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Fleetwood Mac - Fleetwood Mac
25/03/2018
( 576 letture )
Londra, estate 1967

La storia dei Fleetwood Mac ha inizio proprio in questo periodo, nella capitale inglese, e ha come protagonisti iniziali il chitarrista e cantante Peter Green, il batterista Mick Fleetwood ed il bassista John McVie. I tre, precedentemente coinvolti nella band di John Mayall & the Bluesbreakers (nella quale lo stesso Green fu chiamato a sostituire un certo Eric Clapton), decisero di unire le forze in un nuovo gruppo, i futuri Fleetwood Mac, monicker composto “liberamente” dai cognomi di Mick Fleetwood e John McVie. Quest’ultimo non prese subito parte al progetto e nei primi tempi il ruolo di bassista fu ricoperto da Bob Brunning (il quale partecipò all’album di debutto nella canzone Long Grey Mare). Per completare la formazione fu chiamato Jeremy Spencer come secondo chitarrista, ed è con questa line-up che i Fleetwood Mac si presentarono al loro primo concerto ufficiale il 13 agosto 1967 in quel di Windsor per il Jazz and Blues Festival, in cui suonarono, tra gli altri, nomi del calibro di Small Faces, Ten Years After, Cream, Jeff BeckJohn Mayall & the Bluesbreakers. Quando si parla dei Fleetwood Mac, molto probabilmente tutti tendiamo a ricordare più il nome della talentuosa cantante statunitense Stevie Nicks (la quale sarebbe però subentrata soltanto nel 1975) che quello di Peter Green e generalmente ad essere osannati sono più gli album composti da quel periodo in poi che quelli relativi alla produzione precedente, nonostante il primo periodo sia sempre stato ampiamente promosso dalla critica. Gli inglesi all’inizio della loro carriera proponevano un blues rock estremamente debitore dei classici del genere, in cui a spiccare erano soprattutto elementi come il carisma del cantante, chitarrista e armonicista Peter Green e la slide guitar di Jeremy Spencer. Il primo album omonimo (conosciuto anche non a caso col nome di Peter Green’s Fleetwood Mac) era costituito da pezzi originali e cover di vecchi brani blues e fu pubblicato nel febbraio 1968 dall’etichetta inglese indipendente Blue Horizon. Risultò sin da subito un grande successo, posizionandosi al quarto posto nelle classifiche inglesi e ponendo le basi di quella che sarebbe stata una carriera di tutto rispetto.

Fleetwood Mac è un album dalla durata assai breve, di poco superiore alla mezz’ora, con brani di conseguenza molto corti ed essenziali, capaci di esaurirsi nel giro di appena una manciata di strofe. In questo esordio troviamo, come già accennato, un misto di pezzi originali e cover di artisti blues; questi ultimi rispondono ai nomi di Robert Leroy Johnson, Elmore James e Chester Arthur Burnett, ovvero niente di meno che tre tra i più grandi musicisti nati negli anni Dieci del secolo scorso sulle rive del Mississippi. L’essenza del british blues, di cui si fecero portavoce anche nomi quali il già citato Eric Clapton nonché Rolling Stones e Led Zeppelin, emerge magnificamente da ogni solco di questo disco. Brani briosi e frizzanti -la maggior parte- si alternano ad altri dall’atmosfera solo leggermente più malinconica. L’ottimo trittico iniziale composto da My Heart Beat Like a Hammer, Merry Go Round e Long Grey Mare rappresenta già quanto di meglio il disco possa offrire, con un Peter Green in grandissima forma tanto alla voce quanto alla chitarra e all’armonica; strumento, quest’ultimo, fondamentale nel contesto dell’album. Gli altri pezzi originali comprendono Looking for Somebody, che nella prima edizione in vinile chiudeva il lato A, la movimentata My Baby’s Good to Me, una sopraffina I Loved Another Woman e le magistrali Cold Black Night e The World Keep on Turning. Ottime sono anche le reinterpretazioni di pezzi classici come Hellhound on My Trail, Shake Your Moneymaker, No Place to Go e Got to Move, che all’interno dell’album si fondono alla perfezione con gli altri brani rendendoli quasi indistinguibili e facendoci capire una volta di più quanto fosse innata la classe di questi giovani ragazzi inglesi.

