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Myles Kennedy - Year of the Tiger
10/04/2018
( 1566 letture )
La lunga corsa del rock alternativo, partita a fine anni 80 e poi deflagrata negli anni 90, ha costituito per molti versi un momento di cesura netto col passato, che ha portato a conseguenze immediate che spesso si sono rammentate come la “fine” della scena hard rock/AOR/glam che aveva imperversato per tutti gli anni 80 e il relativo, ma ben presente, ritorno all’underground per tutto il movimento metal che non fosse legato alle nuove sonorità. Questi aspetti sono spesso rimarcati e ricordati come un momento terribile per i tanti fan che nell’arco di pochissimo tempo hanno vissuto un cambiamento tanto repentino e radicale quanto senza ritorno. In realtà, spesso si tende a dimenticare quanto la scena alternative si rifacesse a stilemi e sonorità ben radicati nella tradizione settantiana e che semmai fu la contaminazione tra generi a costituire l’unica vera novità rispetto al passato. Band come Pearl Jam e Stone Temple Pilots avevano sì cominciato il loro percorso sotto l’egida dell’alternative, ma avevano presto virato verso dimensioni ben più mainstream e classicamente rock, così come tanti gruppi “minori” come Candlebox e Soul Asylum, mentre in ambito pop-rock artisti come Alanis Morrisette e tanti altri, flirtavano con sonorità alternative rivolgendosi però ad un pubblico decisamente ampio. In quest’ottica, anche l’avvento del post-grunge e di band come Puddle of Mudd e Creed, piuttosto che Nickelback, Black Stone Cherry e decine di altre, testimoniano quanto le classiche sonorità rock americane abbiano col tempo ben metabolizzato la ormai non più nuova “ondata” e l’avessero ricondotta verso un alveo consolidato e ben più ampio. Non sono un caso, ad esempio, le otto nominations degli Alice In Chains ai Grammy nella categoria “Best Hard Rock Performance” o la vittoria dei Soundgarden con Black Hole Sun nella stessa categoria.
In questo contesto, gli Alter Bridge rappresentano un esempio luminoso di band che ha saputo unire orgogliosamente il proprio retaggio post-grunge ad una vena hard rock e metal sempre più presente, divenendo una delle punte di diamante del rock Made in USA e lanciando il talento indiscutibile dei due principali songwriters interni, il chitarrista Mark Tremonti e il cantante/chitarrista Myles Kennedy. Quest’altro autore peraltro di un altro crossover di successo tra alternative ed hard rock, come cantante del gruppo solista di Slash, prima della reunion con i suoi Guns n’ Roses.

Non deve quindi sorprendere che nella sua prima uscita da solista, Kennedy opti per una strada diversa e complementare rispetto a quella percorsa dal compagno di band. Mentre il chitarrista/cantante per la sua carriera solista ha scelto sonorità e forme espresse tutto sommato collaterali a quelle della band madre, il cantante/chitarrista si concede una escursione ben più lontana, abbracciando una vena acustica e intimistica, che rimanda pienamente alla tradizione folk/country/blues americana. Il tutto senza rinunciare alla propria identità melodica, che spicca immediatamente riconoscibile. In questo senso, è indubbio che il fan medio degli Alter Bridge potrà approcciare l’album senza timore di trovare il cantante alle prese con sperimentazioni strane e radicalmente lontane dal proprio classico repertorio melodico. Per tracciare il più immediato ed evidente parallelo, Year of the Tiger non è Scream, quanto piuttosto un Higher Truth e lo spirito di Chris Cornell, come da sempre nella carriera di Kennedy, emerge prepotente sullo sfondo: stavolta si tratta del Cornell solista, quello alla ricerca di una forma espressiva diversa e capace comunque di impressionare come autore poliedrico e curioso, per quanto non sempre a fuoco. Kennedy si erge in questo senso come musicista e autore completo, confermando ampiamente le proprie doti di chitarrista -e non solo- e ritrovandosi in solitaria a dare pienezza alle proprie composizioni. Che poi oltre ad essere un chitarrista di ottimo spessore il nostro sia incidentalmente in possesso anche di una delle voci più belle di sempre e di un talento che ne hanno fatto senza dubbio uno dei protagonisti assoluti degli ultimi vent’anni, è palese e ben udibile a tutti. La qualità della prestazione vocale offerta sul disco è a dir poco stordente, ma ancora una volta affatto autocelebrativa, pur giovandosi di un mixaggio che la esalta a pieno. Qua tutto è comunque funzionale al brano e l’atmosfera dominante contenuta in Year of the Tiger, così apertamente intimista, triste, malinconica e perfino drammatica, ma al tempo stesso luminosa e piena di speranza, non fa che elevare lo spessore della prova di Kennedy. D’altra parte, il rischio che il cantante si accolla con questa sua uscita è fortissimo. Qua non si parla di una semplice raccolta di canzoni, ma del tentativo di affrontare un tema tutt’altro che semplice: l’anno della tigre richiamato nel titolo è infatti il 1974, anno della morte del padre di Kennedy, che all’epoca aveva appena quattro anni. Le liriche del disco girano così attorno ad una dimensione molto personale e al tempo stesso universale, con la consapevolezza finale di un messaggio di speranza e amore che solo può condurre oltre il buio:

