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Savage Machine - Abandon Earth
21/03/2018
( 596 letture )
Il tempo di gettarsi nella mischia, nel “luogo” che più di ogni altra cosa decreterà la loro sopravvivenza comunemente denominato mercato, è finalmente giunto anche per i danesi Savage Machine, quintetto che troviamo al vero e proprio debutto ufficiale con l’album intitolato Abandon Earth. Usiamo l’aggettivo ufficiale perché non stiamo parlando di un gruppo nato ieri, bensì di un complesso in attività da 8 anni con un paio di EP alle spalle (di cui uno sotto il monicker Monumentum) e soprattutto tanta gavetta, tanto sudore speso sui palchi di quasi tutta Europa con l’apparizione al festival di Wacken del 2015 come ceiling raggiunto. L’esperienza perciò non manca ma nonostante questo, o il loro nome non è ancora sufficientemente popolare o ritenuto meritevole da procurar loro un contratto discografico oppure hanno optato l’autoproduzione come libera scelta; fosse vera la prima ipotesi ci sarebbe da stupirsi perché il risultato di Abandon Earth è convincente sotto molti punti di vista e sviluppa in maniera coerente quanto di buono si era potuto ascoltare sul secondo extended play Through the Iron Forest, anch’esso dimostratosi prodotto di discreto livello.

Ma andiamo con ordine. I Savage Machine propongono un tipo di heavy metal semplice e basilare, senza sovrastrutture o tecnicismi degni di nota, debitore della scuola made in U.S.A. degli anni 80. Uno stile musicale da cui nessuno nel 2018 può pretendere di riscontrare novità particolari poiché ben codificato e pronto all’uso; per esprimere una critica sensata a gruppi simili bisogna pertanto giudicare soprattutto la capacità di scrittura e di esecuzione, ovverosia capire il livello di abilità da parte dei musicisti di mettere al proprio servizio gli elementi standardizzati che il genere stesso offre. Il suddetto gruppo compie questa operazione in maniera buona (a tratti anche ottima) per mezzo di 10 brani, per un totale di 53 minuti e spiccioli, in cui dimostra di avere tutto ciò che serve per ritagliarsi il proprio spazio nel genere in questione: la voce di Troels Rasmussen è potente e ben sostenuta tranne in qualche frangente dove mantiene troppo a lungo lo screaming, nel complesso molto simile a quella di Warrel Dane; la sezione ritmica è ineccepibile e fa il suo dovere egregiamente, il basso è stato un po’ sacrificato in favore della seconda chitarra nelle parti corali mentre è usato con maestria nelle frazioni di introduzione di alcuni brani. Il chitarrista solista mostra una buona tecnica usandola a corredo della struttura del brano, senza mai strafare o mettersi in mostra con virtuosismi. Un gruppo solido, coeso, dal cui ascolto non emerge un chiaro leader che accentri l’attenzione bensì un insieme di professionisti in piena sintonia consci del proprio ruolo e del proprio apporto al risultato. 10 brani, dicevamo, racchiusi in un concept album avente come tema una situazione anch’essa non originalissima nell’universo metallaro, ovvero quella distopica/post apocalittica che dir si voglia in cui macchine ed esseri umani combattono per la sopravvivenza reciproca, una trama abusata ormai da tempo e sdoganata in ambito musicale dalla famosa trilogia dei Fear Factory. A differenza di quest’ultima in cui abbiamo avuto il lieto fine, per Abandon Earth l’epilogo è tragico ed è ben espletato dal titolo dell’ultima canzone, il cui inferno è inteso in senso figurato per descrivere la sconfitta degli umani e la morte della Terra stessa, privata della Vita e ridotta a freddo contenitore senz’anima. Descrivere un track by track in questa sede è inutile mentre sarebbe consigliato non limitarsi ad un unico ascolto poiché si tratta di un lavoro che cresce col tempo e verrà apprezzato in molte sue sfaccettature solo dopo aver premuto restart più di una volta; volendo a tutti i costi indicare i migliori brani del lotto abbiamo Event Horizon, composizione ai limiti dello speed-thrash caratterizzata da una stupenda linea vocale e un andamento da puro headbanging; Time Traveller che a fronte dei suoi quasi 8 minuti di durata non rischia mai di annoiare grazie agli assoli di gran classe di Jacob V. D. Bruun, sorretti dall’ennesima grande prova ritmica e la conclusiva Welcome to Hell, con un intro simil power che sfuma lasciando spazio ad un riff maestoso che esploderà definitivamente nel ritornello, manifesto e chiusura dell’intera storia raccontata.

Tirando le fila del discorso, Abandon Earth è un signor album, composto da musicisti in gamba i quali dovranno continuare in questa prospettiva cercando di limare alcune leggeri pecche come la lunghezza eccessiva non necessaria di qualche brano (Savior su tutti) e una certa staticità di fondo che può portare i giovani ascoltatori odierni, privi di pazienza, a skippare metà album. E’ un prodotto fatto su misura per ogni metallaro innamorato del sound classico, quello ortodosso e primordiale; se cercate innovazione e sperimentazione girate pure al largo.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
73.5 su 2 voti [ VOTA]
Nòesis
Martedì 27 Marzo 2018, 16.03.17
4
Grazie! \m/
metalraw
Martedì 27 Marzo 2018, 14.26.24
3
Benvenuto Simone! \m/ (album molto bello...)
rik bay area thrash
Giovedì 22 Marzo 2018, 16.40.33
2
Intanto welcome al vostro nuovo collaboratore e al nostro nuovo interlocutore !! L' album si può dire che 'suona' vero, cioè produzione molto old school come il contenuto e naturalmente questo è un merito. La voce del singer tende un po troppo a essere enfatica e non è molto di mio gradimento. Le song, come detto in review, sono nel classico trademark dell' heavy metal e ben strutturate, e quindi che danno soddisfazione all' ascolto. Disco comunque notevole. (Imho)
Lizard
Mercoledì 21 Marzo 2018, 22.14.59
1
Con questa sua prima recensione, fa il suo debutto ufficiale in famiglia Simone. Benvenuto!!!
INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Heavy
Tracklist
1. Exodus
2. Age of Machines
3. The Hunter
4. Time Traveller
5. Behind the Veil
6. Fourth Dimension
7. Fall of Icarus
8. Event Horizon
9. Savior
10. Welcome to Hell
Line Up
Troels Rasmussen (Voce)
Jacob V. D. Bruun (Chitarra)
Simon Kalmar Poulsen (Chitarra)
Benjamin Andreassen (Basso)
Martin Helbo (Batteria)
 
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