Un lavoro, questo, che pur dall’alto dei suoi ottimi risultati di vendita viene spesso dimenticato e lasciato in disparte, poco conosciuto oggigiorno come del resto tutta la produzione del periodo con Peter Green in formazione. Forse perché troppo slegato da quella che è poi diventata la vera essenza del gruppo, forse perché troppo legato a un passato che non ci appartiene più, che non sentiamo nostro. Ma non facciamo l’errore di sottovalutare dischi di tale fattura, perché volenti o nolenti fanno parte della nostra cultura musicale e sono destinati a rimanere anche in futuro una valida fonte d’ispirazione così come lo sono stati fino ad oggi.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
72.5 su 2 voti [ VOTA]
jaw
Mercoledì 28 Marzo 2018, 16.04.03
5
Grande album di blues classico discendente ovvio dalla sweet home Chicago, un po diverso da Clapton come citato nel commento di Rob, piu che altro questo album e' molto simile a quello di John Mayall con e.clapton. Then play on rimane per me il migliore
Fabio Rasta
Martedì 27 Marzo 2018, 15.46.25
4
Anche a me piacciono Rumours e un po' meno Mirage. E anche parecchie cose di STEVIE NICKS da sola. Non dovrebbe esserci nulla di male. Una volta un intervistatore chiese a LEMMY: "Dicci qualcosa che ci possa stupire...!", e lui candido:"MI piacciono gli ABBA!". A me non piacciono gli ABBA, ma farei decisamente ancora + il botto se fossi un Rocker famoso e vi dicessi che esco pazzo x MARIO MEROLA. Non mi vergogno xchè è la pura verità. Solo che ovviamente non sono un Rocker famoso. Comunque grandi FLEETWOOD MAC e PETER GREEN ai quali anche gli AC/DC hanno reso omaggio (Oh Well e Beating Around The Bush).
Galilee
Lunedì 26 Marzo 2018, 23.40.41
3
Un Buon disco, che si inserisce di prepotenza nel filone rockblues del periodo. Peter Green è un fenomeno e coi dischi successivi farà ancor meglio, soprattutto col terzo, un vero must dei 60'.
Testamatta ride
Domenica 25 Marzo 2018, 11.25.25
2
La raccomandazione finale di Arturo è doverosa e da sposare in toto. L'album in questione è bellissimo e, come giustamente dice Rob#1, anche i successivi che regalano autentiche gemme (The green manalishi, come tutti sappiamo, fu riproposta con una grandissima versione dai Judas Priest). Peter Green grandissimo ed incompreso chitarrista, se non sbaglio il preferito di David Gilmour. In merito al periodo post 1975 - pur trattandosi sostanzialmente di un'altra band - non è da sottovalutare. Ok, magari non è la musica che usiamo ascoltare di solito, ma nel suo genere la qualità è comunque molto alta (Buckingham è veramente un signor chitarrista). Del resto quando le vendite di un album viaggiano su tali cifre un motivo ci sarà. Inoltre credo di aver letto da qualche parte che quei Fleetwood Mac piacciano "segretamente" a molti insospettabili musicisti in ambito metal. Detto ciò, sento di poter affermare che quanto proposto nel periodo Green resisterà meglio alla prova del tempo. Ritorno e chiudo sull'album oggetto della recensione solo per sottolineare la copertina: fantastica!
Rob Fleming
Domenica 25 Marzo 2018, 10.59.13
1
A proposito di gruppi che prestando credito ad un certo modo ragionare avrebbero dovuto cambiare nome (peccato che così sarebbe dovuta andare all'anagrafe la sezione ritmica). Album bellissimo con Peter Green all'epoca in grado di rivaleggiare con Clapton sul suo stesso terreno. Come detto in recensione il periodo di Peter Green andrebbe ricordato più spesso (non rivalutato perché non ci sono critiche alla qualità della proposta). E anche i successivi con pezzi oramai entrati nella leggenda (anche metallica) quali The Green Manalishi, Albatross, Black magic woman, Oh wall...sono altrettanto meritevoli. Bella riscoperta. 85
INFORMAZIONI
1968
Blue Horizon
Rock/blues
Tracklist
1. My Heart Beat Like a Hammer
2. Merry Go Round
3. Long Grey Mare
4. Hellhound on My Trail
5. Shake Your Moneymaker
6. Looking for Somebody
7. No Place to Go
8. My Baby’s Good to Me
9. I Loved Another Woman
10. Cold Black Night
11. The World Keep on Turning
12. Got to Move
Line Up
Peter Green (Voce, Chitarra, Armonica)
Jeremy Spencer (Voce, Chitarra, Pianoforte)
John McVie (Basso)
Bob Brunning (Basso nella traccia 3)
Mick Fleetwood (Batteria)
 
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