On a cold, cruel July
We didn't know just when the pale horse would arrive
But love alone keeps us alive
When we fear we can't go on at all


Ma è un percorso lungo e accidentato quello che porta a questa consapevolezza, quando di fronte si erge pauroso e senza fondo il grande altrove:

And the funeral songs welcome the early dawn
One more ghost slips away into the great beyond
As the pyre burns on, the pale rider won't be long
To push open the gates into the great beyond
The great beyond


Siamo qua al cospetto di uno dei pezzi centrali del disco, drammatico e riuscito, nel quale la chitarra e la voce di Kennedy si fanno accompagnare in un climax freddo e spaventoso da una sezione di archi spettrale; peccato solo per il refrain non proprio originalissimo, ma siamo davvero di fronte ad un brano strepitoso nel suo insieme. Molto bella anche la successiva e bluesy Blind Faith, introdotta dalla slide guitar e ancora una volta pienamente centrata sul tema portante del disco, mentre la successiva Devil on the Wall alza il ritmo con una vena country rock dirompente, mentre i demoni di Kennedy continuano ad urlare. Liricamente, Ghost of Shangri La è lo spartiacque del disco: dal dolore senza tregua, si passa ai fantasmi del passato e infine a Turning Stones, cioè alla necessità di voltare pagina e guardare avanti. Haunted by Design sembra estratta a forza da Higher Truth, sotto tutti i punti di vista e apre la strada ad un altro dei punti forti del disco: Nothing But a Name si fa forza di un refrain vincente che regge tutto il brano e lo rende imperdibile, come struggente è il disperato appello,

The beast I thought I put to rest
Always rears its ugly head
I still miss you now
I still miss you now
It's a bitter pill to take
When you're left behind with nothing but a name


Tempo per una di quelle ballate capaci di scavarsi un solco nell’anima e Love Can Only Heal non lascia scampo, con una struggente melodia e il cantato diKennedy, così tremendamente sincero e toccante, fino all’assolo di steel guitar che taglia veramente il cuore. E’ così che il dolore si scioglie, nel canto di un uccellino, perché l’amore non muore mai e un bel giorno anche il dolore cessa e lascia posto al futuro, ancora una volta di palese ispirazione Cornelliana:

One fine day, this, too, shall fade
You never know, never know, never know
This long lament, this bitter end
Let it go, let it go, let it go


In questa carrellata resta fuori un brano che nella scaletta occupa l’ottava posizione ed è Mother. In un disco interamente centrato sulla morte del padre e alla propria lunga strada per superare il dolore e trovare una nuova dimensione, è un raggio di sole impetuoso quello dedicato alla madre, comunque capace di andare avanti donando il proprio amore nonostante tutto.

