulver. Il popolo metal più oltranzista insorse per questo radicale cambiamento di rotta e ancora oggi inveisce contro questo (capo)lavoro e contro tutta la band di Garm. Poi i Lupi di Oslo hanno percorso altre strade, ma questa è un’altra storia.. Ora, pur prendendo questo confronto con le dovute distanze, una cosa è certa: analogamente ai norvegesi, quest’opera va ad abbattere dalle fondamenta i canoni del genere di cui si fa portatrice, mattone dopo mattone, riassemblandoli per dar vita ad un doom mutato, e perché no, rivoluzionato.

Ad inizio recensione ho parlato di evoluzione. Mi riferivo all’artwork? No, affatto. Mi riferivo al titolo? Neppure. Mi riferivo, forse, ai titoli delle singole tracce? Nemmeno. E a cosa, dunque? Gli oggetti in questione sono due e non sono tangibili: la maturità artistica, e permettetemi di aggiungere, il gusto artistico dello stesso Robert Measles. La materia “doom” e tutto il ventaglio di opzioni emotive che può offrire viene rimaneggiata, stravolta, per una buona parte dell’opera, traccia dopo traccia: si spazia dalla new wave al post-punk, dal krautrock (a iosa) ad assoli squisitamente prog rock, il tutto però inserito in un contesto futuristico, distopico, fantascientifico à la Blade Runner o, perché no, à la Akira. I loci amoeni del doom vengono sostituiti. Cimiteri, candele, pentacoli e incenso si sono fatti da parte per navicelle, tastiere lampeggianti, insegne al neon, alieni, sguardi truci e folli corse tra fumosi grattacieli grigi. Il doom al quale siamo stati abituati è stato sorpassato. Generalizzando ma non troppo, un ascoltatore più o meno abituale di doom metal “classico” sa a cosa va incontro dal momento in cui preme il tasto “play”: compariranno le chitarre abbassate e distorte, i tempi lenti e cadenzati, un basso sempre in grande spolvero, assoli di scuola “hard-rock” e così via. Cancellate tutto ciò, rimuovetelo completamente. Di tutto ciò che avete appreso nel corso delle vostre giornate (o serate, preferibilmente) dedicate al doom, in questo Evil in the Dark, ne sentirete solo l’essenza, il succo più primigenio. Paradossalmente, ciò che troveremo man mano che procederemo con l’ascolto, e che sarà ancora legato agli stilemi più classici, viene spazzato via dal “nuovo”, viene letteralmente sopraffatto.

Dati alla mano, le prima parte dell’opera è costituita da quelle stesse tracce in cui il mastermind Robert Measles ha inserito tutti i nuovi elementi di cui ho parlato sopra (synth e keitar), i quali prendono vita e si amalgamano perversamente. La nostra sanità mentale è subito messa alla prova dalla titletrack, traccia che potrebbe essere il manifesto di questo “nuovo che avanza”: la voce di Roberto è sostenuta da una drum-machine e da un synth sincopato, marziale, incalzante, a tratti fastidioso, ma sempre e comunque dannatamente cupo. Benvenuti nel mondo synth-doom dei Black Hole! E così via, si procede con Woman Alien, con l’epicità di Holy Grail sorretta da un’altra linea di synth accattivante e da un’atmosfera che vagamente ricorda quella che si respira in Unknown Pleasures. Ora è il turno di The Way of Unwitting, fiera, pomposa, perfetta colonna sonora per un qualche film degli anni ‘80 (qualcuno ha detto Conan il Barbaro?) o di qualche scontro dell’animazione giapponese passato alla storia. A voi la scelta. Siamo giunti a metà dell’opera, ed è proprio con Astral World e X Files (Part I e Part II) che la one-man band veronese cala il proprio asso nella manica, pur senza mai uscire dal calderone doom: un sunto estetico di 25 minuti, in cui disturbanti assoli di tastiera di stampo progressive convivono con epici campionamenti.Astral World è sublime, nel senso letterario del termine, il suo incedere magnetico è ipnotico, incute timore, è la trasmutazione in suoni dell’immagine di un’invasione aliena, di un’apocalisse o del cielo squarciato qualche kilometro sopra di noi.
Poi Bowie fa capolino in X Files (presa nel suo insieme). Sarebbe più corretto dire “Brian Eno fa capolino in X Files”, dato che nell’ambient si va a parare. Coerente, ma eclettico, il nostro Roberto. Con Inferi Domine, Nightmare e The Final Death ci si assesta su coordinate più classiche, più funeree, più arcane e meno schizofreniche, leggermente incoerenti, tuttavia, in questo contesto. L’hammond di The Final Death ci conduce all’entrata della navicella, pronti per ripartire.
La funambolica corsa è terminata, siamo giunti al capolinea, l’evoluzione allo stadio successivo è terminata.

Robert Measles è riuscito ad abbracciare la “problematica del doom” con grande maestria, sviluppando un piccolo cosmo, un unicum, all’interno del panorama doom odierno, nazionale ed estero. Purtroppo, come dicevo in precedenza, sia per la sua intrinseca peculiarità, che lo rende alquanto elitario e di difficile assimilazione, sia per una serie di canzoni dal minutaggio elevato inserite nel finale che stonano rispetto al resto dell’opera e che allungano senza alcun vantaggio la stessa, viene intaccato lo sbalorditivo lavoro di coesione di generi, svolto sino a X-Files Part II, traccia che di certo renderebbe orgogliosi (non che ne abbiano bisogno) i maestri Vangelis e Hans Zimmer. Il giusto tributo per quanto svolto, rispettivamente in Blade Runner (1982) e Blade Runner 2049 (2017).

P.S: se ne consiglia vivamente l’ascolto post-lettura di un qualsiasi romanzo o racconto appartenenti al filone fantascientifico di Philip Dick. Di certo il miglior modo per chiudere questa “parabola del disagio”.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
75 su 2 voti [ VOTA]
Doomale
Lunedì 17 Giugno 2019, 0.09.54
1
Questa me l'ero persa Giax. Io Land of Mistery, l'oggetto di culto lo conosco bene, anche nella sua non convenzionalità. Ma questa non me l'aspettavo proprio. Ottima recensione come sempre, me lo ascolto al piu presto, mi hai messo troppa curiosità.
INFORMAZIONI
2017
Andromeda Relix
Doom
Tracklist
1. Evil in the Dark
2. Woman Alien
3. Holy Grail
4. Octopus Tenebricus
5. The Way of Unwitting
6. Astral World
7. X Files
8. X Files Part II
9. Inferi Domine
10. Dangerous Beings
11. Nightmare
12. The Final Death
Line Up
Roberto “Robert Measles” Morbioli (Voce, Basso, Chitarra, Tastiera, Keitar, Drum machine)
Michael Sinnicus (Chitarra)

Musicisti Ospiti
Robin Hell (Batteria in tracce 1, 3 e 6)
 
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