Privacy Policy
 
IMMAGINI
Clicca per ingrandire
La band
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

23/07/18
ATAVISMA
The Chthonic Rituals

25/07/18
MANTICORA
To Kill To Live To Kill

27/07/18
MOTOROWL
Atlas

27/07/18
REDEMPTION
Long Nights Journey Into Day

27/07/18
INVOCATION SPELLS
Spread Cruelty in the Abyss

27/07/18
DEE SNIDER
For The Love Of Metal

27/07/18
SALTATIO MORTIS
Brot Und Spiele

27/07/18
HELLISH
The Spectre Of Lonely Souls

27/07/18
MICHAEL ROMEO
War Of The Worlds / Pt. 1

27/07/18
SHED THE SKIN
We of Scorn

CONCERTI

22/07/18
RICHIE KOTZEN
ESTATE IN FORTEZZA SANTA BARBARA - PISTOIA

22/07/18
COLONY SUMMER FEST (Day 2)
CENTRO FIERA - MONTICHIARI (BS)

22/07/18
DOYLE
TRAFFIC CLUB - ROMA

22/07/18
VIRVUM + COEXISTENCE + EGO THE ENEMY + GUEST
CIRCOLO SVOLTA - ROZZANO (MI)

22/07/18
CARPATHIAN FOREST
SLAUGHTER CLUB - PADERNO DUGNANO (MI)

23/07/18
SCORPIONS
ARENA DI VERONA

23/07/18
DOYLE
SLAUGHTER CLUB - PADERNO DUGNANO (MI)

24/07/18
STEVEN TYLER
ARENA CONCERTI - BAROLO

24/07/18
DOYLE
PADIGLIONE 14 - COLLEGNO (TO)

27/07/18
MALPAGA FOLK-METAL FEST (day 1)
CASTELLO DI MALPAGA - BERGAMO

Rise of Avernus - Eigengrau
07/04/2018
( 410 letture )
Uno a uno, palla al centro e sentenza definitiva rinviata ai tempi supplementari… si sarebbe forse potuto esprimere così, con una classica metafora sportiva e doti di sintesi degne degli inviati di un ipotetico “Tutto il metal minuto per minuto”, un cronista spedito a seguire le gesta musicali dei promettentissimi australiani Rise of Avernus, dopo essere incappato nella controversa (a voler essere generosi) prova di Dramatis Personae. In quella sede, infatti, i ragazzi di Sydney avevano messo a rischio il credito maturato grazie a un debutto come L’Appel Du Vide, capace solo due anni prima di dimostrare come l’universo gothic-doom, trattato dalle giuste mani, possa ancora essere molto di più di quella somma di luoghi comuni in cui una parte non indifferente della critica cerca ultimamente di confinarlo. A incidere pesantemente sul discutibile esito di quel platter, peraltro, aveva contribuito un cambio di rotta artistico praticamente forzato, stante la dipartita dalla band della singer Cat Guirguis, ma un simile evento, pur significativo, non poteva bastare a giustificare l’oggettivo passo indietro sul versante creativo per una band che aveva scelto di rinchiudersi nei limiti angusti di un death ad alto tasso sinfonico/orchestrale, inseguendo con pochissime chances di (anche solo accennato) avvicinamento un modello praticamente inarrivabile come i Septicflesh.