Se preso solo per l’aspetto musicale, Year of the Tiger è un disco prima di tutto coraggioso, solido, ben strutturato, con una scaletta congeniata in modo funzionale ad un ascolto che si rivela piacevole e affatto noioso, pur a fronte di un album interamente acustico, seppur dotato di arrangiamenti sofisticati e stratificati. Non è difficile immaginare Myles Kennedy mentre registra le proprie tracce in studio suonando la chitarra e certo per molti questa sarà una scelta inaspettata. Il risultato finale è un disco di buona qualità, con alcune punte che spiccano comunque in una scaletta con pochi difetti e una ottima immersione nella tradizione musicale americana. Eppure, è difficile non rimanere un po’ delusi, nel complesso: trattandosi di un cantante meraviglioso e di un ottimo chitarrista, era forse lecito attendersi qualche traccia capace di fare davvero la differenza in più e un disco da tramandare ai posteri. Questo non è: assolutamente non per la scelta della via acustica, che invece è percorsa in maniera encomiabile e molto diversificata tra canzone e canzone. Semplicemente, su dodici tracce quelle che davvero spiccano sono poco più della metà. Il resto è di livello e non c’è un solo brano che non meriti l’ascolto, ma questo è tutto. La differenza vera, quella che fa innalzare il giudizio finale è tutta legata alla sincerità commovente con la quale Kennedy si mette a nudo e affronta una terapia per il dolore che appare necessaria e sentita come poche volte capita di ascoltare. Leggere le liriche mentre si ascoltano i brani dona al disco uno spessore che musicalmente era lontano dal possedere. E’ in queste circostanze che Kennedy raggiunge la dimensione di Autore vero, oltre che di grande interprete, degno erede di una tradizione cantautoriale di grande spessore come quella statunitense. Al di là di ogni barriera di genere, qui è l’Arte a parlare. Lunga vita quindi ad artisti di questo calibro ed a dischi necessari e belli come Year of the Tiger. Non un capolavoro, ma un album da scoprire e ascoltare a lungo, ricordando i fantasmi che lo hanno generato, quelli che tutti noi prima o poi dobbiamo affrontare.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
83.45 su 11 voti [ VOTA]
TheSkullBeneathTheSkin
Domenica 22 Aprile 2018, 17.26.43
11
Volevo scrivere un 80 non glielo leva nessuno, typo
TheSkullBeneathTheSkin
Domenica 22 Aprile 2018, 17.24.39
10
Che meraviglia. A tratti rievoca i grandi acustics di seattle, a tratti folk, a tratti gallows pole, a tratti quasi tribale. Sempre molto belle le sue lyrics . Non può non risultare leggermente melenso in alcuni passaggi, forse un paio di pezzi in meno... ma un 80 non lo merita e riguarda l'artista credo che il meglio debba ancora arrivare
Vittorio
Lunedì 16 Aprile 2018, 10.13.22
9
Recensione perfetta, inquadrato perfettamente il lavoro. Al di là del singolo album, voglio solo dire che Myles Kennedy è "patrimonio dell'umanità", artista di livello altissimo, se penso a quanti altri album e performance ci potrà regalare, mi vengono i brividi.
Elluis
Domenica 15 Aprile 2018, 13.17.19
8
Anche dal vivo merita tantissimo, ha fatto uno show acustico davvero piacevole, si vedeva che stava bene, era super rilassato e sempre sorridente. Alcuni pezzi dell’album sono davvero personali e intimisti. Un ottimo artista.
Lizard
Venerdì 13 Aprile 2018, 11.28.36
7
Ahahahahhahah ero sicuro!!
Alessandro Bevivino
Venerdì 13 Aprile 2018, 11.08.16
6
Caro Saverio "Lizard" il disco é arrivato stamattina, lo sto ascoltando ora mentre scrivo qui, posso dire che hai ragione, mi piace un disastro, che sound, che APERTA COLOSSALE. Il mio voto sulle ali dell'entusiasmo dei primi ascolti é 100 e penso che non cambierò proprio opinione nel tempo. Anzi gli do 150.
Alessandro Bevivino
Giovedì 12 Aprile 2018, 23.00.48
5
Yeah
Lizard
Giovedì 12 Aprile 2018, 14.14.05
4
Sono convinto che ti piacerà, Alessandro
Alessandro Bevivino
Giovedì 12 Aprile 2018, 10.35.37
3
Ordinato 2 settimane fa, visto la bella recensione non vedo l'ora di ascoltarlo.
Rush 1981
Mercoledì 11 Aprile 2018, 23.13.07
2
Disco Meraviglioso!con un Myles divino nel generare emozioni..voto 87
Graziano
Martedì 10 Aprile 2018, 14.28.15
1
Lo sto pian piano assimilando ed entrando in sintonia con le canzoni. Mi sembra un album davvero convincente, numerose le influenze come scritto nella recensione, e in aggiunta ho notato rimandi anche al Robert Plant più acustico ed intimista. Non so se sarà considerato un capolavoro nel tempo a venire, ma come primo tentativo autonomo non è niente male davvero, con punte d'eccellenza. Complimenti anche alla splendida recensione.
INFORMAZIONI
2018
Napalm Records
Acoustic
Tracklist
1. Year of the Tiger
2. The Great Beyond
3. Blind Faith
4. Devil on the Wall
5. Ghost of Shangri La
6. Turning Stones
7. Haunted by Design
8. Mother
9. Nothing But a Name
10. Love Can Only Heal
11. Songbird
12. One Fine Day
Line Up
Myles Kennedy (Voce, Chitarra, Banjo, Lap steel, Basso, Mandolino)
Tim Tournier (Basso)
Tim Tournier (Basso)
Zia Uddin (Batteria, Percussioni)
Michael "Elvis" Baskette (Tastiera, Produzione, Mixaggio)

Musicisti Ospiti:
Simon Dobson (Arrangiamento di archi su traccia 2)
Will Harvey (Violino su traccia 2)
Maddie Cutter (Violencello su traccia 2)
Elitsa Bogdanova (Viola su traccia 2)
 
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