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Bunker 66 - Chained Down in Dirt
14/04/2018
( 625 letture )
Nei mesi conclusivi del 2017 è rispuntata dal sottosuolo di Messina un’entità maligna pronta a riversare sopra noi ignari ascoltatori una dose difficilmente quantificabile di pallottole a base di black antesignano. Stiamo parlando dei Bunker 66 ovviamente, realtà nata nel 2007 e fautrice di tre full-lenght più svariati split e compilation immesse nel circuito underground nostrano; fondato da Giuseppe Bonfiglio a.k.a. Damien Thorne in veste di bassista e da Mirko “Dee Dee Altar” dietro le pelli, entrambi provenienti dai calabresi Traumagain, il complesso meridionale ritorna sotto i riflettori a tre anni di distanza dall’apprezzato Screaming Rock Believers presentandosi all’appello con un nuovo chitarrista (Fabio Monaco alias JJ Priestkiller) e con un sound ulteriormente appesantito. Questo Chained Down in Dirt si fa largo nel circuito come un diretto discendente, sicuramente in termini attitudinali ma in misura relativa anche per quanto riguarda il genere, di lavori storici di autentici dinosauri del Metal italico quali Schizo, Bulldozer e Necrodeath, seguendo un percorso di riscoperta del suono che ha fatto la storia della nostra scena estrema e che rimane sconosciuto a molti sedicenti esperti del settore. L’iconografia è difficilmente equivocabile fin dalla copertina e il collegamento con le band citate è qui lampante: il black metal è il genere che fa da cornice a quest’album in ogni suo elemento, ma viene realizzato come lo intendevano i Venom e i Celtic Frost, ovverosia un risultato fortemente influenzato dall’heavy classico e non paragonabile al black canonizzato odiernamente. A tutto ciò va aggiunta una buona dose di speed/thrash, che sicuramente non guasta e rende anzi il tutto ancora più aggressivo, e un rimando alle sonorità hardcore alla Discharge.

Come anticipato, notiamo in Chained Down in Dirt un indurimento generale nel tessuto musicale composto da Thorne e soci il quale contribuisce anche alla buona riuscita del platter. Se nel precedente LP gli elementi heavy erano ancora imperanti e si affiancavano al thrash classico, qui l’animo più oscuro si fa prorompente e predomina la scena: le composizioni sembrano uscire da un lavoro dei primi Venom o di un qualsiasi gruppo della prima ondata, le parti in growl sono maggioritarie e il ritmo è principalmente parossistico con pochi rallentamenti. Naturalmente l’heavy metal in senso stretto non è scomparso (altrimenti si snaturerebbe l’intero sound made in Bunker 66) ed è perfettamente udibile, ad esempio, nel ritornello dell’opener Satan’s Countess dove Damien si cimenta eccezionalmente nel cantato pulito per poi trasformarsi in epigono di Thomas Gabriel Fischer nella seguente Black Steel Fever. Nonostante la conclamata essenza derivativa dell’act siciliano non si può non apprezzarne altresì l’efficacia e la naturalezza con cui riesce a comporre musica e a catturare l’entusiasmo dell’ascoltatore, in un sottogenere assolutamente lontano dall’essere in voga anche all’interno del mondo metal. Difficile scegliere un brano piuttosto di un altro, l’album è talmente corto che sarebbe un peccato mortale skippare anche una sola traccia, ogni singola canzone ha il proprio punto di forza e la propria ragione di esserci a fronte di un risultato finale ben omogeneo. Per quanto riguarda la virata verso lidi maggiormente black, da non sottovalutare l’ingresso in line up del chitarrista Fabio Monaco, profondo conoscitore della materia estrema avente un background passato di appartenenza a complessi death, symphonic black e anche doom e autore di un’ottima prova in studio. A proposito degli altri due musicisti c’è poco da aggiungere, fanno il loro compito con esperienza e capacità sufficienti per eseguire al meglio un notevole compito. La produzione si confà alla perfezione con il tipo di musica suonata e non ha alcun bisogno di essere caratterizzata da suoni ben puliti anzi, sarebbe probabilmente controproducente; la terza fatica dei Bunker 66 è un prodotto in tutto e per tutto rifacentesi alla storia passata, di conseguenza anche l’aspetto di editing deve configurarsi in quest’ottica retrò.

Chained Down in Dirt dimostra in primis il grande rispetto che i Bunker 66 detengono nei confronti dei Maestri che hanno segnato un’epoca, e lo rendono manifesto risultando credibili e capaci di farci esaltare anche senza ripescare un Welcome to Hell o un Apocalyptic Raids dalle nostre collezioni; inoltre dimostra, se mai dovesse essercene bisogno, l’ottimo stato di salute della situazione underground italiana. La speranza è che si continui su questa strada, che non vuol dire iniziare tutti a suonare il vecchio black metal, ma sviluppare complessi in grado di avere una visione ben precisa su quale stile voler abbracciare e portare avanti il discorso coerentemente, mettendoci molto del proprio. Perché i Bunker 66 non copiano nulla bensì emulano costruttivamente un qualcosa che è stato sempre parte della loro vita musicale e lo fanno proprio, e pazienza se non vi è nulla di nuovo o di mai sentito perché lo scopo è stato raggiunto. Solo rispetto per musicisti del genere.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
82.71 su 7 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Venerdì 14 Dicembre 2018, 12.08.11
1
Rarità dalla sicilia. I terzetti sono sempre i megliori. Attesi questa released e si riconfermarono quello che sono: BUNKER 66. Tra le mie band più apprezzate degli ultimi anni 2000 senza dubbio. Produzione che invoca gli inferi, tra guerre nucleari e metal. Proposta classica alternato a estremo come le vocals che sfodera anche acuti heavy, forti. W la High Roller Records
INFORMAZIONI
2017
High Roller Records
Thrash/Black
Tracklist
1. Satan's Countess
2. Black Steel Fever
3. Chained Down in Dirt
4. Taken Under the Spell
5. Her Claws of Death
6. Wastelands of Grey
7. Power of the Black Torch
8. Evil Wings
Line Up
Damien Thorne (Voce, Basso)
J.J. Priestkiller (Chitarra)
Dee Dee Altar (Batteria)
 
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