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Messa - Feast for Water
30/03/2018
( 2113 letture )
Su queste pagine ci siamo sbilanciati da tempo e non ci stanchiamo di ripeterlo in ogni recensione che riguardi in modo più o meno diretto l’evoluzione dell’eredità sabbathiana nel Terzo Millennio: il doom declinato al femminile è una delle miniere potenzialmente più ricche a disposizione delle band che abbiano il coraggio di cimentarsi in un lavoro di riscoperta delle potenzialità offerte dal vintage d’autore senza rinunciare a un lavoro certosino di ricerca e sperimentazione che tenga lontani i rischi di fredda derivatività. Con queste premesse, dunque, non ci ha certo stupito il lento ma costante incremento numerico delle formazioni che hanno scelto questa modalità di approccio alla materia lenta e oscura, unito a una altrettanto significativa “diversificazione territoriale-geografica” che è sempre un attendibile certificato di sana e robusta costituzione di un movimento in espansione.
Sebbene la scuola d’oltreatlantico conservi tuttora qualche incollatura di vantaggio sulle lepri lanciate all’inseguimento qualitativo (non si diventa Jex Thoth, Blood Ceremony, Windhand o Witch Mountain dall’oggi al domani, con un semplice schiocco di dita), il Vecchio Continente ha da tempo fornito risposte sempre più convincenti, a cominciare dai sia pur discontinui Alunah in terra d’Albione, passando per la Scandinavia dei primi Avatarium e le dissolvenze transalpine dei Lethian Dreams, per approdare alla sorprendente enclave belga-olandese, dove il recente, splendido debutto dei Bathsheba ha finalmente raccolto l’eredità di una delle band più promettenti della scena a cavallo del cambio di decennio, quei The Devil’s Blood a cui solo un destino tragico poteva bruciare le ali ormai aperte verso un grande futuro.

Un simile processo di progressiva affermazione del “female fronted” doom non poteva non coinvolgere il nostrano suolo tricolore e a sollevare un vessillo ad alta visibilità anche oltre i patri confini ha contribuito in modo significativo un quartetto padovano, protagonista nel 2016 di un fragoroso debutto capace di far scomodare in sede di giudizio sintonie e simmetrie con la parte più nobile del pantheon del genere. Illustrato da una cover ad alto impatto visivo-evocativo (il campanile semisommerso del lago di Resia come metafora dell’inevitabile scomparsa dell’umana presenza sul pianeta, più che probabilmente peraltro per nostra stessa mano, vista la sorte che è toccata al paese di Curon), Belfry è il classico esempio di come quattro musicisti dal percorso artistico disparato (qui per militanze precedenti o parallele si spazia davvero a trecentosessanta gradi, dal death punk grind al black, dal prog al blues) possano riuscire a riunirsi portando ciascuno il proprio carico di sensibilità e distillando come risultato una miscela che trascende e sublima gli elementi originari.
Vista in quest’ottica, la cifra artistica dei Messa è sembrata fin da subito ragguardevole, disponendo a raggera intorno a un nucleo solidamente doom suggestioni in arrivo da altri registri, con il blues a rappresentare una componente relativamente prevedibile, su queste frequenze, ma con jazz, ambient e drone a tormentare la navigazione di chi si avventuri a solcare le acque pensando di poter prevedere in anticipo rotta e approdi. A meno di due anni di distanza da quel platter, che ci sentiamo di collocare nell’impegnativa fascia di eccellenza appena a ridosso della dimensione del capolavoro, i padovani ritornano ora sulle scene ripartendo ancora dall’acqua, sia nella scelta del titolo dell’album che per l’artwork, dove appunto, tra il minimalismo della grafica e una sorta di scatto fotografico dalle velleità “marinettiane”, viene immortalato l’incontro/scontro di un corpo con l’elemento vivifico per antonomasia.
Di fronte ai rischi da sempre insiti nella seconda prova che segue un grande debutto, sgombriamo subito il campo dagli equivoci e rassicuriamo i fan di prima data, questo Feast for Water non tradisce le attese e pone di nuovo i Messa sotto i riflettori, regalandoci una band pienamente convinta dei propri mezzi e assolutamente pronta per una consacrazione internazionale, anche se forse, a conti fatti, stavolta qualche carato si è perso per strada e il diamante lavorato in casa Aural Music ha complessivamente riflessi meno sorprendenti del predecessore.
Se infatti in termini di cura formale, scrittura e tecnica i Nostri mostrano di aver intrapreso un percorso di crescita indiscutibile e senza che si intravveda nemmeno sullo sfondo la soglia letale del manierismo, si è contemporaneamente in parte ridotto quello spazio riservato alla spontaneità e alla sperimentazione pura che su Belfry aveva regalato tratti magari a volte ancora acerbi ma allo stesso tempo imbottiti di carica emozionale (valgano qui a mo’ di esempio tracce come Hour of the Wolf, Blood e, soprattutto, la magnifica Outermost). Al netto di questa obiezione, però, il platter sfodera un arsenale di pregi, a cominciare dall’ottima prova della vocalist Sara; decisamente più sirena ammaliatrice che strega pronta a spalancare porte che si affaccino su terrificanti dimensioni ultraterrene, la singer risulta parimenti convincente sia alle prese con un cantilenato avvolgente sia negli improvvisi strappi rock, senza dimenticare una propensione squisitamente teatrale che emerge a più riprese (volendo forzare un po’ la mano degli accostamenti diremmo molto Jessica Thoth ma ancora di più Sera Timms in cabina di pilotaggio dei suoi Black Mare). Al suo fianco, la coppia di sei corde ne accompagna impeccabilmente le evoluzioni vocali, ma si rivela devastante anche quando si avventura in scorribande blues, dove Alberto trova modo di esaltare le potenzialità degli assoli quando siano incardinati con cognizione di causa e non in modalità cammeo autosufficiente in quegli impianti da semi-ballad che sono tra le note di merito più notevoli del lavoro.