È dunque con più di qualche fondata perplessità che attendevamo il capitolo successivo di una carriera segnata da una cesura così significativa e la risposta arriva, dopo tre anni di opportuna decantazione, con questo Eigengrau. Anche in questa occasione, dunque, i Rise of Avernus dimostrano una congenita allergia all’uso della lingua madre nei titoli, puntando stavolta, dopo il francese e il latino dei precedenti lavori, sulla definizione tedesca di quel nero “non totale” che gli occhi percepiscono nell’oscurità quando non ci sono sorgenti luminose che facciano risaltare per contrasto l’assenza completa di colore. Volendo considerare universalmente valida la saggezza giustinianea con il suo celebre “nomina sunt consequentia rerum”, ci aspetteremmo a questo punto un album segnato da una vena di tristezza, malinconia e inquietudine, ovvero dall’equivalente sul pentagramma delle sfumature dei grigi, ma è bene non alzare troppo l’asticella delle attese, per questo aspetto.
Se infatti è indiscutibilmente vero che rispetto al predecessore la componente doom si affaccia ora con un’accresciuta pretesa di centralità e rilievo nell’impianto complessivo dei brani (al punto da farci puntare sull’opzione death/doom, in sede di catalogazione), è altrettanto vero che la struttura portante è ancora in prima istanza largamente debitrice della lezione melodic death, con una particolare predilezione per la scuola scandinava (pensiamo agli Omnium Gatherum), il tutto integrato da quella propensione sinfonico-orchestrale che aveva marchiato indelebilmente Dramatis Personae, finendo in quella circostanza per appesantire il già tutt’altro che agile quadro d’insieme. Fortunatamente, però, stavolta la mano che regge il filo della narrazione e detta dosaggi e tempi di entrata in scena delle singole componenti si rivela molto più salda e ispirata, regalandoci un disco assolutamente godibile, al netto di una certa “monocordità” che a tratti insidia la scorrevolezza delle trame soprattutto nella seconda metà del platter. Non stupisce, allora, che in questa occasione la marcia di avvicinamento ai Septicflesh risulti molto meno artificiosa che in passato e le convergenze sono già ampiamente preannunciate dalla cover, affidata al tratto inconfondibile di quello Spiros Antoniou che, a margine dell’attività principale alle quattro corde nel combo greco, ha trovato tempo e modo di illustrare coi suoi disegni visionari album di band leggendarie, tanto da poter ormai sfoggiare un book clamoroso che spazia dai Moonspell ai Paradise Lost passando per Arch Enemy e Draconian, senza dimenticare, tra gli altri, i The Foreshadowing di Oionos.
Elementi grafici a parte, il vero passo avanti dei Rise of Avernus si concretizza in virtù di una gestione molto oculata degli elementi costitutivi della poetica symphonic; non è un mistero che, per chi si avventuri su simili rotte, la sfida maggiore consista nel maneggiare con la dovuta cura un carico di enfasi e magniloquenza che, se fuori controllo, porta rapidamente alla sazietà (ed è proprio qui che i Nostri erano caduti in passato), ma stavolta il governo degli impeti orchestrali è quasi impeccabile e si alterna intelligentemente a momenti in cui trionfano potenza e velocità e ad altri (magari numericamente non debordanti ma assolutamente decisivi, nell’economia emozionale dei brani) in cui la melodia si prende la scena fermando per un attimo il martellante infrangersi delle onde.
A completare il quadro contribuisce un comparto vocale assolutamente all’altezza, con le responsabilità al microfono condivise tra un Ben Vanvollenhoven che sfoggia un growl profondo e sabbioso allo stesso tempo, e una Mares Refalaeda qui come non mai agli antipodi rispetto al “modello Guirguis” degli esordi. Da Mares, in realtà, dopo i non disprezzabili ricami gothic messi in mostra in In Hope We Drown, ci saremmo forse aspettati un incremento della presenza in chiave vocalmente eterea, mentre invece, per tutta la durata del viaggio, assistiamo all’imperversare del suo scream appuntito e spigoloso, che non sfrutta mai le peraltro non frequentissime occasioni di incontro con le aperture melodiche. A conti fatti, però, se al recensore fosse concesso esprimere una punta di rammarico, la rinuncia più dolorosa rispetto a quanto lasciato intravvedere in passato è quella delle parti in clean, di cui Vanvollenhoven si è dimostrato maestro e nei confronti delle quali però sembra nutrire un’inspiegabile idiosincrasia.

