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Drive by Wire - Spellbound
06/04/2018
( 360 letture )
Considerando la classificazione Female Fronted Rock and Metal Bands, i nomi ad essa legati potrebbero fioccare a iosa. Tuttavia, non è né compito di questa recensione, né scopo prefissato della stessa, comprendere se questa “figura femminile” sia lì, piazzata al vertice dalla propria etichetta e/o dal proprio fandom, a rappresentare il gruppo per mero marketing o per effettive doti canore.
Limitandoci (all’incirca) ai sottogeneri che rientrano nel raggio d’azione redazionale di chi scrive, la breve introduzione di prima può essere accompagnata, e supportata, da qualche esempio di figura femminile attuale nelle vesti di “valore aggiunto” per la band. Nel 2011 si è imposta sulla scena (retro-)doom, stregandoci definitivamente, la voce della cantante canadese Alia O’Brien, cantrice dell’arcano e messaggera del dio Pan, che grazie alle sfumature suadenti del proprio timbro vocale è riuscita a valorizzare un punto di riferimento (contemporaneo) del genere come è divenuto, a distanza di oltre 7 anni, Living with the Ancients.
Nel 2014 siamo stati poi folgorati dalla prestazione di Elin Larsson in Blues Pills. Una voce sensuale, “souleggiante”, ancorata alla tradizione della musica nera statunitense e, manco a dirlo, fortemente debitrice dell’astro di Janis Joplin. Se la personalità di Elin Larsson può sembrare carente a primo impatto (e ad un primo ascolto), non si può affermare lo stesso del talento sprigionato dalla cantante ancora ferma, per il momento, insieme agli altri membri del gruppo, a Woodstock. Il “futuro”, o il “presente”, colpirà anche loro, prima o poi..
Nel 2017, infine, in WICK, Miny Parsonz ha (ri)confermato le proprie doti canore con quel caleidoscopio emozionale rilasciato dalle proprie corde vocali, da leader autentica qual è: una voce pop e angelica in alcuni brani, massiccia, carismatica e graffiante in altri. Versatilità all’ennesima potenza.
Più che lecito porsi la seguente domanda: avrebbero mai visto la luce questi album (e un’altra infinità) senza le tre cantanti menzionate? Se sì, quali sarebbero stati i responsi generali, non solo sull’album, ma anche sulla band stessa? Positivi? Mediocri? O avremmo assistito a bocciature pesantissime in grado di stroncare, a loro volta, la loro attività sul nascere? Come dicevo sopra, non spetta a me dirlo, ma può essere una domanda volta a generare dense riflessioni.

Focalizzandoci ora solamente sull’uscita oggetto di questa recensione, i Drive By Wire, per chi non li conoscesse, nacquero nel 2005 a Deventer, paese situato nell’entroterra olandese, e con questo Spellbound giungono alla quarta fatica discografica sulla lunga distanza, della cui distribuzione si è occupata (solo ed esclusivamente per la versione CD e non per quella in LP) la nostrana Argonauta Records. Quell’Olanda, o meglio quei Paesi Bassi, da cui provengono ci riportano subito alla memoria, tra le tante cose, celebri formazioni come i The Gathering, gli Epica o i Within Temptation. Non che il genere proposto dai Drive By Wire abbia un qualcosa in comune con quello delle tre formazioni appena citate, mettiamolo subito in chiaro, ma è curioso notare come il “paese dei tulipani” sia fucina di successo proprio di quei generi “Female Fronted”.
In particolare, i nostri sono fautori di una commistione di generi che include stoner, desert, blues e affini, con la voce di Simone Holsbeek ad essere la vera protagonista dell’ensemble, a discapito di un lavoro agli strumenti (chitarra, basso e batteria) assolutamente nella media, con una prestazone altalenante che non va di pari passo con il contributo artistico di Simone. Un motivo più che valido per infuriarsi, viste le potenzialità espresse (e comprese) della cantante.
Lungo tutto il platter, infatti, si ha costantemente una sensazione di amaro in bocca: il trittico iniziale costituito da Glider, Where Have You Been (primo singolo di lancio per quest’uscita) e da Mammoth promette davvero bene. La prima è una traccia adrenalinica i cui ingredienti principali sono sabbia, sole, cactus (di sicuro non Made in the Netherlands..) e un refrain azzeccato, mentre con il singolo si rallentano i tempi per elevare ancor di più le doti vocali di Simone. Il ritornello così cadenzato e scandito ne sarà la conferma. I primi punti deboli si scorgono e si trascinano invece lungo tutta la parte centrale del lavoro: se da un lato il timbro caldo di Simone è costantemente in primo piano, grazie anche al lavoro di produzione, lo stesso non si può affermare di chi la accompagna in questo viaggio fatto di “luci e ombre” (più “ombre” che “luci”, a dire il vero..). Questo è il problema di un genere inflazionatissimo come lo sono tuttora lo stoner e generi analoghi: il rischio di un collage di luoghi comuni è sempre dietro l’angolo, peggio ancora quando la noia sopraggiunge a far da padrona nei singoli brani, intaccando l’esito finale (si vedano Blood Red Moon, Superovedrive e Van Plan). Come si diceva in precedenza, è un’aggravante ancor maggiore quando si parla della stessa band che cala degli assi come il già citato singolo Where Have You Been, baciato dalla radiofonicità, o la fumosa Apollo, e che conclude la release con un secondo, notevole trittico multiforme rappresentato soprattutto da Lifted Spirit, autentico colpo da KO, struggente pop chiaroscuro, e dalla titletrack, una traccia sospesa che esplode solo nel minuto conclusivo.

Simone Holsbeek è un altro di quei “valori aggiunti” a cui si faceva riferimento nel paragrafo introduttivo. Simone è una cantante dotatissima, consapevole dei propri mezzi, versatile, e, aspetto ancor più rimarchevole, in grado di dar lustro ad un apparato strumentale totalmente anonimo, lungi dall’emozionare con quei semplici tocchi, vibrati, slide e bending bluesy, quartetto di elementi stante alla base del genere. L’impalcatura sonora ai minimi termini proposta dai tre rimanenti buoni mestieranti mette in luce solo la punta dell’iceberg di quello che, in realtà, è un sottogenere ben più profondo, ampio e ambizioso. I Drive By Wire sono Simone Holsbeek, da sempre. Una donna autorevole. Una donna che non ricopre solo il ruolo di cantante (e che cantante), ma anche quello di madre premurosa. Tolta questa figura, chissà di questi Drive By Wire cosa ne sarebbe…
Non ci resta che sperare in una quarta uscita, per un’affermazione definitiva di questa band che fa sin troppo affidamento sulle doti vocali della propria cantante. O meglio, del loro angelo custode.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
62.66 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
Argonauta Records / Minstrel Music
Stoner
Tracklist
1. Glider
2. Where Have You Been
3. Mammoth
4. Apollo
5. Blood Red Blood
6. Superoverdrive
7. Van Plan
8. Lost Tribes
9. Devil’s Fool
10. Lifted Spirit
11. Spellbound
Line Up
Simone Holsbeek (Voce)
Alwin Wubben (Chitarra)
Jerome Miedendorp de Bie (Batteria)
Marcel Zerb (Basso)
 
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