Aperto e chiuso da due tracce in filiforme dissolvenza, a ricordarci che tra le muse ispiratrici dei Messa il drone e l’ambient sono tutt’altro che ospiti occasionali o di contorno, Feast for Water entra nel vivo con lo sciabordio di onde che introduce Snakeskin Drape, ma è bene non lasciarsi ingannare dai primi solchi che sembrano prefigurare esiti occult (componente a parere di chi scrive complessivamente sopravvalutata in buona parte dei commenti sull’intera produzione del quartetto), perché il cuore pulsante del pezzo è un doom dalle chiare ascendenze settantiane, con un carico muscolare sottolineato da un tiro complessivo cadenzato e da un riff che lambisce le sabbiose terre stoner. Si cambia completamente prospettiva con la successiva Leah, brano opportunamente scelto come anteprima e accompagnato da un eccellente video che sintetizza in immagini la poetica della band; si raggiunge qui il vertice “esoterico” del viaggio, ma, anche stavolta, più che voragini sull’abisso, a spalancarsi sono piuttosto squarci malinconici in chiaroscuro, su cui Alberto stampa un ricamo blues da applausi a scena aperta. Il peso della componente blues diventa ancor più significativo in The Seer, amalgamandosi alla perfezione con la pesantezza sabbathiana e dispensando dosi sempre più massicce di oscurità non del tutto disperse da un finale dove fa capolino la velocità come tratto distintivo.
Tocca alle rarefazioni jazz di She Knows riportare in scena una calma quasi serenamente olimpica, ma col trascorrere dei minuti si intuisce che dietro l’apparente, rassicurante fondale da fumoso piano bar si nasconde qualche sorpresa e infatti, praticamente senza soluzione di continuità, ecco che con Tulsi si svela prepotentemente il lato avantgarde dell’anima dei Messa, che tra scosse telluriche immerse in un’andatura quasi epica, apparecchia dapprima aperture lisergicamente gilmouriane, poi linee vocali in eterea sospensione e infine un assolo di sax del tutto inatteso, a queste latitudini musicali, ma non per questo fuori fuoco. Dopo un simile azzardo (oltretutto ripagato da una resa più che convincente), c’era il rischio di assistere a una pressoché inevitabile caduta di tensione, ma i padovani hanno ancora una grande carta da spendere e White Stains può legittimamente avanzare una solida candidatura per un posto tra le perle della tracklist; se qualcuno nutrisse dei dubbi sulla possibile convivenza tra jazz, doom e blues, questi sei minuti possono fornire risposte molto interessanti, soprattutto se a chiudere il cerchio provvede l’ultimo regalo di Alberto

Architetture ardite che non rinunciano mai alla delicatezza e all’attenzione per i dettagli, atmosfere in perenne equilibrio tra incanti fiabeschi e appena accennati turbamenti, Feast for Water è un album che, pur senza raggiungere i confini tracciati dal debut, conferma tutte le qualità di una band in prepotente ascesa. Molto al di là dei soliti inviti all’ascolto nel nome del supporto alla metal scena tricolore, i Messa la meritano davvero, l’iscrizione all’albo delle promesse doom diventate certezze.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
84.66 su 9 voti [ VOTA]
Bob
Domenica 13 Settembre 2020, 16.01.18
8
Disco capolavoro
Fly 74
Domenica 8 Dicembre 2019, 22.54.35
7
Visti ieri al Bloom. Strepitosi. Replicano alla perfezione le canzoni di Belfry e Feast for water. Precisissimi, coinvolgenti. Sara ha una voce melodica magnifica e i due chitarristi creano dalle atmosfere oscure a un muro doom spaventoso. Supportiamoli, è un onore avere un gruppo italiano di tale livello.
No Fun
Sabato 23 Novembre 2019, 16.06.03
6
Visti al Frantic mi hanno lasciato a bocca aperta, lunghe e snervanti cantilene da cui d'un tratto emergevano incredibili vocalizzi rauchi e assoli di chitarra trascinanti. Ho preso questo e il precedente e sono una vera goduria. La voce poi nei momenti migliori mi ricorda quella di un'altra giovane cantante stoner doom, Lea Amling Alazam dei Besvarjelsen, gran cantante anche lei e ottimo gruppo. Vederli assieme sarebbe il massimo.
Hagen
Mercoledì 20 Febbraio 2019, 13.26.32
5
Riascoltato l'altro giorno, e per me resta una delle migliori uscite del 2018. 80 confermato.
Hagen
Sabato 19 Maggio 2018, 11.47.57
4
Visti ieri dal vivo, ovviamente me ne sono andato via dal concerto con una copia di questo cd tra le mani. Voto un 80 pieno, ma potrebbe aumentare con ascolti successivi
Galilee
Martedì 3 Aprile 2018, 11.08.22
3
Concordo.
freedom
Martedì 3 Aprile 2018, 9.06.54
2
Hanno catturato la mia attenzione da subito. Gran bel sound. Cento volte meglio di tante band straniere esageratamente osannate.
Galilee
Martedì 3 Aprile 2018, 0.08.09
1
Bravi davvero. Disco da recuperare.
INFORMAZIONI
2018
Aural Music
Doom
Tracklist
1. Naunet
2. Snakeskin Drape
3. Leah
4. The Seer
5. She Knows
6. Tulsi
7. White Stains
8. Da Tariki Tariqat
Line Up
Sara (Voce)
Alberto (Chitarra, Pianoforte)
Marco Messa (Basso, Chitarra)
Rocco “Mistyr” (Batteria)
 
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