Otto brani dalla durata singolarmente ragionevole per un minutaggio di poco superiore ai quarantacinque minuti complessivi, Eigengrau schiera subito l’artiglieria pesante con l’opener Terminus, avvolta da una densa atmosfera doom gonfiata da sottolineature epic e tormentata da scatti a cui non è estraneo un retrogusto vagamente prog, ma è con la successiva Ad Infinitum che i Rise of Avernus centrano l’obiettivo, offrendo un brano che non sfigurerebbe nella discografia degli Swallow the Sun della prima ora, magari in quel The Morning Never Came che è il loro gioiello a più alto tasso death. Altrettanto decisamente convincente, la coppia di tracce che segue ci conduce nei pressi del vertice qualitativo dell’intero album, con Gehenna a certificare inequivocabilmente la poliedricità della band (che qui non ha paura di mettersi sulle tracce dei Paradise Lost) e Eigenlicht ad alternare registri tra potenti ruggiti e melodici abbandoni, il tutto impreziosito da un passaggio centrale da applausi in cui si incastonano frammenti di post metal e un pianoforte che illanguidisce magicamente la scena.
Fino a questo punto, dunque, possiamo sicuramente parlare di gioielli allineati in magnifica sequenza, peccato però che nella seconda metà della tracklist gli australiani perdano parzialmente il filo del discorso e inciampino in qualche sbavatura che, pur senza pregiudicare irreparabilmente l’esito finale, segnala un parziale inaridimento della fonte creativa. Si comincia con l’anonima e troppo canonica Tempest per passare al coraggioso ma debole tentativo avantgarde-doom di Mimicry, per chiudere con la troppo multicolore Into Aetherium, in cui la prepotente emersione della componente black dell’ispirazione prova a convivere con spunti malinconici, prima che il finale riporti il nastro alle battute epic dell’opener, stavolta con l’aggiunta di un coro monastico in dissolvenza. La perla che impreziosisce questa parte del lavoro è indubbiamente Forged in Eidolon, forse il brano a più alto tasso di orchestralità dell’intero lotto nonché quello più originale, con una strana ma a conti fatti riuscita andatura horror-prog che si scioglie nel finale in una trama sognante grazie a uno struggente incontro tra pianoforte e violino.

Esplosioni di energia che si disperdono ora in scatti brucianti ora in ardite architetture segnate dalla vertigine della verticalità, un senso di maestosità complessivo che non chiude del tutto la porta a delicate incursioni crepuscolari, Eigengrau è un album che dissolve in gran parte le nubi che si erano addensate sull’orizzonte della band, apparecchiando di nuovo le possibilità per una carriera di tutto rispetto anche se su coordinate diverse da quelle tratteggiate nel debut. Bentornati, Rise of Avernus.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
55 su 1 voti [ VOTA]
Metallycra
Venerdì 13 Aprile 2018, 11.35.13
2
Bel disco. Mi hanno ricordato molto gli Shade Empire.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 11 Aprile 2018, 9.44.05
1
A me, è piaciuto molto. Sono d'accordo con la recensione che qualche pezzo non è proprio all'altezza ma ci sono parecchi brani veramente ottimi. Un uso del sinfonico molto intelligente, poco invasivo ma che si sente eccome. I Dimmu Borgir dovrebbero ascoltare questi Australiani. Lo metto, al momento, tra le migliori uscite dell'anno, dopo però il bellissimo Apricity degli Atra Vetosus e i Primordial di cui aspettiamo (hopefully...) le recensioni. Au revour
INFORMAZIONI
2018
Code666 Records
Death / Doom
Tracklist
1. Terminus
2. Ad Infinitum
3. Gehenna
4. Eigenlicht
5. Tempest
6. Forged in Eidolon
7. Mimicry
8. Into Aetherium
Line Up
Ben Vanvollenhoven (Voce, Chitarra)
Mares Refalaeda (Voce, Tastiera)
Andrew Craig (Batteria)
 
RECENSIONI
56
80
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]